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“Piangi, che
hai ben donde, Italia mia”
(Giacomo
Leopardi, “Canzone all’Italia”, 1818)
Uno che volesse in Italia parlare di
questione morale, verrebbe bollato
“moralista”, “giustizialista”, “giacobino” e
via impropriamente definendo. Ma il problema
non si pone, infatti nessuno ne parla.
Dallo sdegno,
dalle monetine davanti all’hotel Raphael,
dagli applausi ai funerali, si passa
dapprima all’oblio, poi, attraverso vagonate
di bugie e disinformazione, alla
rivalutazione, alla via per Bettino, al
“bentornato” a Scalzone ad opera del trio
Sansonetti - Armeni - Caruso (che Bertinotti
fa finta di non conoscere), a Previti, il
politico corrotto (a cui paghiamo il salario
con annessi privilegi) chiamato onorevole in
aperto contrasto con la sua condanna che
accerta la riprovazione sociale che il
popolo italiano gli deve, a Matarrese che
calpesta i cadaveri e chi ancora li piange,
giacchè i morti sono “parte del sistema”, a
Sofri guest star del parterre
democratico e sinistro (con le giuste
proteste di Olga D’Antona, tesserata Ds e
moglie di Massimo, ucciso dalle Br). Il
tutto condito da un clima e da una cultura
di impunità totale, di ignoranza storica, di
“intellettuali” arroganti con gli ultimi e
servili con i potenti.
Matarrese:
chiamato a gestire il nuovo corso del
calcio, è il gattopardesco emblema del
“cambiare tutto per non cambiare niente”.
Quando morì Vincenzo Spagnolo il 29 gennaio
1995, non trovò null’altro da dire che:
“cadono i governi, muoiono i papi, ma il
calcio non si può fermare”. Amen. Quando
Berlusconi entrò in politica, urlò: “basta
commistioni tra sport e politica!”, salvo
dimenticare che mentre era presidente della
Figc, era parlamentare DC legatissimo ad
Andreotti. Oppure che nel 2004 era candidato
alle Europee con l’Udc, ma non si è fatto
scrupoli nel 2006 a (ri)diventare presidente
della Lega Calcio. Quando Borrelli comincia
a fare piazza pulita dei traffichini che
inquinano (anzi uccidono) il calcio, un solo
semplice consiglio: non “spaventare il mondo
del calcio ricreando Mani Pulite” ma bisogna
“integrarsi nel mondo del calcio”. Oggi,
dopo la morte dell’ispettore Filippo Raciti,
chi parla di violenza negli stadi è un
“saputello”, chi propone pene severe è un
“esaltato… un po’ irresponsabile”,
d’altronde “lo spettacolo deve continuare
perché questo non è un giochino”, piuttosto
“il calcio è un’industria che paga i suoi
prezzi”: tra questi i morti “che sono parte
del sistema”. In particolare dell’ultima
affermazione saranno contenti i parenti di:
Giuseppe
Plaitano (ucciso durante una partita della
Salernitana il 28 aprile 1963, lasciando
moglie e quattro figli);
Vincenzo
Paparelli (33 anni, ucciso da un razzo
durante Lazio – Roma del 28 ottobre 1979);
Andrea Vitone
(13 anni, morto bruciato sul treno dopo Roma
– Bologna del 21 marzo ’82);
Stefano Furlan
(20 anni, morto l’8 febbraio ’84 dopo i
colpi di un agente);
Marco
Fonghessi (pestato a sangue nel settembre
’84);
Giuseppe
Tomasetti (accoltellato e morto il 7
dicembre ’86);
Nazareno
Filippini (percosso a morte dopo Ascoli –
Inter del 9 ottobre ’88);
Antonio De
Falchi (aggredito e morto durante Milan –
Roma del 1989);
Salvatore
Moschella (morto nel 1984 dopo Ragusa –
Messina);
Paolo Saroli
(17 anni, morto su un treno bruciato dopo
Pisa – Roma il 13 aprile 1986);
Ciro Alfieri,
16 anni, Vincenzo Lioi, 15, Giuseppe
Diodato, Simone Vitale (morti nell’incendio
provocato dopo Piacenza – Salernitana il 23
maggio 1999);
Antonio Currò
(ucciso da una bomba carta il 17 giugno 2001
durante Messina – Catania);
Sergio
Ercolano (morto il 20 settembre 2003 prima
di Avellino – Napoli cadendo nel vuoto
mentre tentava di scavalcare un muro per
fuggire ai tafferugli);
Ermanno Li
Cursi (41 anni, pestato a sangue il 31
gennaio 2007);
Filippo Raciti,
la moglie del quale chiedeva che il marito
fosse “educatore nella morte”, come lo era
stato nella vita. Matarrese l’ha ascoltata.
Gian Antonio Stella commenta: “in un paese
serio, (Matarrese, ndr) sarebbe già
in viaggio verso le Antille dopo aver
lasciato sul tavolo le dimissioni: scusate”.
