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WWW.CENTOMOVIMENTI.COM - 10 FEBBRAIO 2007
Questione immorale

gabriele vecchione

“Piangi, che hai ben donde, Italia mia” (Giacomo Leopardi, “Canzone all’Italia”, 1818)

Uno che volesse in Italia parlare di questione morale, verrebbe bollato “moralista”, “giustizialista”, “giacobino” e via impropriamente definendo. Ma il problema non si pone, infatti nessuno ne parla.

Dallo sdegno, dalle monetine davanti all’hotel Raphael, dagli applausi ai funerali, si passa dapprima all’oblio, poi, attraverso vagonate di bugie e disinformazione, alla rivalutazione, alla via per Bettino, al “bentornato” a Scalzone ad opera del trio Sansonetti - Armeni - Caruso (che Bertinotti fa finta di non conoscere), a Previti, il politico corrotto (a cui paghiamo il salario con annessi privilegi) chiamato onorevole in aperto contrasto con la sua condanna che accerta la riprovazione sociale che il popolo italiano gli deve, a Matarrese che calpesta i cadaveri e chi ancora li piange, giacchè i morti sono “parte del sistema”, a Sofri guest star del parterre democratico e sinistro (con le giuste proteste di Olga D’Antona, tesserata Ds e moglie di Massimo, ucciso dalle Br). Il tutto condito da un clima e da una cultura di impunità totale, di ignoranza storica, di “intellettuali” arroganti con gli ultimi e servili con i potenti.

Matarrese: chiamato a gestire il nuovo corso del calcio, è il gattopardesco emblema del “cambiare tutto per non cambiare niente”. Quando morì Vincenzo Spagnolo il 29 gennaio 1995, non trovò null’altro da dire che: “cadono i governi, muoiono i papi, ma il calcio non si può fermare”. Amen. Quando Berlusconi entrò in politica, urlò: “basta commistioni tra sport e politica!”, salvo dimenticare che mentre era presidente della Figc, era parlamentare DC legatissimo ad Andreotti. Oppure che nel 2004 era candidato alle Europee con l’Udc, ma non si è fatto scrupoli nel 2006 a (ri)diventare presidente della Lega Calcio. Quando Borrelli comincia a fare piazza pulita dei traffichini che inquinano (anzi uccidono) il calcio, un solo semplice consiglio: non “spaventare il mondo del calcio ricreando Mani Pulite” ma bisogna “integrarsi nel mondo del calcio”. Oggi, dopo la morte dell’ispettore Filippo Raciti, chi parla di violenza negli stadi è un “saputello”, chi propone pene severe è un “esaltato… un po’ irresponsabile”, d’altronde “lo spettacolo deve continuare perché questo non è un giochino”, piuttosto “il calcio è un’industria che paga i suoi prezzi”: tra questi i morti “che sono parte del sistema”. In particolare dell’ultima affermazione saranno contenti i parenti di:

Giuseppe Plaitano (ucciso durante una partita della Salernitana il 28 aprile 1963, lasciando moglie e quattro figli);

Vincenzo Paparelli (33 anni, ucciso da un razzo durante Lazio – Roma del 28 ottobre 1979);

Andrea Vitone (13 anni, morto bruciato sul treno dopo Roma – Bologna del 21 marzo ’82);

Stefano Furlan (20 anni, morto l’8 febbraio ’84 dopo i colpi di un agente);

Marco Fonghessi (pestato a sangue nel settembre ’84);

Giuseppe Tomasetti (accoltellato e morto il 7 dicembre ’86);

Nazareno Filippini (percosso a morte dopo Ascoli – Inter del 9 ottobre ’88);

Antonio De Falchi (aggredito e morto durante Milan – Roma del 1989);

Salvatore Moschella (morto nel 1984 dopo Ragusa – Messina);

Paolo Saroli (17 anni, morto su un treno bruciato dopo Pisa – Roma il 13 aprile 1986);

Ciro Alfieri, 16 anni, Vincenzo Lioi, 15, Giuseppe Diodato, Simone Vitale (morti nell’incendio provocato dopo Piacenza – Salernitana il 23 maggio 1999);

Antonio Currò (ucciso da una bomba carta il 17 giugno 2001 durante Messina – Catania);

Sergio Ercolano (morto il 20 settembre 2003 prima di Avellino – Napoli cadendo nel vuoto mentre tentava di scavalcare un muro per fuggire ai tafferugli);

Ermanno Li Cursi (41 anni, pestato a sangue il 31 gennaio 2007);

Filippo Raciti, la moglie del quale chiedeva che il marito fosse “educatore nella morte”, come lo era stato nella vita. Matarrese l’ha ascoltata. Gian Antonio Stella commenta: “in un paese serio, (Matarrese, ndr) sarebbe già in viaggio verso le Antille dopo aver lasciato sul tavolo le dimissioni: scusate”. E’ necessario aspettare che qualcuno deferisca Matarrese per invocare una sacrosanta questione morale e cacciarlo a pedate, come si dovrebbe?

