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Ci
era già stato annunciato da autorevoli
esponenti dell’Unione che non ci sarebbe
stato né il tempo né la volontà di
abrogare le leggi vergogna e che il
centro sinistra avrebbe guardato avanti
ed oltre.
Dopo oltre otto mesi di legislatura ci
troviamo con gli assetti
dell’informazione televisiva immutati,
con il conflitto di interessi totalmente
irrisolto, con la ricerca e l’università
in ginocchio, la impressionante
inadeguatezza della istruzione pubblica
derubricata a una questione di bullismo
da risolvere con qualche intervento
disciplinare, con la giustizia in stato
pre-comatoso, stretta tra la morsa del
“nuovo” ordinamento giudiziario,
lievemente ritoccato, e la sostanziale
impossibilità di celebrare i processi in
tempi umani.
Il Ministro della Giustizia Clemente
Mastella, sceso in campo, in questi
giorni per difendere il “povero” Fuda,
primo firmatario dell’emendamento
salva-amministratori “misteriosamente”
ricomparso in finanziaria, “attaccato
vergognosamente perché è un Calimero
calabrese” ha rivendicato il diritto
alla prescrizione per i reati contabili
e si è scagliato contro “la zavorra
morale” rappresentata dai giustizialisti.
Adesso,
lo stesso ministro, annuncia l’avvento
di “un nuovo umanesimo giudiziario” e
spiega dal carcere di Benevento che si
tratterà di “ una sorta di piccola
rivoluzione copernicana nel mondo della
giustizia, evitando languidi tramonti, e
favorendo la possibilità di velocizzare
i tempi dei procedimenti che a volte
appaiono lentissimi e molto distanti da
quelle che sono le aspettative dei
cittadini”.
Naturalmente non c’è che da prenderlo in
parola ed attendere fiduciosi e
trepidanti la serie di disegni di legge
finalizzati alla drastica riduzione dei
tempi processuali che entro fine gennaio
dovrebbero essere presentati in
consiglio dei ministri.
Una serie di interventi in primis sulle
prescrizioni, i cui tempi dovrebbero
essere sospesi, come avviene in tutti i
paesi in cui la certezza del diritto e
della pena non sono una barzelletta,
almeno da quando viene appellata la
condanna di primo grado, in modo da
vanificare le tecniche dilatorie che in
questi ultimi anni, grazie allo pseudo
garantismo che ha fatto da copertura
alla impunità, hanno sottratto alla
giustizia tutti i potenti d’Italia.
Gli altri punti qualificanti dovrebbero
essere l’introduzione di un “giudicato”
all’inizio del processo di primo grado
per radicare la competenza territoriale
in modo inequivocabile e prevenire le
conseguenze disastrose che si sono
verificate con il recente pronunciamento
della Cassazione nel processo Sme e la
limitazione dei ricorsi in Cassazione il
cui numero abnorme sta paralizzando il
lavoro della corte a cui peraltro sono
riservate solo funzioni di legittimità e
non di merito.
Come tale intento riformatore si possa
conciliare con la permanenza in vigore
delle leggi ad personam che hanno
portato, dopo un quinquennio di
legislazione inciucista sul fronte della
giustizia, spacciata come garantista e
bipartisan, all’annientamento dello
stato di diritto e della certezza della
pena, non è dato sapere; e nemmeno, a
ben vedere, come possa proficuamente
realizzarsi senza una riforma coerente
del codice di procedura penale che dopo
la riforma a metà dell’ 1989 e le
successive modifiche ispirate al “giusto
processo” è più che mai un ibrido
irrisolto, oscillante in modo
schizofrenico tra sistema accusatorio e
sistema inquisitorio.
Ma soprattutto i dubbi e le perplessità,
per usare un eufemismo, riguardano gli
uomini, il loro profilo politico, la
loro coerenza e la loro credibilità.
E se si deve pensare che il nuovo
skyline della giustizia italiana sarà
tracciato da Clemente Mastella, la
preoccupazione lascia il posto ad una
cupa ilarità.
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