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Che l’atrofia,
la banalizzazione e la mistificazione
linguistica siano la premessa di qualsiasi
involuzione sociale e deriva autoritaria o
antidemocratica l’aveva detto con insuperata
arguzia e genialità Karl Kraus nella
Germania che festosamente si stava per
consegnare ad Hitler.
Al cimitero delle parole violentate e
piegate alla disinformazione catodica
quotidiana aveva dedicato il prologo del suo
Raiot, censurato dal servizio pubblico ed
acclamato nei teatri di tutta Italia, Sabina
Guzzanti.
Curiosamente, ma puntualmente, nel
quindicesimo anniversario di Mani Pulite è
ritornato alla ribalta per essere
penosamente “ridimensionato” e “corretto”
uno degli epiteti più vergognosi ed
umilianti nonché iperdivulgato nei confronti
di un potere autonomo dello Stato, che il
conflitto di interessi di un ex presidente
del consiglio imputato e monopolista
televisivo ha coniato e diffuso senza
incontrare eccessivi ostacoli: le toghe
rosse.
Dare della
toga rossa o di un eventuale altro colore ad
un magistrato significa non solo
delegittimare il singolo ed esporlo a
qualsiasi tipo di dileggio o di reazione, ma
significa negare e mortificare la funzione
giurisdizionale e dunque lo stato diritto.
Questa palese distorsione della verità e
negazione dei fatti processuali riguardanti
il presidente del consiglio, amici e sodali
imputati di reati che vanno dalla corruzione
in atti giudiziari, all’estorsione,
all’associazione mafiosa ha dominato
l’informazione nazionale alla vigilia e
all’indomani di qualsiasi sentenza a carico
di questi signori.
E tornerà a dominarla per i procedimenti
miracolosamente sopravvissuti a Cirami,
Cirielli, depenalizzazione del falso in
bilancio e similari o inaspettatamente
rinati, anche se per breve tempo, come il
processo Sme a carico si Berlusconi grazie
alla bocciatura costituzionale della
Pecorella.
Il simbolo più appetito dai cacciatori di
toghe rosse, quella Ilda Boccassini, rea
persino di aver assistito alla presentazione
de Il Caimano a Milano e accusata di
partecipare a conclavi internazionali, mai
esistiti, di investigatori eccellenti per
perseguitare Silvio Berlusconi, oggi viene
riscoperta come “grande investigatrice” dai
suoi denigratori per aver coordinato
l’inchiesta sulle nuove brigate rosse.
Riabilitazione, revisionismo, perenne e
vergognoso tentativo di strumentalizzare la
funzione di controllo della legalità da
parte di una società politica sempre più
meschina e miserevole.
“Finita la fase politica della magistratura
riemergono le doti investigative” sentenzia
Ignazio la Russa, avvocato; mentre Alfredo
Mantovano collega di AN ma magistrato in
aspettative si spinge quasi oltre “le toghe
si valutano volta per volta, giorno per
giorno. Certo rimangono alcuni giudizi,
anche la Cassazione ha detto che sono state
violate alcune regole. Ma oggi la Boccassini
ha fatto il suo dovere e bisogna dargliene
atto.” Come dire i magistrati fanno il loro
dovere quando le inchieste favoriscono o
sfavoriscono una parte politica oppure
soddisfano o scontentano il ceto politico
trasversalmente: questo è l’unico parametro
di valutazione.
L’ulteriore riprova la si può ricavare in
questi stessi giorni dalle reazioni del
mondo politico e purtroppo della maggioranza
di centro sinistra e del governo in carica
al rinvio a giudizio di Nicolò Pollari e dei
vertici del Sismi per il rapimento di Abu
Omar: “il ribaltamento del tavolo” come dice
Giuseppe D’Avanzo e l’attacco alla procura
di Milano che ha precedenti solo con il
governo Berlusconi, dimostrano la
trasversalità nell’avversione al controllo
di legalità e al ripristino dello Stato di
diritto quando si vanno ad intaccare
posizioni “intoccabili” ed interessi forti.
E la persone dei singoli magistrati
diventano "amiche" o "nemiche", "buone" o
"cattive" a seconda delle inchieste di cui
sono titolari: Armando Spataro è un
bravissimo e corretto magistrato quando
indaga con Ilda Boccassini sulle nuove
brigate rosse. Ritorna quel noto “bolscevico
affetto da antiamericanismo” secondo la
definizione dell’allora ministro Castelli,
che deve essere stoppato con qualsiasi
mezzo, anche accusandolo in extremis e
contro ogni evidenza di aver violato il
segreto di Stato, quando si occupa
“dell’amata spia” che piace a troppi.
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