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WWW.CENTOMOVIMENTI.COM - 8 GENNAIO 2007
Riformisti di se stessi
Tommaso Merlo

E' noto che in politica di idee nuove non ve ne sono molte. E quelle poche che circolano non vengono quasi mai alla luce. Vittime della partitocrazia, le idee si perdono nel calderone dei compromessi. Si sa, i partiti rappresentano uno spicchio di mondo, e a quello spicchio ci rimangono attaccati. Anche perché le elezioni si vincono con i numeri e non con gli slanci ideali. Meglio restare quindi sul sicuro che fare gli eroi solitari. Meglio sfruttare i vecchi cavalli di battaglia che rischiare salti nel buio. Alcuni obiettano che un tale stallo si deve ai cittadini che votano da sempre lo stesso partito perché gli zoccoli duri consentono ai vecchi partiti di sopravvivere. Obiezione veritiera, ma il mercato è controllato e poi si sa che in politica conta più il cuore che il cervello. E molti elettori attendono invano da anni di innamorarsi di nuovo, di un idea, di un progetto. Cuori infranti, e pure abbandonati da quando i partiti hanno smarrito la loro funzione pedagogica. La capacità cioè di coinvolgere il popolo e guidarlo verso nuove frontiere politiche.

 

Oggi il popolo fa la sua vita ed i partiti la loro. Ridotti a società elettorali, svuotati di contenuti forti, i partiti si rifugiano nella demagogia e nel marketing. E cioè le solite facce, le solite cose, il tutto condito con una manciata di sogni ben confezionati. Già, perché tanto poi, una volta in sella, tutto si perde nel marasma della faziosità, là nei salotti televisivi dove perfino la verità è opinabile. Là dove gli oratori, tra cerone e vestiti di sartoria, consumano i noiosi riti della partitocrazia moderna. Tanto le cose che contano si fanno nelle segreterie di partito e nei corridoi, là dove si sostanzia la caccia alle poltrone. Già, perché senza idee e progetti importanti, la politica non è altro che gestione ordinaria del potere. O meglio, spartizione ordinaria del potere con il beneplacito di burocrazie ed affari. Ed è in tale contesto che l'eterna diatriba tra riformisti e massimalisti, tra stato e mercato, tra pubblico e privato, ha perso di sostanza politica. Se i partiti si occupano delle proprie clientele, di rappresentare il proprio spicchio di mondo, allora l'attività politica tutta si riduce ad un eterno litigio tra lobby su come spartirsi i soldi pubblici, su chi far gravare le tasse o su quali costi tagliare. Un misero mercato a scapito di un progetto politico organico che vada al di là dello scontro tra partito delle tasse e quello delle libertà. Ed al di là della stupida dicotomia tra maggiori libertà ed opportunità da una parte, e garanzie e giustizia sociale dall'altra. La sfida del futuro è, infatti, trovare soluzioni che centrino entrambi gli obiettivi, perché una maggiore libertà non è affatto in contrasto con le responsabilità sociali. Cosi come la maggiore competitività del sistema non lo è con la giustizia sociale. La sfida oggi è andare oltre, lo stato sociale non è messo in discussione da nessuno, quello che invece è in discussione è la sua qualità, la sua capacità di evolversi e rinnovarsi per rispondere in maniera innovativa ai problemi irrisolti e per dare risposte ai nuovi problemi. Una via politica innovatrice che richiede idee e energie, cose che la partitocrazia moderna non è in grado di generare. Per questo l'unico riformismo che ha senso oggi, è quello che la politica dovrebbe esercitare su se stessa. Un riformismo mirato a ridare alla politica la capacità di svolgere adeguatamente la sua funzione. Che permetta alle idee presenti nella società di emergere e concretizzarsi in un azione politica lungimirante e all'altezza delle sfide di oggi.

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