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WWW.CENTOMOVIMENTI.COM - 24 FEBBRAIO 2007
Il rapporto tra l'informazione italiana e il Darfur
gabriele vecchione

Il conflitto (degenerato in pulizia etnica) in Darfur non c’è, non è mai esistito o, se è esistito, è terminato, e comunque non è degno di essere spiegato agli italiani, ed è meglio parlare delle beghe del cortile interno della politica nostrana, degli screzi tra Veronica e Silvio, della saga horror di Cogne, di Erba, dello straordinario successo dei ballerini sotto le stelle, di grandi fratelli, di isole dei famosi, dell’ultimo film di De Sica e della sua querelle con Massimo Boldi. Chi è deputato a fare approfondimento in Italia non è che un’appendice della classe politica che detta dunque al giornalista reggi – microfono invitati, scalette e controparti. Non ha tempo dunque di occuparsi di conflitti che sono lontani, che non interessano a nessuno, che sono tanto brutti “e che, mamma mia, non le voglio manco sentire queste cose”. Il problema di fondo è uno: che i giornalisti non fanno il proprio dovere.
Non informano, non approfondiscono, non formano l’opinione pubblica, ma una massa di cittadini amorfi e silenziosi inebetiti da un mare di bugie e distratti da una girandola di opinioni, false notizie ed eterne discussioni sull’aria fritta.
Opportunamente oggi qualche voce fuori dal coro del conformismo generale denuncia la “scomparsa dei fatti”, la scomparsa della verità (negata per interessi particolari) dalla vita pubblica, dall’informazione, dai giornali. Ma su alcuni fatti vige quella che il Presidente Napoletano, a proposito delle foibe, ha definito la “congiura del silenzio”.

L’Osservatorio di Pavia e “Medici senza frontiere” ci informano che i media italiani, in quattro anni di eccidi e crimini contro l’umanità, sono riusciti a parlare solo un’ora del conflitto in Darfur. Un’ora. Un record. In negativo, si capisce. Per dare l’idea: una trasmissione di Vespa, Floris o Mentana che sia dura due – tre ore. Se volessimo calcolare quanto in Italia si è parlato della sig.ra Franzoni, non basterebbero numeri a tre cifre. 

 

I FATTI
La regione del Darfur è situata nell’ovest del Sudan, Africa centro – orientale. Il conflitto affonda le radici in vecchie lotte per il controllo delle risorse tra le comunità del Darfur e gli allevatori del resto del Sudan. Ad oggi il conflitto è tra ribelli darfuriani e milizie filo-governative Janjaweed. Il 21 luglio 2001 i gruppi ribelli si giurano sul Corano cooperazione e fedeltà. Di lì a poco cominciano ad attaccare stazioni di polizia e avamposti militari. Il governo risponde con massicci bombardamenti aerei, ma la furia ribelle non si placa: nel giugno del 2002 viene attaccata una stazione di polizia ed il 26 febbraio 2003 i ribelli rivendicano la paternità dell’attacco. E’ lo scoppio della guerra. L’esercito regolare è impegnato su altri fronti, le prime mosse dei ribelli sono vittoriose. Ma il governo non sta a guardare: ben presto un massiccio bombardamento devasta le fila dello schieramento ribelle. E’ l’inizio della fine. Il 25 aprile 2003 di buon mattino i ribelli attaccano la guarnigione governativa ancora addormentata. Uccidono 75 soldati, ne catturano 32, tra cui un generale. Tutto sembra volgersi bene ai ribelli: vincono 34 scontri su 38, uccidono altri 750 soldati e 300 vengono fatti prigionieri. Il nemico è umiliato. Si cambiano gli schieramenti: il governo affida la conduzione della guerra all’Intelligence militare, all’Aeronautica e soprattutto ai miliziani Janjaweed, fanatici islamici che preferiscono essere chiamati Mujahidin (guerrieri impegnati nel Jihad) e che hanno nei loro curricula violenze sessuali, minori venduti all’estero e prigionieri trasformati in schiavi. I miliziani volgono subito a loro favore la situazione. Nella primavera 2004 migliaia di persone vengono uccise e più di un milione cacciate dalle proprie case. Uccisioni di non combattenti e bambini fanno presagire un intento di pulizia etnica, mentre 350.000 persone soffrono la fame. Nel dicembre 2005 muoiono 300 ribelli. Il 5 maggio 2006 si arriva ad una pace che prevede il disarmo dei Janjaweed e lo smantellamento delle forze ribelli. L’accordo viene puntualmente violato, anche perché due gruppi ribelli minori non lo sottoscrivono. In estate riprendono i combattimenti. Il governo rifiuta l’invio di 17000 caschi blu e non partecipa al Consiglio di Sicurezza Onu che, tanto per salvare la forma, si tiene lo stesso. Intanto si viene a sapere che nelle ultime settimane sono state stuprate nei campi profughi centinaia di donne. Il 31 agosto, ancora, vengono rifiutati 20000 caschi blu. Il governo riprende una grande offensiva nel Darfur: 20 persone sonouccise e 1000 costrette a fuggire dai propri villaggi. L’8 settembre il Commissario Onu per i rifugiati parla di “catastrofe umanitaria”. Il 12 settembre un inviato dell’UE afferma che “l’esercito sudanese sta bombardando la popolazione civile in Darfur”. A 355.000 persone sono tagliati gli aiuti alimentari.
Assai difficile fare una stima precisa dei morti, anche perché il governo ha impedito ai giornalisti di raccontare la guerra. L’Onu parla di più di 450.000 vittime, 2 milioni di sfollati e 200.000 rifugiati. 10.000 morti al mese, escludendo le vittime dovute alla violenza etnica.
Il 26 febbraio 2007 sarà il quarto anniversario del conflitto. Un anniversario mesto, luttuoso, che si svolgerà nel più totale silenzio.

PERCHE' NON NE PARLIAMO
L’informazione dovrebbe essere un contropotere, dovrebbe far parte di quel sistema di check and balances che regola le democrazie liberali. Un contraltare che i politici dovrebbero temere: in una democrazia, appunto. Da noi è impensabile che i giornalisti chiedano conto di cosa hanno fatto i politici per il Darfur (nulla: ed in tal caso perché non abbiano fatto nulla. Si dirà di più: un parlamentare è riuscito a dire che il Darfur è “una moda non italiana che non dovrebbe arrivare in Italia, uno stile di vita veloce, le cose fatte in fretta, il mangiare in fretta”) o che li spingano ad agire. Ad esercitare pressioni sul governo sudanese per il cessate il fuoco o perché accetti sul territorio aiuti umanitari, per esempio. Noi invece compriamo il petrolio dal Sudan (ci possiamo onorare di essere i loro terzi clienti nel mondo) e, insieme a Gran Bretagna, Russia, Cina, Canada e Iran, gli vendiamo le armi e le tecnologie sensibili. Pur ammesso che un giornalista si documenti e non ceda alla comoda pigrizia delle infinite opinioni (lavorare stanca), un politico, l’editore di riferimento, gradirebbe l’argomento?

gabro.v@libero.it

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Gabriele Vecchione

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