|

Il 6 gennaio
scorso è stato l’anniversario della morte di
un grande uomo, Piersanti Mattarella.
Era un uomo pericoloso, un politico
sovversivo: aveva annunciato la “politica
delle carte in regola”. Cresciuto alla
scuola di Aldo Moro, diventa Presidente
della Regione Sicilia lo stesso giorno in
cui le Brigate Rosse rapiscono il suo
maestro e uccidono tutta la sua scorta: è il
16 marzo 1978. Decide di non accontentarsi,
di percorrere un sentiero impervio, nel
quale pochi si avventurano. Molti, dopo
essere stati calunniati e isolati, ne sono
usciti uccisi, salvo poi essere commemorati
anche da chi li aveva lasciati soli,
quand’erano vivi. Mattarella vuole
moralizzare la vita pubblica, si oppone alle
irregolarità nell’assegnazione degli
appalti, manda ispezioni, esige la
trasparenza, modernizza la pubblica
amministrazione, vara una riforma
urbanistica contro gli speculatori edilizi,
costringe alle dimissioni un assessore
colluso. Tra crescenti difficoltà, dispone
ispezioni sugli appalti vinti dagli Spatola,
due boss assai potenti, e riesce a
bloccarli.
Vede che nella Dc, il suo partito, ci sono
consolidati rapporti con le cosche, e ne
chiede al segretario nazionale, Zaccagnini,
il commissariamento.
Non lo ottiene: Vito Ciancimino, condannato
finalmente nel 2001 per mafia, e Salvo Lima,
uomo in stretti contatti con Cosa Nostra,
sono i veri padroni della Dc siciliana.
Sempre più solo e debole, presenta la sue
denunce in Consiglio dei Ministri. Mezz’ora
dopo i boss già sanno che lui sa.
Siamo al 9 marzo ’79: la mafia uccide un
democristiano, Michele Reina, che aveva
tentato un affrancamento del partito dalla
cosche. E’ un avvertimento: il prossimo sarà
Mattarella.
“Dc, ma
galantuomo”, come lo chiamavano i giornali
siciliani. La sua vita finisce sui
marciapiedi di viale della Libertà, Palermo.
Mancano pochi minuti alle 13 e Mattarella,
insieme alla moglie e i figli, sale sulla
sua Fiat 132 per recarsi all’ultima Messa
del mattino. E’ l’epifania. Dietro di loro
un ragazzo. Cammina rapido, si accosta allo
sportello del guidatore. Punta la pistola e
spara diversi colpi. Mattarella si accascia
sul volante dell’auto. La moglie cerca di
proteggerlo e viene ferita. Farà solo in
tempo a vedere “gli occhi di ghiaccio”
dell’assassino. Mezz’ora dopo, le muore il
marito davanti agli occhi.
Inizialmente si dà la responsabilità
dell’assassinio ad un giovane neofascista,
Giusva Fioravanti. Nel 1999, dopo depistaggi,
falsi pentiti e calunnie, viene condannata
la cupola mafiosa per gli omicidi Reina –
Mattarella. Due omicidi esemplari, come
avvertimento ai politici che vorranno
portare moralità e legalità nella vita
pubblica. Il Presidente attuale della
Sicilia Cuffaro, sotto processo per
favoreggiamento aggravato alla mafia, ha
incaricato Andreotti, mafioso fino al 1980,
di scrivere la storia di Salvo Lima,
politico colluso con la mafia, come abbiamo
visto prima. Non male, ne uscirà sicuramente
una ricostruzione oggettiva.
Nella sentenza che ravvisa una “concreta
collaborazione” di Andreotti con la
mafia, si dice anche: “ha
loro indicato (ai boss mafiosi, ndr) il
comportamento da tenere in relazione alla
delicatissima questione Mattarella, sia pure
senza riuscire, in definitiva, a ottenere
che le stesse indicazioni venissero seguite;
ha indotto i medesimi a fidarsi di lui e a
parlargli anche di fatti gravissimi (come
l'assassinio del Presidente Mattarella)
nella sicura consapevolezza di non correre
il rischio di essere denunciati; ha omesso
di denunciare le loro responsabilità, in
particolare in relazione all'omicidio del
Presidente Mattarella, malgrado potesse, al
riguardo, offrire utilissimi elementi di
conoscenza”.
Andreotti sapeva che i boss avevano
intenzione di far uccidere un suo compagno
di partito e ha ritenuto opportuno non
avvertire né lui, né la polizia.
Ad oggi, quell’avvertimento che fu
l’omicidio di Mattarella sembra aver fatto
breccia nei cuori e nelle menti della classe
dirigente, siciliana e non solo. Ne hanno
ucciso uno, e ne hanno educati mille.
COMMENTA QUESTO ARTICOLo nel blog di
centomovimenti.com |