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“Quei soldi
sono miei”. “No, ingegnere, quei soldi sono
nostri”.
E’ il 17
febbraio 1992, quindici anni fa. Di Pietro
sa già tutto di Mario Chiesa. Sa che è
legato a Craxi; che è presidente del Pio
Albergo Trivulzio; sa che, in quanto tale,
prima di concedere un appalto, una tangente
deve passare dalle sue tasche. E’ una legge
non scritta, una convenzione generalmente
riconosciuta dal sistema. Luca Magni, un
impresario delle pulizie, d’accordo col pm,
va da Chiesa a consegnargli la mazzetta
pattuita. Sette milioni di lire. Quando già
l’ingegnere sta per infilare i soldi nel
cassetto, irrompono i carabinieri. Dopo aver
letteralmente buttato 37 milioni nello
sciacquone del suo bagno per nascondere una
tangente ancora fumante ed essere arrestato,
si scopre che Chiesa ha due conti svizzeri
(“Levissima” e “Fiuggi”: “l’acqua minerale è
finita”, ironizzerà Di Pietro). Sarà
condannato a 5 anni e mezzo.
Inizia
così Mani Pulite, l’inchiesta giudiziaria
contro la corruzione del mondo politico,
regina e dea in un sistema di concussione e
finanziamenti illeciti, che oggi compie
quindici anni. Per la classe dirigente è un
terremoto senza precedenti: 3200 rinviati a
giudizio, 1254 condannati, 910 prosciolti
tra cui 422 per intervenuta prescrizione e
58 per morte del reo, oblazione o
non bis in idem.
I giornali
raccontavano la verità nuda e cruda, i
politici scrivevano lettere d’amore a
magistrati su cui gravava tutta la voglia di
riscatto di cittadini onesti derubati che
intanto inseguivano i politici nelle piazze
per urlar loro: “ladri!”.
Eppure non ci
sono giudici a Berlino. E se ci sono,
vengono normalizzati, isolati, ostacolati.
Perché? Indro Montanelli, quando ancora
l’inchiesta non era conclusa, scriveva:
“Mani Pulite poteva essere una rivoluzione
pacifica, una semplice disinfestazione da
espletare con tutti i crismi della legalità.
Purtroppo nessuno si mosse perché il
malaffare andava bene a tutti: a tutti
coloro, voglio dire, politici e no, che vi
erano implicati e che trovavano più comodo
condividerne gli utili che assumere i rischi
di una denunzia”. La guerra tra onesti e
disonesti l’hanno vinta i disonesti. Perché
cento uomini organizzati trionfano su mille
presi singolarmente. Perché cambia tutto
perché non cambi nulla. Perché la verità non
si racconta, perché i giornalisti non
l’hanno raccontata, pena essere cacciati dai
loro editori. Perché gli intellettuali erano
(e sono) tutti allineati. Perché agli
imprenditori giovava un sistema di
malaffare, piuttosto che un sistema
legalitario e controllato. Perché i politici
sono gli stessi e hanno fatto di tutto per
far esplodere Mani Pulite non come il tappo
di un vulcano, ma come una bolla di sapone.
Un paese nato male, un paese che da prende
le mosse da Giolitti che “mette nelle
elezioni a loro servizio la malavita e la
questura; assicura ad essi e ai loro clienti
la più incondizionata impunità; lascia che
cadano in prescrizione i processi elettorali
e interviene con amnistie al momento
opportuno; mantiene in ufficio i sindaci
condannati per reati elettorali; premia i
colpevoli con decorazioni , non punisce mai
i delegati delinquenti” (Gaetano
Salvemini, “Il ministro della malavita ed
altri scritti sull’età giolittiana”,
Feltrinelli, 1962) non può sperare che la
rivoluzione pacifica venga dalle procure.
Abbiamo perso.
Abbiamo perso con il decreto Conso che, alla
ricerca di una “soluzione politica”, primo
governo Amato, approvava un’amnistia che
avrebbe rimosso le pene per molti crimini
legati alla corruzione. Abbiamo perso anche
se quel decreto non è mai stato reso
esecutivo.
Abbiamo perso
con il decreto Biondi, approvato il 13
luglio 1994 quando tutta l’Italia guardava
la semifinale del mondiale di calcio contro
la Bulgaria. Per i crimini di corruzione –
prevedeva il decreto – solo gli arresti
domiciliari. E mentre Roberto Baggio sparava
alto sopra la traversa contro il Brasile, i
tiggì mandavano in onda le immagini di
Francesco De Lorenzo (ex ministro della
Sanità condannato per corruzione che, dopo
una perquisizione degli inquirenti, bruciava
in un pentolone tutti i documenti
compromettenti) che usciva di galera e la
notizia che a Paolo Berlusconi avevano
concesso i domiciliari in virtù del decreto
Biondi. Il primo esemplare di legge ad
fratrem. Abbiamo perso anche se quel
decreto, fatti i primi danni, è stato
ritirato.