E’ necessario aspettare che qualcuno
deferisca Matarrese per invocare una
sacrosanta questione morale e cacciarlo a
pedate, come si dovrebbe?
Scalzone:
fondatore di Potere Operaio, viene
condannato a 16 anni per associazione
sovversiva e partecipazione a rapina. Sconta
pochi giorni di galera dei tanti che gli
spetterebbero perché, poco dignitosamente,
fugge in Francia. Rientra in Italia da uomo
libero dopo che il suo reato è caduto
prescritto. E’ una brutta notizia per
l’Italia, perché lo Stato non è riuscito ad
assicurare alla Giustizia un delinquente.
Invece si odono solo peana e inni cletici:
“bentornato! Il ritorno in Italia di Oreste
Scalzone è una bellissima notizia che
attendevamo ormai da troppo tempo. Caro
Oreste, sono convinto che il tuo sacrosanto
desiderio di sovversione non si è mai
sopito” (Francesco Caruso, Prc); esulta
Cento, sottosegretario all’Economia, e
chiede “l’amnistia per gli esiliati”,
confondendoli con i latitanti; Piero
Sansonetti denuncia “il linciaggio morale di
Oreste Scalzone, di Toni Negri e di Caruso,
accostati ai bombaroli e liquidati come ex
latitanti” (di grazia, Negri e Scalzone
cos’erano, se non latitanti? Diverso il
discorso per Caruso, condannato e indultato)
che erano in “esilio”; Ritanna Armeni non
scrive, si fa direttamente fotografare
mentre, accompagnata dal Sansonetti,
abbraccia e bacia Scalzone. Che intanto non
perde tempo e ricomincia a predicare: voglio
riprendere la “vecchia battaglia nelle
condizioni nuove”; “in un’insurrezione
potrei arrivare a sparare”; “la rapina era
un’azione morale per finanziare il gruppo”;
“la rivoluzione la voglio fare tuttora”.
Infine passa ad offendere i parenti delle
vittime del terrorismo: “non sono un parente
ed infatti non voglio diventare deputato
come finiscono tanti parenti delle vittime
(…) con relativi emolumenti”. Praticamente,
i parenti delle vittime speculano sul loro
cognome per fare carriera e guadagnare
denaro. Alla faccia dei Mattei che, nel rogo
di Primavalle del ’73, hanno visto morire
Stefano, 8 anni, e Virgilio, 22 per mano di
Lollo, Clavo e Grillo che Scalzone – per sua
stessa ammissione – ha aiutato a fuggire
dalla Giustizia italiana. Insomma, come dice
“Le Monde”, “Scalzone è tornato in tenuta da
combattimento”.
In Italia
siamo abituati all’immoralità di Stato, alla
questione immorale permanente. Nessuno si
sente di non dover candidare Cuffaro –
imputato per favoreggiamento alla mafia con
una “base probatoria fortissima” – alla
presidenza della regione Sicilia. Si aspetta
una condanna che quando arriva, viene
mascherata, dimenticata, in male fede letta
e scritta – dicono – da magistrati
politicizzati. Nessuno si sente in dovere di
non infilare nella commissione Antimafia
condannati per reati contro la pubblica
amministrazione che oggi devono
rappresentare la pubblica amministrazione
nella lotta per la legalità. Nessuno si
sente di dover abrogare quelle leggi che
favoriscono i delinquenti, gli imputati, i
faccendieri, a tutto discapito delle persone
oneste e dei magistrati. Anzi: se ne fanno
di nuove, vedi indulto ed intercettazioni.
Nel 1981 il comunista Berlinguer denunciò:
“i partiti di oggi sono soprattutto macchine
di potere e clientela (…) hanno occupato lo
Stato (…) gli enti locali, gli enti di
previdenza e le banche, le aziende
pubbliche, gli istituti culturali, gli
ospedali, le università, la rai Tv, alcuni
grandi giornali (…) insomma tutto è già
lottizzato o spartito o si vorrebbe
lottizzare e spartire”. Ventisei anni dopo
la situazione non appare tanto migliore,
tanto più che i suoi eredi accusano
Berlinguer di aver attuato “una strategia
fallimentare”. Ed ovviamente si parla solo
di massimi sistemi. Nei minimi, che
risentono della mancanza di una tensione
morale nei massimi, la situazione è forse
più tragica. Nessuno può infatti calcolare
quanto sia profonda ogni ferita inferta
dall’alto alla morale pubblica.
Tuttavia non
ci dobbiamo accontentare di scrivere e
descrivere queste cose: per dirla con
Benedetto XVI, sarebbe “una forma piuttosto
di moralismo che, proprio mentre esprime il
suo giudizio, finisce col compiacersi del
negativo”. La nostra denuncia, le nostre
analisi devono condurre piuttosto ad una
diagnosi e dunque ad un appello morale. Che
fare?
gabro.v@libero.it
La
fotografia allegata all'articolo è tratta da
Dagospia
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