 

Scalzone: fondatore di Potere Operaio, viene condannato a 16 anni per associazione sovversiva e partecipazione a rapina. Sconta pochi giorni di galera dei tanti che gli spetterebbero perché, poco dignitosamente, fugge in Francia. Rientra in Italia da uomo libero dopo che il suo reato è caduto prescritto. E’ una brutta notizia per l’Italia, perché lo Stato non è riuscito ad assicurare alla Giustizia un delinquente. Invece si odono solo peana e inni cletici: “bentornato! Il ritorno in Italia di Oreste Scalzone è una bellissima notizia che attendevamo ormai da troppo tempo. Caro Oreste, sono convinto che il tuo sacrosanto desiderio di sovversione non si è mai sopito” (Francesco Caruso, Prc); esulta Cento, sottosegretario all’Economia, e chiede “l’amnistia per gli esiliati”, confondendoli con i latitanti; Piero Sansonetti denuncia “il linciaggio morale di Oreste Scalzone, di Toni Negri e di Caruso, accostati ai bombaroli e liquidati come ex latitanti” (di grazia, Negri e Scalzone cos’erano, se non latitanti? Diverso il discorso per Caruso, condannato e indultato) che erano in “esilio”; Ritanna Armeni non scrive, si fa direttamente fotografare mentre, accompagnata dal Sansonetti, abbraccia e bacia Scalzone. Che intanto non perde tempo e ricomincia a predicare: voglio riprendere la “vecchia battaglia nelle condizioni nuove”; “in un’insurrezione potrei arrivare a sparare”; “la rapina era un’azione morale per finanziare il gruppo”; “la rivoluzione la voglio fare tuttora”. Infine passa ad offendere i parenti delle vittime del terrorismo: “non sono un parente ed infatti non voglio diventare deputato come finiscono tanti parenti delle vittime (…) con relativi emolumenti”. Praticamente, i parenti delle vittime speculano sul loro cognome per fare carriera e guadagnare denaro. Alla faccia dei Mattei che, nel rogo di Primavalle del ’73, hanno visto morire Stefano, 8 anni, e Virgilio, 22 per mano di Lollo, Clavo e Grillo che Scalzone – per sua stessa ammissione – ha aiutato a fuggire dalla Giustizia italiana. Insomma, come dice “Le Monde”, “Scalzone è tornato in tenuta da combattimento”.

In Italia siamo abituati all’immoralità di Stato, alla questione immorale permanente. Nessuno si sente di non dover candidare Cuffaro – imputato per favoreggiamento alla mafia con una “base probatoria fortissima” – alla presidenza della regione Sicilia. Si aspetta una condanna che quando arriva, viene mascherata, dimenticata, in male fede letta e scritta – dicono – da magistrati politicizzati. Nessuno si sente in dovere di non infilare nella commissione Antimafia condannati per reati contro la pubblica amministrazione che oggi devono rappresentare la pubblica amministrazione nella lotta per la legalità. Nessuno si sente di dover abrogare quelle leggi che favoriscono i delinquenti, gli imputati, i faccendieri, a tutto discapito delle persone oneste e dei magistrati. Anzi: se ne fanno di nuove, vedi indulto ed intercettazioni. Nel 1981 il comunista Berlinguer denunciò: “i partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e clientela (…) hanno occupato lo Stato (…) gli enti locali, gli enti di previdenza e le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la rai Tv, alcuni grandi giornali (…) insomma tutto è già lottizzato o spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire”. Ventisei anni dopo la situazione non appare tanto migliore, tanto più che i suoi eredi accusano Berlinguer di aver attuato “una strategia fallimentare”. Ed ovviamente si parla solo di massimi sistemi. Nei minimi, che risentono della mancanza di una tensione morale nei massimi, la situazione è forse più tragica. Nessuno può infatti calcolare quanto sia profonda ogni ferita inferta dall’alto alla morale pubblica.

Tuttavia non ci dobbiamo accontentare di scrivere e descrivere queste cose: per dirla con Benedetto XVI, sarebbe “una forma piuttosto di moralismo che, proprio mentre esprime il suo giudizio, finisce col compiacersi del negativo”. La nostra denuncia, le nostre analisi devono condurre piuttosto ad una diagnosi e dunque ad un appello morale. Che fare?

gabro.v@libero.it

La fotografia allegata all'articolo è tratta da Dagospia

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un dovere civile
Gabriele Vecchione

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