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WWW.CENTOMOVIMENTI.COM - 16 GENNAIO 2007
Partiti e riforme, l'eterno ritorno (del nulla)
Daniela Gaudenzi

Dopo Caserta di cui purtroppo si ricorderanno formule banali e usurate come “la cabina di regia per le liberalizzazioni” o un non meglio identificabile “albero del programma” è più che mai confortante prestare attenzione a due commenti, tra loro complementari, in tema di riforme istituzionali e ruolo della politica comparsi in questi giorni su Repubblica e l’Unità.
Gli autori, nei rispettivi ambiti, hanno poco a che fare con le nomenclature partitiche e molto con la civiltà giuridica ed il dibattito politico istituzionale degli ultimi decenni in questo paese. Il primo da cui partire è l’editoriale di Stefano Rodotà intitolato “Il vecchio rito della politica” su la Repubblica di lunedì 15 gennaio; è un’analisi di ampio respiro che parte dalla constatazione dell’eterno dejà vu di una “transizione” senza fine che si è risolta in una snervante coazione a ripetere di improduttive e controproducenti bicamerali culminata in quella di infausta memoria presieduta da Massimo D’Alema di cui la recente “convenzione” rilanciata da Amato non è che una spenta riedizione.
A queste scorciatoie, per produrre riforme improbabili, appiattite al tatticismo e alla strumentalità del tornaconto immediato sotto il dettato delle segreterie dei partiti, si sono alternati i referendum sui sistemi elettorali che concepiti con le migliori intenzioni non hanno prodotto i risultati auspicati e/o sono stati platealmente disattesi e traditi. E’ avvenuto, come si ricorderà per quello sul maggioritario, e prima ancora con quello sul finanziamento pubblico ai partiti; avverrebbe per quello attuale di Guzzetta per il quale si sono già individuati escamotages per vanificarlo come ha spiegato Giovanni Sartori e, che peraltro, impone una soluzione bipartitica quanto meno di dubbia praticabilità nel frammentato sistema italiano.

 

Stefano Rodotà sottolinea non incidentalmente come il pessimo “porcellum” che ha espropriato gli elettori di qualsiasi facoltà di scelta rimettendola in toto alle segreterie dei partiti, è stato usato da queste ultime per una selezione al contrario mirata al consolidamento dell’esistente, all’autoreferenzialità, spesso persino al familismo.
Da queste premesse e da un assetto dei partiti ben al di fuori dal dettato costituzionale dell’art. 49, dalla mancanza di autorevolezza, dissipata in una perenne auto rappresentazione accattivante ed ammiccante nei salotti televisivi compiacenti, dal deficit di identità e di coerenza, deriva la “debolezza” della politica in Italia; a differenza di quanto avviene nella Francia di Chirac o nella Spagna del “terribile” Zapatero (un liberale illuminato) dove, ci ricorda Stefano Rodotà a titolo puramente esemplificativo, si dà concretezza ai diritti sociali, dal diritto alla casa ai diritti concepiti per soggetti “dipendenti” e cioè non in grado di provvedere a se stessi.
Lo scarto con il nostro paese è enorme se pensiamo che il quinquennio berlusconiano si è contraddistinto, senza che l’opposizione partitica si strappasse troppo le vesti, non solo e non tanto per l’umiliazione dei diritti sociali e dell’uguaglianza in senso sostanziale (art.3 co.2) ma per la negazione dell’ uguaglianza in senso formale, l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, con la serie ininterrotta delle leggi ad personam, nessuna della quali è stata abrogata dall’attuale governo.
Stefano Rodotà ci ricorda anche che “l’anomalia italiana” del quinquennio si è potuta verificare anche “grazie” ad un quadro legislativo ed istituzionale che l’ha resa possibile dopo anni di invocazioni bipartisan ad “un governo forte” con 10, 100, 1000, decreti legge ed altrettanti ricorsi alla fiducia.
Non a caso anche in questi giorni, nonostante il referendum costituzionale abbia detto un no infinitamente chiaro e potente al premierato “assoluto” partorito a Lorenzago con molti antecedenti bicamerali, ritorna in primo piano “il sindaco di Italia”.
L’altro commento a cui guardare con interesse è quello di Diego Novelli, dal titolo molto eloquente “Difesa della Costituzione, atto secondo”. (Unità di domenica 14 gennaio).
Diego Novelli inizia dall’informazione sul corso di educazione civile, culturale e politica organizzato a Torino da un gruppo di associazioni cittadine e dal comitato Piemontese per la difesa della Costituzione, per annunciare, in concomitanza, da parte dello stesso comitato, il lancio di tre proposte di legge di iniziativa popolare tutte finalizzate a “salvaguardare” l’esito del referendum costituzionale.
La prima riguarda la riduzione del numero dei parlamentari un “cavallo di battaglia” dei “saggi” di Lorenzago, già presentata come proposta di legge dal centro sinistra nella precedente legislatura. Come sottolinea Novelli, oggi che non è più funzionale allo scontro politico nessuno ne parla più , ma ridimensionare “il parlamento più affollato del mondo in rapporto al numero degli abitanti” comporterebbe vantaggi sotto il profilo della funzionalità, della “polverizzazione” della rappresentanza, del dimezzamento delle spese.
La seconda iniziativa di legge si riferisce alla modifica del 138 Cost. per evitare che lo schieramento di volta vincente, anche senza la maggioranza numerica in un sistema maggioritario, possa unilateralmente cambiare le regole del gioco democratico.
Infine l’ultima proposta di legge che è anche la più incisiva e la più necessaria: l’attuazione dell’art.49 che attribuisce ai partiti il ruolo di strumento per la partecipazione dei cittadini alla vita democratica e prevede conseguentemente che siano improntati ad una rigorosa democrazia interna.
Benché la Costituzione del ’48 sia stata da subito tradita e sia rimasta nelle sue parti più significative da sempre disapplicata, questo articolo rappresenta sicuramente un esempio di violazione esemplare.
Quanto alla priorità da dare alla realizzazione di questo articolo, basti pensare alla trasparenza sia degli iscritti che dei finanziamenti, alle tanto invocate, a parole, “primarie”, alla scelta dei candidati e dei gruppi dirigenti attraverso congressi che non siano fittizi.
Per quanto riguarda la legge elettorale, al di là della legittima diversità delle posizioni il Comitato piemontese ribadisce che “l’unica sede costituzionale legittimata a trattare queste importanti questione è e rimane il parlamento”.

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Daniela Guadenzi

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