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Tutto
questo gran parlare di fase 2 e di
riformismo inattuato può aver indotto in
errore osservatori ed elettori. Il
Ministro per le riforme Giulio Santagata
ha subito chiarito che non si tratta di
applicare il programma elettorale nella
parte riguardante la cancellazione delle
leggi vergogna, cui dobbiamo la
devastazione della Giustizia italiana a
tutto danno delle vittime e della
comunità.
Per quei cambiamenti, relativi ai
settori più cari a Berlusconi, non c'è
fretta. Al contrario a fine luglio hanno
trovato il tempo per approvare, senza
una riflessione approfondita richiesta
da tutti gli addetti ai lavori, un
indulto extralarge che ha salvato altri
criminali in colletto bianco e non ha
svuotato le carceri sovraffollate di “povericristi”,
immigrati senza permesso e
tossicodipendenti riarrestati in virtù
della Bossi-Fini e della legge sulle
droghe leggere tuttora in vigore.
La depenalizzazione del falso in
bilancio nel paese dei crac Parmalat e
Cirio è l’esatto opposto della
legislazione americana, che ha inasprito
le pene per i reati societari e da
sempre colpisce in modo implacabile gli
evasori, considerati ladri che
danneggiano l’intera comunità
peggiorando il livello dei servizi
(Scuola, Sanità, Polizia, Trasporti) e
penalizzando i contribuenti onesti. In
Italia, invece, i riformisti dalle
ignote riforme dicono no “al furore
ideologico di chi considera l’evasore un
ladro” in strana sintonia col capo
dell’opposizione e dell’evasione.
Divertente anche la perseguibilità del
falso in bilancio a querela di uno dei
soci: come ricorda il giudice Davigo è
come se per il “furto ci si rimettesse
alla querela del ladro”.
Per comprendere la violazione della
parità tra Accusa e Difesa e incenerire
la legge Pecorella che rende
inappellabili le sentenze di
proscioglimento le menti del
centrosinistra necessitano della
dichiarazione di incostituzionalità
timbrata dalla Consulta. Il problema
prioritario, spiegava al Foglio solo
qualche mese fa la capogruppo dell’Ulivo
in Senato, la dalemiana catanese Anna
Finocchiaro, è "l’ingolfamento della
Cassazione".
Inoltre, fatta salvo la separazione
delle carriere, resta in vigore per nove
decimi la legge Castelli, a partire
dalla gerarchizzazione delle Procure che
mina alla base il principio
dell’obbligatorietà dell’azione penale.
Così come è ancora viva e vegeta la
Cirami che introduce tra le possibili
cause di trasferimento di un
procedimento il legittimo sospetto
sull’imparzialità dei giudici. Anche se
non è servita a Berlusconi e Previti per
i loro processi “toghe sporche”,
tantissimi imputati anche per mafia
continuano a presentare improbabili
istanze di remissione (effettuabili in
modo assolutamente discrezionale e senza
limite di tempo e di numero) che
consentono di avvicinare la Santa
prescrizione. Si è detto fiducioso
sull'abolizione dell'Ex Cirielli che ne
riduce drasticamente i tempi il
responsabile Giustizia dei Ds Massimo
Brutti, con un eccesso di trasparenza
tipico di quei politici a conoscenza
degli inciuci decisi dai compagni di
banco. Motivo? Berlusconi ne “ha già
usufruito”.
In effetti il reato di corruzione di
testimone di cui è imputato il Cavaliere
assieme allo stratega del suo sistema
offshore, l’avvocato David Mills, andrà
in prescrizione nel febbraio 2008. Le
prove documentali in mano alla Procura
sono schiaccianti: la doppia confessione
di Mills, che prima con una lettera al
suo commercialista inglese e poi davanti
ai pm milanesi ha ammesso di aver
ricevuto 600mila dollari da Bernasconi
per conto di Berlusconi per non dire
tutta la verità ai giudici in altri due
processi, tenendo fuori dai guai il
padrone di Mediaset. Ma grazie all’ex
Cirielli non si arriverà ad alcuna
condanna: un trionfo della Giustizia
uguale per tutti. Dunque aveva ragione
Maccanico che col suo Lodo, ovviamente
cestinato dalla Consulta, voleva
regalare l’impunità a Berlusconi: almeno
si sarebbero evitati i disastri delle
leggi cosiddette ad personam che hanno
finito col salvare un’infinità di
delinquenti d’ogni specie. Ora Mastella
propone di bloccare la prescrizione al
primo grado se la Difesa ricorre in
Appello e di definire un “giudicato”
all’inizio del processo per radicare la
competenza territoriale. Un’iniziativa
senza dubbio meritevole ma priva di
senso se resta in vigore la Ex Cirielli
che sta mandando in fumo migliaia di
procedimenti. Qualcuno che si alzi
durante il summit di Caserta per provare
a riempire di significato il termine
"riformisti", per esempio realizzando
riforme sul modello americano come
l'inasprimento delle pene per i reati
dei colletti bianchi, il divieto per i
condannati di ricoprire cariche
pubbliche, elettive e non, e il calcolo
della prescrizione nella sola fase
istruttoria? Non se ne parla neppure.
