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WWW.CENTOMOVIMENTI.COM - 25 GENNAIO 2007
Antitrust e conflitto d'interessi: chi fa sul serio?
stefano santachiara

L'iter del disegno di legge 1825 sulla "transizione al digitale" deve procedere con urgenza, senza per forza attendere la presentazione della riforma sull'assetto della Rai, che arriverà entro i prossimi sei mesi. "Sarebbe grave sottovalutare questa urgenza" ha spiegato ieri il Ministro Gentiloni alla presentazione in Commissione Cultura e Telecomunicazioni. Grave e paradossale perché, oltre alla procedura d'infrazione che l'Unione europea ha aperto contro la Gasparri, il centrosinistra continuerebbe ad ignorare il programma elettorale in materia di antitrust nel settore fondamentale per ogni democrazia, mentre sono state avviate liberalizzazioni che apriranno il mercato in diversi settori. Sarebbe come curare il raffreddore e la tosse ad un malato di tumore, un Paese al 57esimo posto nelle classifiche internazionali sulla libertà d'informazione per la posizione dominante dell'attuale capo dell'opposizione proprietario di 3 reti nazionali su 7, che fagocitano circa il 60% della raccolta pubblicitaria (assieme alla Rai arrivano a quota 92%).

Nonostante non recepisca le sentenze della Corte Costituzionale che impongono da tredici anni di ridurre da 3 a 2 le reti Mediaset, e ignori che l'emittente Europa 7 aveva ottenuto la frequenza tuttora occupata abusivamente da Rete4, la riforma Gentiloni interviene per la prima volta a limitare questo strapotere mediatico impensabile in qualsiasi paese occidentale.
Una volta approvato, il ddl 1825 obbligherà Rai e Mediaset a presentare entro 90 giorni un piano di trasferimento di una rete sul digitale (dove poi nel 2012 si trasferiranno tutte le televisioni) da attuare entro 15 mesi dall'approvazione della legge, con la contestuale vendita da parte dello Stato delle frequenze analogiche liberate; e introdurrà, eliminando l'incalcolabile Sic della Gasparri, un comunque altissimo tetto del 45% per la raccolta pubblicitaria (comprendendo anche le telepromozioni). Lo spazio che verrebbe a crearsi sarebbe insufficiente alla nascita di un terzo polo (per ora nessuno dei possibili acquirenti, da De Benedetti a Rcs a De Agostini si è detto interessato a frequenze che avranno vita massima 3 anni), come ha ammesso lo stesso presidente di Mediaset Fedele Confalonieri nel primo confronto vero sul tema a Ballarò, di fronte allo stesso Gentiloni e a Furio Colombo. Confalonieri ha sì riproposto il solito lacrimamento d'ordinanza, per la "perdita di un terzo con Rete4 sul digitale", per il fatto che "oltre alla raccolta pubblicitaria c'è da considerare che la Rai può contare sul canone e Sky sugli abbonamenti" (potrebbe sempre proporre un cambio di frequenze, consentendo a Murdoch di trasmettere in chiaro, ndr), ma alla fine ha aggiunto che la legge "è inutile, nessun acquirente è interessato a frequenze a termine". Dunque cosa spaventa tanto i berluscones, visto che il danno economico per la perdita di introiti pubblicitari o il lontano trasferimento di una rete sul digitale, non inciderà sull'impero aprendo ad un'effettiva libera concorrenza? Il valore simbolico di questo provvedimento voluto dal Ministro vicino a Rutelli, la prima inversione di rotta dopo un ventennio di crescita indisturbata e appoggiata dalla politica, e dunque un pericoloso precedente. Una cosa inaudita per il presidente Mediaset, che ha ricordato i bei tempi dei precedenti Ministri di centrosinistra, da Maccanico che calpestando la sentenza della Consulta salvò Rete4 all'ormai famosa visita di D'Alema negli studi Mediaset, definita "patrimonio del Paese". L'antefatto che non viene ricordato da nessuno, eccetto nel documentario VivaZapatero di Sabina Guzzanti che dopo aver riempito le sale della Mostra del Cinema e di mezzo mondo in Italia ha trovato asilo solo nella tv a pagamento "Sky", è una dichiarazione sfuggita a Violante nel 2003 alla Camera dei deputati: "E' stata data garanzia piena, fino dal 1994, lo sa lei e lo sa l'onorevole Letta, che le tv non sarebbe state toccate". Di più, su responsabilità dirette e indirette e relative contropartite, non è dato sapere. Ma Gentiloni e chi nel centrosinistra può muoversi liberamente dovrebbe chiedersi innanzitutto se quel patto è ancora in vigore, facendo uscire allo scoperto la folta truppa disposta a tradire ancora elettori e programma. Alla luce della "confessione" di Violante anche i più scettici non potranno non notare le strane campagne portate avanti in questi anni da politici e giornalisti apparentemente indipendenti contro i "martiri della censura", o i faticosi sillogismi di Annunziata, Pigi Battista e Klaus Davi sulle "tv che non contano in politica", riproposti esattamente l'altra sera da Confalonieri.

 

 

Oltre alla riforma antitrust per il centrosinistra si avvicina il momento della legge sul conflitto d'interessi. La cosa più semplice sarebbe applicare la legge Scelba del '57 sull'ineleggibilità per i titolari di pubbliche concessioni, che però è sempre stata aggirata, anche dal centrosinistra nella Giunta per le elezioni del '96, che ha considerato ineleggibile il presidente di Mediaset Confalonieri e non il "mero proprietario" Berlusconi. Sarebbe efficace anche la proposta di "incandidabilità" allo studio del gruppo di lavoro coordinato dal Ministro Chiti con Passigli e Bassanini. Quest' ipotesi lascerebbe al suo posto il parlamentare Berlusconi proprietario di tv, ma lo costringerebbe a scegliere a ridosso delle elezioni: rinunciare alla candidatura o al proprio impero mediatico. E' totalmente ininfluente invece la proposta di origine parlamentare, firmata Franceschini-Violante, che prevede un' incompatibilità giovernativa da risolvere con una forma di "blind trust"(o in alternativa con la sterilizzazione dei voti nel Cda dell'azienda): i giornalisti Mediaset, nella fase di temporanea gestione fiduciaria, saprebbero comunque chi è di fatto e chi tornerebbe ad essere anche formalmente il padrone. Questa impostazione può essere adatta per aziende di altri settori, non certo per il Quarto Potere alla base di ogni democrazia. Non esiste solo il problema dei favori del Berlusconi-premier alle sue aziende, ma- cosa unica al mondo- la ben più grave alterazione democratica delle tv Mediaset che aiutano il candidato Berlusconi a tornare premier. Infatti il Ministro Gentiloni, rispondendo a Tabacci dell'Udc che prendeva ad esempio il blind trust applicato dal governatore di Bankitalia Draghi, ha sottolineato l'evidente differenza:"Ha funzionato per il governatore, ma per Berlusconi funzionerà.?" Alla domanda retorica ha già risposto il centrosinistra qualche anno fa, definendo "blind truff" la stessa proposta lanciata allora dai berluscones.

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Stefano Santachiara

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