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“La classe
dirigente del paese e del calcio si sono
identificate. Sta franando il sistema
paese”.
E’ la perfetta sintesi di Oliviero Beha a
cui c’è davvero poco da aggiungere: solo
qualche riscontro obiettivo e la riflessione
scontata sul disprezzo ostentato per la
legalità e sul coacervo inestricabile di
conflitti di interessi che è causa ed
effetto ultimo di un sistema che non sembra
emendabile.
Il supremo signore dei conflitti, silente
per qualche giorno dopo i fatti di Catania,
ha preso la parola con veemenza all’incontro
con i giovani di Forza Italia del Lazio, per
bollare come “liberticida” il provvedimento
del governo sugli stadi non in regola e sul
divieto delle trasferte.
“Io da presidente del Milan non mi sono
permesso di parlare, ma si tratta di leggi
illiberali, qualcosa che io non mi sarei mai
permesso di fare….è una lesione delle
libertà individuale impedire che gli
abbonati di Udine siano privati di un
diritto per un episodio doloroso accaduto a
Catania..”
D’altronde, è
stato il leit motiv dell’intervento,
l’attuale maggioranza ha dimestichezza con
una legislazione marcata da “lesione di
libertà” ed in particolare “della libertà
economica che ha lo stesso valore spirituale
delle libertà personali, civili, politiche…”
Il riferimento esplicito è al “vulnus” della
finanziaria verso i più deboli
economicamente; quello implicito ovviamente
al “vulnus” alla raccolta pubblicitaria di
Mediaset, aggredita dal disegno di legge
“criminale” di Gentiloni che pretende di
ridurre il tetto della raccolta
pubblicitaria al 45% e cioè tende a
mantenere, pur temperandolo, un sostanziale
duopolio!
Ma l’aspetto più interessante e drammatico
non è che il massimo rappresentante di un
conflitto di interessi senza precedenti e
paragoni nell’occidente democratico, difenda
il suo incredibile status, bensì la natura
degli argomenti.
Il concetto di proprietà e libertà economica
quale “diritto sacro ed inviolabile” a cui
fa riferimento, probabilmente
inconsapevolmente, Silvio Berlusconi risale
alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e
del cittadino e cioè al 1789, al culmine
della rivoluzione francese. Era la
rivendicazione dei singoli e di quella che
sarebbe stata di lì a poco la borghesia
emergente contro lo stato assoluto e
autoritario; era l’equazione tra libertà e
proprietà sul fondamento che si poteva
essere liberi nei confronti di uno stato
considerato come nemico e vessatore in
quanto si possedeva qualcosa.
Tutto l’ottocento ed i primi decenni del
novecento sarebbero stati caratterizzati
dalla lotta per il conseguimento di quei
diritti sociali e del lavoro che sono parte
integrante delle moderne democrazie e che
tutelano e garantiscono la proprietà e le
libertà economiche ma con limiti ben
precisi, quali l’espropriazione per pubblica
utilità, la funzione sociale della proprietà
e una serie di norme antitrust per evitare
le concentrazioni monopolistiche.
Per il giacobino di Arcore si tratta,
notoriamente di costituzioni “sovietiche” e
di legislazioni “liberticide”, ma sono gli
strumenti che quando hanno trovato
applicazione, insieme alla separazione dei
poteri e all’indipendenza della
magistratura, hanno garantito la civile
convivenza, il progresso economico e
sociale, e, in una parola, l’esistenza delle
democrazie occidentali.
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