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E'
noto che in politica di idee nuove non
ve ne sono molte. E quelle poche che
circolano non vengono quasi mai alla
luce. Vittime della partitocrazia, le
idee si perdono nel calderone dei
compromessi. Si sa, i partiti
rappresentano uno spicchio di mondo, e a
quello spicchio ci rimangono attaccati.
Anche perché le elezioni si vincono con
i numeri e non con gli slanci ideali.
Meglio restare quindi sul sicuro che
fare gli eroi solitari. Meglio sfruttare
i vecchi cavalli di battaglia che
rischiare salti nel buio. Alcuni
obiettano che un tale stallo si deve ai
cittadini che votano da sempre lo stesso
partito perché gli zoccoli duri
consentono ai vecchi partiti di
sopravvivere. Obiezione veritiera, ma il
mercato è controllato e poi si sa che in
politica conta più il cuore che il
cervello. E molti elettori attendono
invano da anni di innamorarsi di nuovo,
di un idea, di un progetto. Cuori
infranti, e pure abbandonati da quando i
partiti hanno smarrito la loro funzione
pedagogica. La capacità cioè di
coinvolgere il popolo e guidarlo verso
nuove frontiere politiche.
Oggi il popolo fa la sua vita ed i
partiti la loro. Ridotti a società
elettorali, svuotati di contenuti forti,
i partiti si rifugiano nella demagogia e
nel marketing. E cioè le solite facce,
le solite cose, il tutto condito con una
manciata di sogni ben confezionati. Già,
perché tanto poi, una volta in sella,
tutto si perde nel marasma della
faziosità, là nei salotti televisivi
dove perfino la verità è opinabile. Là
dove gli oratori, tra cerone e vestiti
di sartoria, consumano i noiosi riti
della partitocrazia moderna. Tanto le
cose che contano si fanno nelle
segreterie di partito e nei corridoi, là
dove si sostanzia la caccia alle
poltrone. Già, perché senza idee e
progetti importanti, la politica non è
altro che gestione ordinaria del potere.
O meglio, spartizione ordinaria del
potere con il beneplacito di burocrazie
ed affari. Ed è in tale contesto che
l'eterna diatriba tra riformisti e
massimalisti, tra stato e mercato, tra
pubblico e privato, ha perso di sostanza
politica. Se i partiti si occupano delle
proprie clientele, di rappresentare il
proprio spicchio di mondo, allora
l'attività politica tutta si riduce ad
un eterno litigio tra lobby su come
spartirsi i soldi pubblici, su chi far
gravare le tasse o su quali costi
tagliare. Un misero mercato a scapito di
un progetto politico organico che vada
al di là dello scontro tra partito delle
tasse e quello delle libertà. Ed al di
là della stupida dicotomia tra maggiori
libertà ed opportunità da una parte, e
garanzie e giustizia sociale dall'altra.
La sfida del futuro è, infatti, trovare
soluzioni che centrino entrambi gli
obiettivi, perché una maggiore libertà
non è affatto in contrasto con le
responsabilità sociali. Cosi come la
maggiore competitività del sistema non
lo è con la giustizia sociale. La sfida
oggi è andare oltre, lo stato sociale
non è messo in discussione da nessuno,
quello che invece è in discussione è la
sua qualità, la sua capacità di
evolversi e rinnovarsi per rispondere in
maniera innovativa ai problemi irrisolti
e per dare risposte ai nuovi problemi.
Una via politica innovatrice che
richiede idee e energie, cose che la
partitocrazia moderna non è in grado di
generare. Per questo l'unico riformismo
che ha senso oggi, è quello che la
politica dovrebbe esercitare su se
stessa. Un riformismo mirato a ridare
alla politica la capacità di svolgere
adeguatamente la sua funzione. Che
permetta alle idee presenti nella
società di emergere e concretizzarsi in
un azione politica lungimirante e
all'altezza delle sfide di oggi.
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