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Proprio
ieri in molti ricordavano la scomparsa
di Fabrizio De Andrè avvenuta otto anni
fa. Mercoledì invece la tv annunciava a
torto la scomparsa di Mister Loren,
volendo cosi alludere a Carlo Ponti,
anche se tutti sanno che l’inventore
della sempre verde Sophia è proprio lui.
Uno morì di tumore a Milano e l’altro di
vecchiaia a Zurigo. E subito viene in
mente un paragone moderno, tra chi
sceglie sempre e comunque il paese dove
è nato, e chi invece per i propri conti
ed affari si rifugia all’estero. Per un
esempio più concreto basterebbe guardare
agli illustri ultimi ricoverati. Mister
Berlusconi per impiantare un bypass è
volato in America, Sir Bertinotti è
rimasto in Italia, ma si è affidato alle
coccole di una clinica privata, mentre
il Professor Amato ha scelto la
struttura pubblica, meschino. Certo a
vedere le inchieste degli ultimi giorni
sullo stato dei nostri ospedali, credo
che chiunque vorrebbe volare lontano da
questa sanità ridotta a pezzi.
Ma il
paragone tra Ponti e De Andrè, porta
altro ancora. Entrambi son stati
testimoni di un Paese che cercava di
ricostruirsi sulle macerie lasciate
dalla guerra. Di restituire fiducia a
chi aveva combattuto e a chi comunque
doveva andare avanti. Il neorealismo del
cinema prodotto da Ponti (e De
Laurentiis) è stato una prova di
coraggio, un volersi imporre nella
storia con la magia del cinema. Di quel
mezzo, che riesce allo stesso tempo ad
incantare e raccontare anche le atrocità
più barbare di cui riesce a macchiarsi
l’uomo. Indimenticabili alcune scene
della “Ciociara”, di “Roma città aperta”
che per merito dei loro interpreti
meriterebbero di entrare nei libri di
storia, al posto di tanti sermoni di
certi professori troppo indottrinati.
E negli anni ’50 è l’Italia che si
incontra nei cinematografi della
Parrocchia, dove nei paesi i film
arrivano in ritardo rispetto alle grandi
città. Si esce per vedere qualcosa,
forse senza nemmeno sapere esattamente
cosa. Un paese che si fida, perché da
perdere non ha più nulla, e pian piano
senza accorgersene sta crescendo. Perché
la fiducia porta alla crescita, porta ad
osare sempre un po’ di più, a spingersi
oltre quello che si conosceva già.
Chi ha regalato un’emozione con
un’immagine, rimanendo relegato nei
titoli di coda, e chi protagonista delle
proprie poesie l’ha fatto cantando.
Entrambi laureati in Giurisprudenza,
entrambi restii al mondo del diritto,
approdati all’arte quasi per caso.
Il merito di questi due signori? Di
averci dato la possibilità di sognare
ancora un po’, di aver regalato un po’
di fiducia a quelle generazioni che poi
avrebbero contribuito al miracolo del
boom economico e a tutti quelli che
sarebbero arrivati dopo. Perché se loro
se ne sono andati, tutta la loro opera
rimane a noi, involontari eredi di un
pezzo di storia vera.
Visto che la cronaca e la politica, non
lasciano molte speranze, continuo con
ingenua fiducia a confidare in quel
verso di De Andrè “dai diamanti non
nasce niente, dal letame nascono i
fior”.
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