|
Dopo
Caserta di cui purtroppo si ricorderanno
formule banali e usurate come “la cabina
di regia per le liberalizzazioni” o un
non meglio identificabile “albero del
programma” è più che mai confortante
prestare attenzione a due commenti, tra
loro complementari, in tema di riforme
istituzionali e ruolo della politica
comparsi in questi giorni su Repubblica
e l’Unità.
Gli autori, nei rispettivi ambiti, hanno
poco a che fare con le nomenclature
partitiche e molto con la civiltà
giuridica ed il dibattito politico
istituzionale degli ultimi decenni in
questo paese. Il primo da cui partire è
l’editoriale di Stefano Rodotà
intitolato “Il vecchio rito della
politica” su la Repubblica di lunedì 15
gennaio; è un’analisi di ampio respiro
che parte dalla constatazione
dell’eterno dejà vu di una “transizione”
senza fine che si è risolta in una
snervante coazione a ripetere di
improduttive e controproducenti
bicamerali culminata in quella di
infausta memoria presieduta da Massimo
D’Alema di cui la recente “convenzione”
rilanciata da Amato non è che una spenta
riedizione.
A queste scorciatoie, per produrre
riforme improbabili, appiattite al
tatticismo e alla strumentalità del
tornaconto immediato sotto il dettato
delle segreterie dei partiti, si sono
alternati i referendum sui sistemi
elettorali che concepiti con le migliori
intenzioni non hanno prodotto i
risultati auspicati e/o sono stati
platealmente disattesi e traditi. E’
avvenuto, come si ricorderà per quello
sul maggioritario, e prima ancora con
quello sul finanziamento pubblico ai
partiti; avverrebbe per quello attuale
di Guzzetta per il quale si sono già
individuati escamotages per vanificarlo
come ha spiegato Giovanni Sartori e, che
peraltro, impone una soluzione
bipartitica quanto meno di dubbia
praticabilità nel frammentato sistema
italiano.
Stefano
Rodotà sottolinea non incidentalmente
come il pessimo “porcellum” che ha
espropriato gli elettori di qualsiasi
facoltà di scelta rimettendola in toto
alle segreterie dei partiti, è stato
usato da queste ultime per una selezione
al contrario mirata al consolidamento
dell’esistente, all’autoreferenzialità,
spesso persino al familismo.
Da queste premesse e da un assetto dei
partiti ben al di fuori dal dettato
costituzionale dell’art. 49, dalla
mancanza di autorevolezza, dissipata in
una perenne auto rappresentazione
accattivante ed ammiccante nei salotti
televisivi compiacenti, dal deficit di
identità e di coerenza, deriva la
“debolezza” della politica in Italia; a
differenza di quanto avviene nella
Francia di Chirac o nella Spagna del
“terribile” Zapatero (un liberale
illuminato) dove, ci ricorda Stefano
Rodotà a titolo puramente
esemplificativo, si dà concretezza ai
diritti sociali, dal diritto alla casa
ai diritti concepiti per soggetti
“dipendenti” e cioè non in grado di
provvedere a se stessi.
Lo scarto con il nostro paese è enorme
se pensiamo che il quinquennio
berlusconiano si è contraddistinto,
senza che l’opposizione partitica si
strappasse troppo le vesti, non solo e
non tanto per l’umiliazione dei diritti
sociali e dell’uguaglianza in senso
sostanziale (art.3 co.2) ma per la
negazione dell’ uguaglianza in senso
formale, l’uguaglianza di tutti i
cittadini davanti alla legge, con la
serie ininterrotta delle leggi ad
personam, nessuna della quali è stata
abrogata dall’attuale governo.
Stefano Rodotà ci ricorda anche che
“l’anomalia italiana” del quinquennio si
è potuta verificare anche “grazie” ad un
quadro legislativo ed istituzionale che
l’ha resa possibile dopo anni di
invocazioni bipartisan ad “un governo
forte” con 10, 100, 1000, decreti legge
ed altrettanti ricorsi alla fiducia.
Non a caso anche in questi giorni,
nonostante il referendum costituzionale
abbia detto un no infinitamente chiaro e
potente al premierato “assoluto”
partorito a Lorenzago con molti
antecedenti bicamerali, ritorna in primo
piano “il sindaco di Italia”.
L’altro commento a cui guardare con
interesse è quello di Diego Novelli, dal
titolo molto eloquente “Difesa della
Costituzione, atto secondo”. (Unità di
domenica 14 gennaio).
Diego Novelli inizia dall’informazione
sul corso di educazione civile,
culturale e politica organizzato a
Torino da un gruppo di associazioni
cittadine e dal comitato Piemontese per
la difesa della Costituzione, per
annunciare, in concomitanza, da parte
dello stesso comitato, il lancio di tre
proposte di legge di iniziativa popolare
tutte finalizzate a “salvaguardare”
l’esito del referendum costituzionale.
La prima riguarda la riduzione del
numero dei parlamentari un “cavallo di
battaglia” dei “saggi” di Lorenzago, già
presentata come proposta di legge dal
centro sinistra nella precedente
legislatura. Come sottolinea Novelli,
oggi che non è più funzionale allo
scontro politico nessuno ne parla più ,
ma ridimensionare “il parlamento più
affollato del mondo in rapporto al
numero degli abitanti” comporterebbe
vantaggi sotto il profilo della
funzionalità, della “polverizzazione”
della rappresentanza, del dimezzamento
delle spese.
La seconda iniziativa di legge si
riferisce alla modifica del 138 Cost.
per evitare che lo schieramento di volta
vincente, anche senza la maggioranza
numerica in un sistema maggioritario,
possa unilateralmente cambiare le regole
del gioco democratico.
Infine l’ultima proposta di legge che è
anche la più incisiva e la più
necessaria: l’attuazione dell’art.49 che
attribuisce ai partiti il ruolo di
strumento per la partecipazione dei
cittadini alla vita democratica e
prevede conseguentemente che siano
improntati ad una rigorosa democrazia
interna.
Benché la Costituzione del ’48 sia stata
da subito tradita e sia rimasta nelle
sue parti più significative da sempre
disapplicata, questo articolo
rappresenta sicuramente un esempio di
violazione esemplare.
Quanto alla priorità da dare alla
realizzazione di questo articolo, basti
pensare alla trasparenza sia degli
iscritti che dei finanziamenti, alle
tanto invocate, a parole, “primarie”,
alla scelta dei candidati e dei gruppi
dirigenti attraverso congressi che non
siano fittizi.
Per quanto riguarda la legge elettorale,
al di là della legittima diversità delle
posizioni il Comitato piemontese
ribadisce che “l’unica sede
costituzionale legittimata a trattare
queste importanti questione è e rimane
il parlamento”.
COMMENTA QUESTO ARTICOLo nel blog di
centomovimenti.com
|