Così come non si scorge un barlume di
riforme nel tunnel dell’Informazione
italiana. La bozza predisposta in questi
giorni da Gentiloni non ridurrebbe
l’influenza dei partiti sulla tv
pubblica, in quanto la Fondazione cui si
pensa di affidare la gestione della Rai
avrebbe dei consiglieri di nomina
comunque politica, e lo spezzettamento
in tre società significa triplicare i
Consigli di amministrazione.
Come da previsioni non è stata ancora
calendarizzata la timida riforma
antitrust che a 15 mesi
dall’approvazione obbligherebbe Mediaset
e Rai a trasferire sul digitale una rete
liberando le frequenze per altri
editori, e cancellerebbe lo scandaloso
Sic riducendo ad un comunque altissimo
45% il tetto per la raccolta
pubblicitaria. Per quanto riguarda i
conflitti d’interessi basterebbe
applicare una teoria millenaria già
praticata nella democrazia ateniese: non
ci si deve occupare di interessi privati
nel periodo in cui si è chiamati a
contribuire alle decisioni che
riguardano la res publica. E ciò deve
valere dal premier fino all’ultimo
consigliere di minoranza dell’ultimo
Consiglio comunale, per tutte le
autorità di controllo indipendenti e in
tutti i settori, dal calcio alla sanità.
Se la commistione viene legalizzata, se
pubblico e privato coincidono, non
servono nemmeno più le tangenti per
arrivare ad appalti truccati e gonfiati,
a finanziamenti e consulenze illecite
che derubano i cittadini e alterano il
libero mercato. Prima di parlare di una
necessaria regolamentazione generale, è
vitale risolvere il conflitto
d’interessi che sta alla base e
impedisce di vedere tutti gli altri.
La cosa più semplice sarebbe applicare
la legge Scelba del ’57
sull’ineleggibilità per i titolari di
pubbliche concessioni, che però è sempre
stata aggirata, anche dal centrosinistra
nella Giunta per le elezioni del ’96,
che ha considerato ineleggibile il
presidente di Mediaset Confalonieri e
non il “mero proprietario” Berlusconi.
Sarebbe efficace anche la proposta di
“incandidabilità” allo studio del gruppo
di lavoro coordinato dal Ministro Chiti
con Passigli e Bassanini. Quest’ ipotesi
lascerebbe al suo posto il parlamentare
Berlusconi proprietario di tv, ma lo
costringerebbe a scegliere a ridosso
delle elezioni: rinunciare alla
candidatura o al proprio impero
mediatico. Del tutto inutile invece la
proposta ufficiale del centrosinistra,
firmata Franceschini-Violante, che
prevede l’incompatibilità governativa.
Si tratta di un’impostazione adatta per
aziende di altri settori, non certo per
il Quarto Potere alla base di ogni
democrazia. Non esiste solo il problema
dei favori del Berlusconi-premier alle
sue aziende, ma- cosa unica al mondo- la
ben più grave alterazione democratica
delle tv Mediaset che aiutano il
candidato Berlusconi a tornare premier.
Anche per quanto riguarda le modalità
della risoluzione del conflitto tutte le
ipotesi che non siano la vendita delle
reti sono ininfluenti. La
sterilizzazione dei voti del Cda o
l’affidamento ad una gestione
fiduciaria, il cosiddetto “blind trust”,
non impedirebbero certo ai giornalisti
Mediaset di sapere chi è di fatto, e
tornerà presto ad essere anche
formalmente, il padrone. E’ la stessa
proposta che anni addietro fecero i
berluscones e fu definita “blind truff”
dai dirigenti del centrosinistra. Non si
spiega, a meno che le misteriose riforme
dei riformisti non siano quelle di
Berlusconi.
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