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WWW.CENTOMOVIMENTI.COM - 20 FEBBRAIO 2007
La politica ama il magistrato à la carte

Daniela Gaudenzi

Che l’atrofia, la banalizzazione e la mistificazione linguistica siano la premessa di qualsiasi involuzione sociale e deriva autoritaria o antidemocratica l’aveva detto con insuperata arguzia e genialità Karl Kraus nella Germania che festosamente si stava per consegnare ad Hitler.
Al cimitero delle parole violentate e piegate alla disinformazione catodica quotidiana aveva dedicato il prologo del suo Raiot, censurato dal servizio pubblico ed acclamato nei teatri di tutta Italia, Sabina Guzzanti.
Curiosamente, ma puntualmente, nel quindicesimo anniversario di Mani Pulite è ritornato alla ribalta per essere penosamente “ridimensionato” e “corretto” uno degli epiteti più vergognosi ed umilianti nonché iperdivulgato nei confronti di un potere autonomo dello Stato, che il conflitto di interessi di un ex presidente del consiglio imputato e monopolista televisivo ha coniato e diffuso senza incontrare eccessivi ostacoli: le toghe rosse.

 

Dare della toga rossa o di un eventuale altro colore ad un magistrato significa non solo delegittimare il singolo ed esporlo a qualsiasi tipo di dileggio o di reazione, ma significa negare e mortificare la funzione giurisdizionale e dunque lo stato diritto.
Questa palese distorsione della verità e negazione dei fatti processuali riguardanti il presidente del consiglio, amici e sodali imputati di reati che vanno dalla corruzione in atti giudiziari, all’estorsione, all’associazione mafiosa ha dominato l’informazione nazionale alla vigilia e all’indomani di qualsiasi sentenza a carico di questi signori.
E tornerà a dominarla per i procedimenti miracolosamente sopravvissuti a Cirami, Cirielli, depenalizzazione del falso in bilancio e similari o inaspettatamente rinati, anche se per breve tempo, come il processo Sme a carico si Berlusconi grazie alla bocciatura costituzionale della Pecorella.

Il simbolo più appetito dai cacciatori di toghe rosse, quella Ilda Boccassini, rea persino di aver assistito alla presentazione de Il Caimano a Milano e accusata di partecipare a conclavi internazionali, mai esistiti, di investigatori eccellenti per perseguitare Silvio Berlusconi, oggi viene riscoperta come “grande investigatrice” dai suoi denigratori per aver coordinato l’inchiesta sulle nuove brigate rosse.
Riabilitazione, revisionismo, perenne e vergognoso tentativo di strumentalizzare la funzione di controllo della legalità da parte di una società politica sempre più meschina e miserevole.

“Finita la fase politica della magistratura riemergono le doti investigative” sentenzia Ignazio la Russa, avvocato; mentre Alfredo Mantovano collega di AN ma magistrato in aspettative si spinge quasi oltre “le toghe si valutano volta per volta, giorno per giorno. Certo rimangono alcuni giudizi, anche la Cassazione ha detto che sono state violate alcune regole. Ma oggi la Boccassini ha fatto il suo dovere e bisogna dargliene atto.” Come dire i magistrati fanno il loro dovere quando le inchieste favoriscono o sfavoriscono una parte politica oppure soddisfano o scontentano il ceto politico trasversalmente: questo è l’unico parametro di valutazione.
L’ulteriore riprova la si può ricavare in questi stessi giorni dalle reazioni del mondo politico e purtroppo della maggioranza di centro sinistra e del governo in carica al rinvio a giudizio di Nicolò Pollari e dei vertici del Sismi per il rapimento di Abu Omar: “il ribaltamento del tavolo” come dice Giuseppe D’Avanzo e l’attacco alla procura di Milano che ha precedenti solo con il governo Berlusconi, dimostrano la trasversalità nell’avversione al controllo di legalità e al ripristino dello Stato di diritto quando si vanno ad intaccare posizioni “intoccabili” ed interessi forti.

E la persone dei singoli magistrati diventano "amiche" o "nemiche", "buone" o "cattive" a seconda delle inchieste di cui sono titolari: Armando Spataro è un bravissimo e corretto magistrato quando indaga con Ilda Boccassini sulle nuove brigate rosse. Ritorna quel noto “bolscevico affetto da antiamericanismo” secondo la definizione dell’allora ministro Castelli, che deve essere stoppato con qualsiasi mezzo, anche accusandolo in extremis e contro ogni evidenza di aver violato il segreto di Stato, quando si occupa “dell’amata spia” che piace a troppi.

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Daniela Guadenzi

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