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L'iter del
disegno di legge 1825 sulla "transizione al
digitale" deve procedere con urgenza, senza
per forza attendere la presentazione della
riforma sull'assetto della Rai, che arriverà
entro i prossimi sei mesi. "Sarebbe grave
sottovalutare questa urgenza" ha spiegato
ieri il Ministro Gentiloni alla
presentazione in Commissione Cultura e
Telecomunicazioni. Grave e paradossale
perché, oltre alla procedura d'infrazione
che l'Unione europea ha aperto contro
la Gasparri, il centrosinistra continuerebbe ad
ignorare il programma elettorale in materia
di antitrust nel settore fondamentale per
ogni democrazia, mentre sono state avviate
liberalizzazioni che apriranno il mercato in
diversi settori. Sarebbe come curare il
raffreddore e la tosse ad un malato di
tumore, un Paese al 57esimo posto nelle
classifiche internazionali sulla libertà
d'informazione per la posizione dominante
dell'attuale capo dell'opposizione
proprietario di 3 reti nazionali su 7, che
fagocitano circa il 60% della raccolta
pubblicitaria (assieme alla Rai arrivano a
quota 92%).
Nonostante non recepisca le sentenze della
Corte Costituzionale che impongono da
tredici anni di ridurre da 3 a 2 le reti
Mediaset, e ignori che l'emittente Europa 7
aveva ottenuto la frequenza tuttora occupata
abusivamente da Rete4, la riforma Gentiloni
interviene per la prima volta a limitare
questo strapotere mediatico impensabile in
qualsiasi paese occidentale.
Una volta approvato, il ddl 1825 obbligherà
Rai e Mediaset a presentare entro 90 giorni
un piano di trasferimento di una rete sul
digitale (dove poi nel 2012 si trasferiranno
tutte le televisioni) da attuare entro 15
mesi dall'approvazione della legge, con la
contestuale vendita da parte dello Stato
delle frequenze analogiche liberate; e
introdurrà, eliminando l'incalcolabile Sic
della Gasparri, un comunque altissimo tetto
del 45% per la raccolta pubblicitaria
(comprendendo anche le telepromozioni). Lo
spazio che verrebbe a crearsi sarebbe
insufficiente alla nascita di un terzo polo
(per ora nessuno dei possibili acquirenti,
da De Benedetti a Rcs a De Agostini si è
detto interessato a frequenze che avranno
vita massima 3 anni), come ha ammesso lo
stesso presidente di Mediaset Fedele
Confalonieri nel primo confronto vero sul
tema a Ballarò, di fronte allo stesso
Gentiloni e a Furio Colombo. Confalonieri ha
sì riproposto il solito lacrimamento
d'ordinanza, per la "perdita di un terzo con
Rete4 sul digitale", per il fatto che "oltre
alla raccolta pubblicitaria c'è da
considerare che la Rai può contare sul
canone e Sky sugli abbonamenti" (potrebbe
sempre proporre un cambio di frequenze,
consentendo a Murdoch di trasmettere in
chiaro, ndr), ma alla fine ha aggiunto che
la legge "è inutile, nessun acquirente è
interessato a frequenze a termine". Dunque
cosa spaventa tanto i berluscones, visto che
il danno economico per la perdita di
introiti pubblicitari o il lontano
trasferimento di una rete sul digitale, non
inciderà sull'impero aprendo ad un'effettiva
libera concorrenza? Il valore simbolico di
questo provvedimento voluto dal Ministro
vicino a Rutelli, la prima inversione di
rotta dopo un ventennio di crescita
indisturbata e appoggiata dalla politica, e
dunque un pericoloso precedente. Una cosa
inaudita per il presidente Mediaset, che ha
ricordato i bei tempi dei precedenti
Ministri di centrosinistra, da Maccanico che
calpestando la sentenza della Consulta salvò
Rete4 all'ormai famosa visita di D'Alema
negli studi Mediaset, definita "patrimonio
del Paese". L'antefatto che non viene
ricordato da nessuno, eccetto nel
documentario VivaZapatero di Sabina Guzzanti
che dopo aver riempito le sale della Mostra
del Cinema e di mezzo mondo in Italia ha
trovato asilo solo nella tv a pagamento "Sky",
è una dichiarazione sfuggita a Violante nel
2003 alla Camera dei deputati: "E' stata
data garanzia piena, fino dal 1994, lo sa
lei e lo sa l'onorevole Letta, che le tv non
sarebbe state toccate". Di più, su
responsabilità dirette e indirette e
relative contropartite, non è dato sapere.
Ma Gentiloni e chi nel centrosinistra può
muoversi liberamente dovrebbe chiedersi
innanzitutto se quel patto è ancora in
vigore, facendo uscire allo scoperto la
folta truppa disposta a tradire ancora
elettori e programma. Alla luce della
"confessione" di Violante anche i più
scettici non potranno non notare le strane
campagne portate avanti in questi anni da
politici e giornalisti apparentemente
indipendenti contro i "martiri della
censura", o i faticosi sillogismi di
Annunziata, Pigi Battista e Klaus Davi sulle
"tv che non contano in politica", riproposti
esattamente l'altra sera da Confalonieri.
Oltre alla riforma antitrust per il
centrosinistra si avvicina il momento della
legge sul conflitto d'interessi. La cosa più
semplice sarebbe applicare la legge Scelba
del '57 sull'ineleggibilità per i titolari
di pubbliche concessioni, che però è sempre
stata aggirata, anche dal centrosinistra
nella Giunta per le elezioni del '96, che ha
considerato ineleggibile il presidente di
Mediaset Confalonieri e non il "mero
proprietario" Berlusconi. Sarebbe efficace
anche la proposta di "incandidabilità" allo
studio del gruppo di lavoro coordinato dal
Ministro Chiti con Passigli e Bassanini.
Quest' ipotesi lascerebbe al suo posto il
parlamentare Berlusconi proprietario di tv,
ma lo costringerebbe a scegliere a ridosso
delle elezioni: rinunciare alla candidatura
o al proprio impero mediatico. E' totalmente
ininfluente invece la proposta di origine
parlamentare, firmata Franceschini-Violante,
che prevede un' incompatibilità giovernativa
da risolvere con una forma di "blind
trust"(o in alternativa con la
sterilizzazione dei voti nel Cda
dell'azienda): i giornalisti Mediaset, nella
fase di temporanea gestione fiduciaria,
saprebbero comunque chi è di fatto e chi
tornerebbe ad essere anche formalmente il
padrone. Questa impostazione può essere
adatta per aziende di altri settori, non
certo per il Quarto Potere alla base di ogni
democrazia. Non esiste solo il problema dei
favori del Berlusconi-premier alle sue
aziende, ma- cosa unica al mondo- la ben più
grave alterazione democratica delle tv
Mediaset che aiutano il candidato Berlusconi
a tornare premier. Infatti il Ministro
Gentiloni, rispondendo a Tabacci dell'Udc
che prendeva ad esempio il blind trust
applicato dal governatore di Bankitalia
Draghi, ha sottolineato l'evidente
differenza:"Ha funzionato per il
governatore, ma per Berlusconi funzionerà.?"
Alla domanda retorica ha già risposto il
centrosinistra qualche anno fa, definendo "blind
truff" la stessa proposta lanciata allora
dai berluscones.
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