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Il conflitto
(degenerato in pulizia etnica) in Darfur non
c’è, non è mai esistito o, se è esistito, è
terminato, e comunque non è degno di essere
spiegato agli italiani, ed è meglio parlare
delle beghe del cortile interno della
politica nostrana, degli screzi tra Veronica
e Silvio, della saga horror di Cogne,
di Erba, dello straordinario successo dei
ballerini sotto le stelle, di grandi
fratelli, di isole dei famosi, dell’ultimo
film di De Sica e della sua querelle
con Massimo Boldi. Chi è deputato a fare
approfondimento in Italia non è che
un’appendice della classe politica che detta
dunque al giornalista reggi – microfono
invitati, scalette e controparti. Non ha
tempo dunque di occuparsi di conflitti che
sono lontani, che non interessano a nessuno,
che sono tanto brutti “e che, mamma mia, non
le voglio manco sentire queste cose”. Il
problema di fondo è uno: che i giornalisti
non fanno il proprio dovere.
Non informano, non approfondiscono, non
formano l’opinione pubblica, ma una massa di
cittadini amorfi e silenziosi inebetiti da
un mare di bugie e distratti da una
girandola di opinioni, false notizie ed
eterne discussioni sull’aria fritta.
Opportunamente oggi qualche voce fuori dal
coro del conformismo generale denuncia la
“scomparsa dei fatti”, la scomparsa della
verità (negata per interessi particolari)
dalla vita pubblica, dall’informazione, dai
giornali. Ma su alcuni fatti vige quella che
il Presidente Napoletano, a proposito delle
foibe, ha definito la “congiura del
silenzio”.
L’Osservatorio
di Pavia e “Medici senza frontiere” ci
informano che i media italiani, in quattro
anni di eccidi e crimini contro l’umanità,
sono riusciti a parlare solo un’ora del
conflitto in Darfur. Un’ora. Un record. In
negativo, si capisce. Per dare l’idea: una
trasmissione di Vespa, Floris o Mentana che
sia dura due – tre ore. Se volessimo
calcolare quanto in Italia si è parlato
della sig.ra Franzoni, non basterebbero
numeri a tre cifre.
I FATTI
La regione del Darfur è situata nell’ovest
del Sudan, Africa centro – orientale. Il
conflitto affonda le radici in vecchie lotte
per il controllo delle risorse tra le
comunità del Darfur e gli allevatori del
resto del Sudan. Ad oggi il conflitto è tra
ribelli darfuriani e milizie
filo-governative Janjaweed. Il 21 luglio
2001 i gruppi ribelli si giurano sul Corano
cooperazione e fedeltà. Di lì a poco
cominciano ad attaccare stazioni di polizia
e avamposti militari. Il governo risponde
con massicci bombardamenti aerei, ma la
furia ribelle non si placa: nel giugno del
2002 viene attaccata una stazione di polizia
ed il 26 febbraio 2003 i ribelli rivendicano
la paternità dell’attacco. E’ lo scoppio
della guerra. L’esercito regolare è
impegnato su altri fronti, le prime mosse
dei ribelli sono vittoriose. Ma il governo
non sta a guardare: ben presto un massiccio
bombardamento devasta le fila dello
schieramento ribelle. E’ l’inizio della
fine. Il 25 aprile 2003 di buon mattino i
ribelli attaccano la guarnigione governativa
ancora addormentata. Uccidono 75 soldati, ne
catturano 32, tra cui un generale. Tutto
sembra volgersi bene ai ribelli: vincono 34
scontri su 38, uccidono altri 750 soldati e
300 vengono fatti prigionieri. Il nemico è
umiliato. Si cambiano gli schieramenti: il
governo affida la conduzione della guerra
all’Intelligence militare, all’Aeronautica e
soprattutto ai miliziani Janjaweed, fanatici
islamici che preferiscono essere chiamati
Mujahidin (guerrieri impegnati nel Jihad) e
che hanno nei loro curricula violenze
sessuali, minori venduti all’estero e
prigionieri trasformati in schiavi. I
miliziani volgono subito a loro favore la
situazione. Nella primavera 2004 migliaia di
persone vengono uccise e più di un milione
cacciate dalle proprie case. Uccisioni di
non combattenti e bambini fanno presagire un
intento di pulizia etnica, mentre 350.000
persone soffrono la fame. Nel dicembre 2005
muoiono 300 ribelli. Il 5 maggio 2006 si
arriva ad una pace che prevede il disarmo
dei Janjaweed e lo smantellamento delle
forze ribelli. L’accordo viene puntualmente
violato, anche perché due gruppi ribelli
minori non lo sottoscrivono. In estate
riprendono i combattimenti. Il governo
rifiuta l’invio di 17000 caschi blu e non
partecipa al Consiglio di Sicurezza Onu che,
tanto per salvare la forma, si tiene lo
stesso. Intanto si viene a sapere che nelle
ultime settimane sono state stuprate nei
campi profughi centinaia di donne. Il 31
agosto, ancora, vengono rifiutati 20000
caschi blu. Il governo riprende una grande
offensiva nel Darfur: 20 persone sonouccise
e 1000 costrette a fuggire dai propri
villaggi. L’8 settembre il Commissario Onu
per i rifugiati parla di “catastrofe
umanitaria”. Il 12 settembre un inviato
dell’UE afferma che “l’esercito sudanese sta
bombardando la popolazione civile in Darfur”.
A 355.000 persone sono tagliati gli aiuti
alimentari.
Assai difficile fare una stima precisa dei
morti, anche perché il governo ha impedito
ai giornalisti di raccontare la guerra. L’Onu
parla di più di 450.000 vittime, 2 milioni
di sfollati e 200.000 rifugiati. 10.000
morti al mese, escludendo le vittime dovute
alla violenza etnica.
Il 26 febbraio 2007 sarà il quarto
anniversario del conflitto. Un anniversario
mesto, luttuoso, che si svolgerà nel più
totale silenzio.
PERCHE' NON
NE PARLIAMO
L’informazione dovrebbe essere un
contropotere, dovrebbe far parte di quel
sistema di check and balances che
regola le democrazie liberali. Un
contraltare che i politici dovrebbero
temere: in una democrazia, appunto. Da noi è
impensabile che i giornalisti chiedano conto
di cosa hanno fatto i politici per il Darfur
(nulla: ed in tal caso perché non abbiano
fatto nulla. Si dirà di più: un parlamentare
è riuscito a dire che il Darfur è “una moda
non italiana che non dovrebbe arrivare in
Italia, uno stile di vita veloce, le cose
fatte in fretta, il mangiare in fretta”) o
che li spingano ad agire. Ad esercitare
pressioni sul governo sudanese per il
cessate il fuoco o perché accetti sul
territorio aiuti umanitari, per esempio. Noi
invece compriamo il petrolio dal Sudan (ci
possiamo onorare di essere i loro terzi
clienti nel mondo) e, insieme a Gran
Bretagna, Russia, Cina, Canada e Iran, gli
vendiamo le armi e le tecnologie sensibili.
Pur ammesso che un giornalista si documenti
e non ceda alla comoda pigrizia delle
infinite opinioni (lavorare stanca),
un politico, l’editore di riferimento,
gradirebbe l’argomento?
gabro.v@libero.it
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