Abbiamo perso
quando nel ’94 Biondi (con Previti e
Berlusconi) ha mandato gli ispettori alla
procura di Milano, rea, in buona sostanza,
di voler bonificare una palude d’illegalità.
Abbiamo perso anche se poi gli ispettori
hanno accertato che “nessun rilievo può
essere mosso ai magistrati milanesi, i quali
non paiono aver esorbitato dai limiti
imposti dalle legge nell’esercizio dei loro
poteri” (15 maggio 1995).
Abbiamo perso
quando dal ’94 i magistrati del pool
denunciarono il rischio che i reati
cadessero in prescrizione, chiesero nuovi
equipaggiamenti e nuove leggi per accelerare
i processi e la politica andò nella
direzione opposta.
Abbiamo perso
con la riforma dell’articolo 513 del codice
di procedura penale il 31 luglio 1997:
le
dichiarazioni messe a verbale in un altro
processo o ad un
pm,
non sono più valide legalmente se chi le ha
rese non si lascia interrogare da coloro che
accusa e dai loro avvocati. Centinaia di
processi, anche di
Mani Pulite,
vanno in fumo.
Abbiamo perso
con tutte le campagne di disinformazione,
l’oblio, con una viscida ed interessata
rivalutazione.
Abbiamo perso
quando Berlusconi ha de facto
depenalizzato il falso in bilancio,
dimezzato la prescrizione e bloccato le
rogatorie.
Abbiamo perso
quando chi invocava l’amnistia per
Tangentopoli (proponendo l’amnistia: “in
attesa che questa celerità della giustizia
arrivi, non è possibile che uno finisca in
esilio”, Il Giornale, 19/8/’99; “non è un
mistero che io sia favorevole all’amnistia
per Tangentopoli. Tutto ciò può aiutare a
chiudere questa pagina in uno spirito
unitario”, Il Giorno, 27/10/2001) è
diventato ministro della Giustizia e si è
subito prodigato per far approvare un
indulto, in conseguenza del quale anche gli
ultimi dei moicani sono tornati in libertà.
Tra questi Duilio Poggiolini. Varrà la pena
ricordare la sua storia. Quando la verità
veniva raccontata, i cittadini e l’opinione
pubblica reagivano. Quanto si scoprì quanto
(e come) aveva rubato, l’indignazione
popolare toccò picchi altissimi. Oggi si
parlerebbe di “persecuzione politica” da
parte di toghe rosse, nere o azzurre (a
seconda del colore dell’imputato di turno).
Direttore
centrale del ministero della Sanità e
presidente del comitato scientifico che
compila il prontuario nazionale (l’elenco di
farmaci che possono essere forniti a prezzi
ridotti o gratuitamente dal servizio
nazionale pubblico), per anni e anni
Poggiolini controlla il mercato italiano di
medicine. Tesserato P2 numero 961, si fa
pagare profumatissime tangenti dalle case
farmaceutiche che vogliono sbancare il
lunario. Si è calcolato un flusso di
tangenti dal 1988 al 1992 pari a 7.500
miliardi di lire. Viene arrestato, dopo un
paio di mesi di latitanza, il 20 settembre
1993 a Losanna. Il suo tesoro è
inestimabile. E’ intestatario di 18 conti
bancari con 100 miliardi di lire dentro, gli
sequestrano quattro casse ricolme di monete
d’oro, sterline, kruggerand (monete
sudafricane), Enu, monete provenienti
dall’antica Ercolano e dal medagliere del
Museo Archeologico di Napoli, sessanta opere
d’arte di grande valore: opere del ‘600,
Picasso, Modigliani, Guttuso, De Chirico,
Dalì. Poi: un centinaio di lingotti d’oro,
una cassa di pietre preziose con rubini,
zaffiri e brillanti, rubli d’oro appartenuti
allo zar Nicola II. Dulcis in fundo,
cuciti all’interno del pouf del suo salotto
i carabinieri (che impiegano 12 ore a
classificare il tesoro) rinvengono 11
miliardi di lire e 200 milioni tra Bot e Cct,
di cui Poggiolini si era dimenticato. Verrà
condannato in Cassazione a 7 anni e mezzo e
gli saranno confiscati 29 miliardi di lire.
Nel 2006 è uscito di galera in virtù
dell’indulto.
Abbiamo perso?
gabro.v@libero.it
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