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“Lo seguivamo
da qualche tempo… individuarlo non fu
difficile, la sua foto veniva spesso
pubblicata dai giornali… i suoi movimenti
erano abbastanza regolari, gli orari anche…
appariva improponibile intercettarlo sotto
il palazzo di Giustizia… per cui la prima
intenzione fu di colpirlo sotto casa… ma…
spesso usciva con il figlio per
accompagnarlo a scuola… concentrammo allora
le ricerche sul tragitto che compiva dopo
averlo lasciato. Battemmo il quartiere palmo
e palmo… il traffico di quell’ora avrebbe
ritardato l’arrivo delle volanti, con il
lancio di un fumogeno avremmo favorito il
caos ed il blocco della fiumana di
automobili in transito… Lo colpimmo il 29
gennaio 1979”.
Così Sergio Segio, ex terrorista di Prima
Linea, racconta la morte di Emilio
Alessandrini. Un padre di famiglia, un uomo
giusto, un magistrato. Aveva 37 anni quella
mattina in viale Umbria, Milano. Due colpi
lo colpiscono alla testa, altri sei al
torace. Lo sportello della sua Renault 5
aperto, la polizia tutt’intorno, il suo capo
accasciato sul volante.
Nella sua carriera, Alessandrini aveva
scoperto le Sam, Squadre d’Azione Mussolini.
Aveva indagato su Piazza Fontana e fu il
primo ad indirizzare le indagini verso la
pista nera ed il primo a capire le
deviazioni dei servizi segreti. Deciso ad
andare avanti fino alla verità, la
Cassazione, nel ’74, sposta il processo a
Catanzaro. Fu per lui una grande delusione.
Si era anche occupato di terrorismo rosso:
aveva sostenuto che la voce del telefonista
Br durante il sequestro Moro fosse di Toni
Negri, seguiva le inchieste sulle Brigate
Rosse (accompagnò il pm Spataro nel processo
al nucleo storico delle Br, a Curcio,
Mantovani ed altri). Dal 1977 indagava
sull’Autonomia milanese. Si stava anche
occupando, al momento della morte, degli
scandali legati al Banco Ambrosiano di
Roberto Calvi.
Nel settembre del ’78 era stata trovata
nell’abitazione di un ex brigatista e
fondatore di Prima Linea, Corrado Alunni,
una sua foto. Era un “obiettivo da colpire”,
eppure non gli fu mai data la scorta.
Siamo al 9
gennaio ’79: alle 08.15 Sergio Segio e Marco
Donat Cattin (figlio di un ministro
democristiano, Carlo) fanno fuoco, seguiti e
coperti da Michele Miscardi, Umberto Mazzola
e Bruno Russo Palombi. Il giorno dopo la
rivendicazione: “Alessandrini è uno dei
magistrati che maggiormente hanno
contribuito in questi anni a rendere
efficiente la procura della Repubblica di
Milano”. Firmato: Prima Linea. Segio,
condannato all’ergastolo ed attualmente
libero dopo 22 anni di detenzione, avrà a
scrivere: “ci sentivamo in guerra…
Alessandrini rappresentava lo Stato… aveva
sposato quel concetto acritico di
istituzioni e la difesa a priori dello
Stato… soldato della controrivoluzione”. Fu
ucciso per “difesa”, perché stava indagando
sugli autonomi milanesi e voleva creare una
“banca dati” del terrorismo. E perché, per i
terroristi, “il nemico principale e più
insidioso era diventato il riformismo”.
Alessandrini, appartenente a Magistratura
Democratica, era considerato
“un’articolazione attiva ed efficiente della
sinistra dentro lo Stato… la sua storia ed
il suo essere democratico era da noi
considerato un’aggravante”.
Un uomo giusto, si diceva. A noi oggi il
compito di ricordare le vittime di una
stagione di ideologie folli, gli uomini e le
donne caduti per servire lo Stato che hanno
permesso alla nostra democrazia di
continuare a vivere, rappresentando un
esempio per tutti i cittadini. E
Alessandrini, come dice Armando Spataro,
“era uno di quei giudici democratici e
riformisti che consentivano al sistema di
esistere”.
Nell'articolo sono presenti citazioni
tratte dal libro: "Una vita in Prima Linea",
Sergio Segio, Rizzoli, pagg. 130-144.
gabro.v@libero.it
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