PRIMA PAGINA

POLITICA

ECONOMIA

GIUSTIZIA

INFORMAZIONE

ESTERI

WWW.CENTOMOVIMENTI.COM - 17 FEBBRAIO 2007
La fallita rivoluzione pacifica

gabriele vecchione

“Quei soldi sono miei”. “No, ingegnere, quei soldi sono nostri”.

E’ il 17 febbraio 1992, quindici anni fa. Di Pietro sa già tutto di Mario Chiesa. Sa che è legato a Craxi; che è presidente del Pio Albergo Trivulzio; sa che, in quanto tale, prima di concedere un appalto, una tangente deve passare dalle sue tasche. E’ una legge non scritta, una convenzione generalmente riconosciuta dal sistema. Luca Magni, un impresario delle pulizie, d’accordo col pm, va da Chiesa a consegnargli la mazzetta pattuita. Sette milioni di lire. Quando già l’ingegnere sta per infilare i soldi nel cassetto, irrompono i carabinieri. Dopo aver letteralmente buttato 37 milioni nello sciacquone del suo bagno per nascondere una tangente ancora fumante ed essere arrestato, si scopre che Chiesa ha due conti svizzeri (“Levissima” e “Fiuggi”: “l’acqua minerale è finita”, ironizzerà Di Pietro). Sarà condannato a 5 anni e mezzo.

Inizia così Mani Pulite, l’inchiesta giudiziaria contro la corruzione del mondo politico, regina e dea in un sistema di concussione e finanziamenti illeciti, che oggi compie quindici anni. Per la classe dirigente è un terremoto senza precedenti: 3200 rinviati a giudizio, 1254 condannati, 910 prosciolti tra cui 422 per intervenuta prescrizione e 58 per morte del reo, oblazione o non bis in idem.

I giornali raccontavano la verità nuda e cruda, i politici scrivevano lettere d’amore a magistrati su cui gravava tutta la voglia di riscatto di cittadini onesti derubati che intanto inseguivano i politici nelle piazze per urlar loro: “ladri!”.

 

Eppure non ci sono giudici a Berlino. E se ci sono, vengono normalizzati, isolati, ostacolati. Perché? Indro Montanelli, quando ancora l’inchiesta non era conclusa, scriveva: “Mani Pulite poteva essere una rivoluzione pacifica, una semplice disinfestazione da espletare con tutti i crismi della legalità. Purtroppo nessuno si mosse perché il malaffare andava bene a tutti: a tutti coloro, voglio dire, politici e no, che vi erano implicati e che trovavano più comodo condividerne gli utili che assumere i rischi di una denunzia”. La guerra tra onesti e disonesti l’hanno vinta i disonesti. Perché cento uomini organizzati trionfano su mille presi singolarmente. Perché cambia tutto perché non cambi nulla. Perché la verità non si racconta, perché i giornalisti non l’hanno raccontata, pena essere cacciati dai loro editori. Perché gli intellettuali erano (e sono) tutti allineati. Perché agli imprenditori giovava un sistema di malaffare, piuttosto che un sistema legalitario e controllato. Perché i politici sono gli stessi e hanno fatto di tutto per far esplodere Mani Pulite non come il tappo di un vulcano, ma come una bolla di sapone. Un paese nato male, un paese che da prende le mosse da Giolitti che “mette nelle elezioni a loro servizio la malavita e la questura; assicura ad essi e ai loro clienti la più incondizionata impunità; lascia che cadano in prescrizione i processi elettorali e interviene con amnistie al momento opportuno; mantiene in ufficio i sindaci condannati per reati elettorali; premia i colpevoli con decorazioni , non punisce mai i delegati delinquenti” (Gaetano Salvemini, “Il ministro della malavita ed altri scritti sull’età giolittiana”, Feltrinelli, 1962) non può sperare che la rivoluzione pacifica venga dalle procure.

Abbiamo perso. Abbiamo perso con il decreto Conso che, alla ricerca di una “soluzione politica”, primo governo Amato, approvava un’amnistia che avrebbe rimosso le pene per molti crimini legati alla corruzione. Abbiamo perso anche se quel decreto non è mai stato reso esecutivo.

Abbiamo perso con il decreto Biondi, approvato il 13 luglio 1994 quando tutta l’Italia guardava la semifinale del mondiale di calcio contro la Bulgaria. Per i crimini di corruzione – prevedeva il decreto – solo gli arresti domiciliari. E mentre Roberto Baggio sparava alto sopra la traversa contro il Brasile, i tiggì mandavano in onda le immagini di Francesco De Lorenzo (ex ministro della Sanità condannato per corruzione che, dopo una perquisizione degli inquirenti, bruciava in un pentolone tutti i documenti compromettenti) che usciva di galera e la notizia che a Paolo Berlusconi avevano concesso i domiciliari in virtù del decreto Biondi. Il primo esemplare di legge ad fratrem. Abbiamo perso anche se quel decreto, fatti i primi danni, è stato ritirato.

