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WWW.CENTOMOVIMENTI.COM - 29 GENNAIO 2006
In ricordo di Emilio Alessandrini
gabriele vecchione

“Lo seguivamo da qualche tempo… individuarlo non fu difficile, la sua foto veniva spesso pubblicata dai giornali… i suoi movimenti erano abbastanza regolari, gli orari anche… appariva improponibile intercettarlo sotto il palazzo di Giustizia… per cui la prima intenzione fu di colpirlo sotto casa… ma… spesso usciva con il figlio per accompagnarlo a scuola… concentrammo allora le ricerche sul tragitto che compiva dopo averlo lasciato. Battemmo il quartiere palmo e palmo… il traffico di quell’ora avrebbe ritardato l’arrivo delle volanti, con il lancio di un fumogeno avremmo favorito il caos ed il blocco della fiumana di automobili in transito… Lo colpimmo il 29 gennaio 1979”.

Così Sergio Segio, ex terrorista di Prima Linea, racconta la morte di Emilio Alessandrini. Un padre di famiglia, un uomo giusto, un magistrato. Aveva 37 anni quella mattina in viale Umbria, Milano. Due colpi lo colpiscono alla testa, altri sei al torace. Lo sportello della sua Renault 5 aperto, la polizia tutt’intorno, il suo capo accasciato sul volante.
Nella sua carriera, Alessandrini aveva scoperto le Sam, Squadre d’Azione Mussolini. Aveva indagato su Piazza Fontana e fu il primo ad indirizzare le indagini verso la pista nera ed il primo a capire le deviazioni dei servizi segreti. Deciso ad andare avanti fino alla verità, la Cassazione, nel ’74, sposta il processo a Catanzaro. Fu per lui una grande delusione. Si era anche occupato di terrorismo rosso: aveva sostenuto che la voce del telefonista Br durante il sequestro Moro fosse di Toni Negri, seguiva le inchieste sulle Brigate Rosse (accompagnò il pm Spataro nel processo al nucleo storico delle Br, a Curcio, Mantovani ed altri). Dal 1977 indagava sull’Autonomia milanese. Si stava anche occupando, al momento della morte, degli scandali legati al Banco Ambrosiano di Roberto Calvi.
Nel settembre del ’78 era stata trovata nell’abitazione di un ex brigatista e fondatore di Prima Linea, Corrado Alunni, una sua foto. Era un “obiettivo da colpire”, eppure non gli fu mai data la scorta.

 

Siamo al 9 gennaio ’79: alle 08.15 Sergio Segio e Marco Donat Cattin (figlio di un ministro democristiano, Carlo) fanno fuoco, seguiti e coperti da Michele Miscardi, Umberto Mazzola e Bruno Russo Palombi. Il giorno dopo la rivendicazione: “Alessandrini è uno dei magistrati che maggiormente hanno contribuito in questi anni a rendere efficiente la procura della Repubblica di Milano”. Firmato: Prima Linea. Segio, condannato all’ergastolo ed attualmente libero dopo 22 anni di detenzione, avrà a scrivere: “ci sentivamo in guerra… Alessandrini rappresentava lo Stato… aveva sposato quel concetto acritico di istituzioni e la difesa a priori dello Stato… soldato della controrivoluzione”. Fu ucciso per “difesa”, perché stava indagando sugli autonomi milanesi e voleva creare una “banca dati” del terrorismo. E perché, per i terroristi, “il nemico principale e più insidioso era diventato il riformismo”. Alessandrini, appartenente a Magistratura Democratica, era considerato “un’articolazione attiva ed efficiente della sinistra dentro lo Stato… la sua storia ed il suo essere democratico era da noi considerato un’aggravante”.
Un uomo giusto, si diceva. A noi oggi il compito di ricordare le vittime di una stagione di ideologie folli, gli uomini e le donne caduti per servire lo Stato che hanno permesso alla nostra democrazia di continuare a vivere, rappresentando un esempio per tutti i cittadini. E Alessandrini, come dice Armando Spataro, “era uno di quei giudici democratici e riformisti che consentivano al sistema di esistere”.

Nell'articolo sono presenti citazioni tratte dal libro: "Una vita in Prima Linea", Sergio Segio, Rizzoli, pagg. 130-144.

gabro.v@libero.it

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