|
Un
ultimatum non richiesto dal Capo del
governo, la solita retorica dell'unità
per recitare la parte del martire, e un
voto senza fiducia in cui l'unico a
rischiare sarebbe stato il governo
Prodi. Due signori immolati al momento
giusto in pasto ai media con le
bandierine anti-americane per poter
additare la famigerata "sinistra
radicale", mentre colui che ha tolto e
definitivamente l'appoggio
all'esecutivo, quel De Gregorio ex
forzista eletto con l'Italia dei Valori,
si era defilato per tempo. Dipinti come
decisivi complici tre astenuti, i
senatori a vita Cossiga, Andreotti e
Pininfarina su cui al contrario non si
era mai basata la maggioranza (158 voti
all'origine, con De Gregorio e Pallaro,
più i 4 senatori a vita Montalcini,
Colombo, Scalfaro e Ciampi), utili per
dimostrare gli effetti nefasti del
mancato colpo di spugna sugli 007 sotto
processo per il sequestro di Abu Omar,
dei propositi laicisti e della temibile
politica redistributrice dei redditi che
ha osato ritoccare le aliquote Irpef per
gli over 70mila euro.
E' il
delitto perfetto, col suo martire, i
suoi colpevoli, gli indirizzi
programmatici da (non) seguire. Resta
solo da capire quando sarà datato. Lo
scopo è neutralizzare le riforme
previste nel programma dell'Unione, in
particolare su Giustizia e Informazione,
ancora inattuate e in fase di
discussione. Ed infatti, nel dodecalogo
frutto di "trattative" con autorevoli
esponenti del centrosinistra, i punti
fermi sono quelli assenti:
l'abbattimento delle leggi-vergogna,
l'approvazione della legge Gentiloni e
di una seria norma (incandidabilità per
chi non vende le televisioni) sul
conflitto d'interessi, le riforme della
Giustizia per la certezza della pena e
la durata dei processi, la lotta
all'evasione e al precariato, la
prosecuzione delle liberalizzazioni
anche nei settori chiave dell'energia e
dei trasporti. Tutti invece saranno
ancora impegnati a scannarsi sulle
clamorose priorità dei "Dico" e delle
prossime Vicenza, in modo tale da
sfornare alibi e colpevoli a getto
continuo. Mercoledì si saprà se i tempi
per la caduta sono giù maturi, come
sostiene Carlo Rossella, che ieri ha
ricordato la famosa conta del '98, o
invece, come profetizzava Dell'Utri in
un'intervista al Corriere in cui
abbracciava ancora una volta Massimo D'Alema,
certe cose non vanno fatte a "cadavere
caldo". E se lo dice un condannato in
primo grado per concorso esterno in
associazione mafiosa, c'è da credergli.
C'è chi come Rutelli ha tentato di
evitare l'harakiri, chiedendo fosse
posta la questione di fiducia, e poi,
mentre già sibilavano le richieste di
voto anticipato (perché nessuno propone
di ri-eleggere solo il Senato, dove una
manovra parlamentare sta affondando la
maggioranza, pur risicata, uscita dal
voto?) e di governissimi, cercando di
rafforzare l'Unione con l'invito all'ex
Udc Follini. Ma i pochi pompieri devono
fare i conti coi tanti parlamentari
vicini a chi non cessa un istante di
colpevolizzare "certa sinistra", mentre
è sempre molto amato da certa "destra",
berlusconiana.
"Disse che Mediaset è un patrimonio del
Paese", gli ha rammentato Confalonieri,
"la Bicamerale è un discorso interrotto
da riprendere" gli ricorda amorevolmente
Dell'Utri, mentre fosse per Giuliano
Ferrara siederebbe al Quirinale. Un
amore corrisposto, come ha rivelato
anche Violante col suo discorso alla
Camera nel 2003: "Vi è stata data
garanzia piena, già dal 1994, lo sa lei
e lo sa l'onorevole Letta, che non
sarebbero state toccate le tv". E, come
insegna Dell'Utri, certi patti sono per
sempre.
COMMENTA QUESTO ARTICOLo nel blog di
centomovimenti.com
|