Abbiamo perso quando nel ’94 Biondi (con Previti e Berlusconi) ha mandato gli ispettori alla procura di Milano, rea, in buona sostanza, di voler bonificare una palude d’illegalità. Abbiamo perso anche se poi gli ispettori hanno accertato che “nessun rilievo può essere mosso ai magistrati milanesi, i quali non paiono aver esorbitato dai limiti imposti dalle legge nell’esercizio dei loro poteri” (15 maggio 1995).

Abbiamo perso quando dal ’94 i magistrati del pool denunciarono il rischio che i reati cadessero in prescrizione, chiesero nuovi equipaggiamenti e nuove leggi per accelerare i processi e la politica andò nella direzione opposta.

Abbiamo perso con la riforma dell’articolo 513 del codice di procedura penale il 31 luglio 1997: le dichiarazioni messe a verbale in un altro processo o ad un pm, non sono più valide legalmente se chi le ha rese non si lascia interrogare da coloro che accusa e dai loro avvocati. Centinaia di processi, anche di Mani Pulite, vanno in fumo.

Abbiamo perso con tutte le campagne di disinformazione, l’oblio, con una viscida ed interessata rivalutazione.

Abbiamo perso quando Berlusconi ha de facto depenalizzato il falso in bilancio, dimezzato la prescrizione e bloccato le rogatorie.

Abbiamo perso quando chi invocava l’amnistia per Tangentopoli (proponendo l’amnistia: “in attesa che questa celerità della giustizia arrivi, non è possibile che uno finisca in esilio”, Il Giornale, 19/8/’99; “non è un mistero che io sia favorevole all’amnistia per Tangentopoli. Tutto ciò può aiutare a chiudere questa pagina in uno spirito unitario”, Il Giorno, 27/10/2001) è diventato ministro della Giustizia e si è subito prodigato per far approvare un indulto, in conseguenza del quale anche gli ultimi dei moicani sono tornati in libertà. Tra questi Duilio Poggiolini. Varrà la pena ricordare la sua storia. Quando la verità veniva raccontata, i cittadini e l’opinione pubblica reagivano. Quanto si scoprì quanto (e come) aveva rubato, l’indignazione popolare toccò picchi altissimi. Oggi si parlerebbe di “persecuzione politica” da parte di toghe rosse, nere o azzurre (a seconda del colore dell’imputato di turno).

Direttore centrale del ministero della Sanità e presidente del comitato scientifico che compila il prontuario nazionale (l’elenco di farmaci che possono essere forniti a prezzi ridotti o gratuitamente dal servizio nazionale pubblico), per anni e anni Poggiolini controlla il mercato italiano di medicine. Tesserato P2 numero 961, si fa pagare profumatissime tangenti dalle case farmaceutiche che vogliono sbancare il lunario. Si è calcolato un flusso di tangenti dal 1988 al 1992 pari a 7.500 miliardi di lire. Viene arrestato, dopo un paio di mesi di latitanza, il 20 settembre 1993 a Losanna. Il suo tesoro è inestimabile. E’ intestatario di 18 conti bancari con 100 miliardi di lire dentro, gli sequestrano quattro casse ricolme di monete d’oro, sterline, kruggerand (monete sudafricane), Enu, monete provenienti dall’antica Ercolano e dal medagliere del Museo Archeologico di Napoli, sessanta opere d’arte di grande valore: opere del ‘600, Picasso, Modigliani, Guttuso, De Chirico, Dalì. Poi: un centinaio di lingotti d’oro, una cassa di pietre preziose con rubini, zaffiri e brillanti, rubli d’oro appartenuti allo zar Nicola II. Dulcis in fundo, cuciti all’interno del pouf del suo salotto i carabinieri (che impiegano 12 ore a classificare il tesoro) rinvengono 11 miliardi di lire e 200 milioni tra Bot e Cct, di cui Poggiolini si era dimenticato. Verrà condannato in Cassazione a 7 anni e mezzo e gli saranno confiscati 29 miliardi di lire. Nel 2006 è uscito di galera in virtù dell’indulto.

Abbiamo perso?

gabro.v@libero.it

COMMENTA QUESTO ARTICOLo nel blog di centomovimenti.com

un dovere civile
Gabriele Vecchione

Google
Web www.centomovimenti.com
CLICCA QUI PER TORNARE ALLA PRIMA PAGINA

ALTRE NOTIZIE

 

MANDA QUESTO ARTICOLO AD UN AMICO
Inserisci l'indirizzo del destinatario e clicca "invia"