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Dalla
moderna Belgrado tra paure e speranze.
Riflessioni sull’Europa, sull’Italia e
sul ruolo della deputazione italiana in
parlamento
E’ reduce da
Belgrado, quali novità?
Sono stato a Belgrado
dal 18 al 22 gennaio in occasione delle
elezioni politiche generali in Serbia.
Elezioni la cui posta in gioco era di enorme
importanza: scelta democratica o ritorno ad
un nazionalismo isolazionista,
antioccidentale e, vorrei dire,
antidemocratico.
La delegazione dell’O.S.C.E.
(organizzazione della sicurezza e della
cooperazione in Europa del Parlamento
italiano) ha vigilato sulla correttezza
della consultazione politica per il rinnovo
del parlamento serbo in seggi di campagna a
100 chilometri da Belgrado.
Abbiamo controllato una
quindicina di seggi, aiutati , naturalmente,
da un interprete.
Abbiamo potuto appurare
la volontà di non dimenticare il passato, ma
di riflettere sugli errori commessi.
C’è, nella maggioranza
del popolo serbo, una grande voglia di
Europa e di normalità.
Belgrado, città
stupenda, nata dall’incontro di tante
culture ben visibili ovunque, persino
laggiù, in quei ristorantini accarezzati
dalle onde della sava nel mentre si
abbandona all’abbraccio del maestoso Danubio
in viaggio verso il suo mare.
Una Belgrado che vuole
e può superare i drammi del recente passato
per andare all’incontro dell’Europa. E sarà
compito nostro aiutare la città, il suo
popolo, le genti di questa martoriata terra
a riflettere affinché maturi,
definitivamente e per sempre, la cultura
della solidarietà e della tolleranza e della
cooperazione. Mi sembra che anche i
risultati elettorali abbiano dimostrato
questo. Vero è che esiste ancora un forte
partito radical-nazionalista, forte del 28%
dei suffragi, il cui leader è in prigione
all’AIA, accusato di delitti e crimini
contro l’umanità.
La coalizione
democratica che ha governato la Serbia negli
ultimi anni, rilanciando l’economia e
ridando fiducia al popolo, ha riconfermato
tutta la sua forza e il suo diritto a
continuare nell’opera di governo.
Una Serbia democratica,
figlia dell’Europa come io mi auguro.
Si fidano degli
italiani?
Ovunque, amicizia e
simpatia.
Qua e là, qualche
amarezza per i bombardamenti del ’99. Gli
aerei partivano dal Veneto per andare a
bombardare Belgrado.
Un intervento purtroppo
necessario per porre fine all’eccidio di
massa in atto nel Kosovo i cui responsabili
ancora non hanno pagato per i crimini
commessi. Mi auguro che venga acciuffato al
più presto anche Mladic, uno dei criminali
che si dice viva indisturbato a Belgrado,
nascosto e protetto da consistenti fasce di
collaboratori, stavo per dire coimputati.
Era nostro dovere intervenire.
Ha citato il Veneto.
Vicenza con la base Americana osteggiata è
una grande questione, almeno così sembra.
Spero di non essere
fuori dal coro. Io distinguo i grandi paesi
non in proporzione al numero dei loro
abitanti o dalla loro estensione geografica.
Per me una nazione può definirsi grande
quando opera per la pace, la solidarietà tra
le libere nazioni del pianeta e mantiene
fede a tutti i suoi impegni internazionali.
L’impegno è stato
preso; è mancata , per l’ennesima volta, la
necessaria e puntuale informazione.
La comunicazione, una
delle pecche di questo governo che ha il mio
convinto, persino appassionato sostegno.
Comprendo l’amarezza
dei cittadini che si trovano vicino ad una
base militare. Questo è successo anche per
le centrali nucleari; tutti sappiamo che
sono indispensabili, ma nessuno le vuole
vicino a casa sua.
Noi non possiamo
derogare ad una responsabilità assunta,
precedentemente, dall’Italia.
Oltre al fatto, ben più
ampio, che i trattati internazionali del
nostro paese vanno rispettati e, se fosse
necessario cambiarli, occorrerà cambiarli
con il negoziato ed il pieno rispetto tra le
parti.
Stessa posizione
vale per l’Afghanistan?
Naturalmente. Fatto
questo diverso dall’Iraq. L’Unione affermò e
limpidamente, di fronte alle elettrici ed
agli elettori, l’intento di ritirare i
nostri soldati una volta chiamati al governo
della repubblica. Non siamo fuggiti dalle
nostre responsabilità.
Abbiamo attuato un programma di ritiro serio
e graduale, in accordo con tutti gli attori
in campo, partendo dall’assunto di una
guerra sbagliata e dannosa, nonché
illegittima sul piano del diritto
internazionale.
Abbiamo preso un
impegno di straordinaria importanza per il
Libano.
Stiamo guidando una operazione pericolosa e
delicata e ciò, a dimostrazione di una
nazione che sa assumere impegni anche
gravosi, nel nome e per conto della comunità
internazionale, delle nazioni unite. Siamo
lì per difendere la pace, e quindi è giusta
la posizione del governo per il
rifinanziamento della missione.
Dopo la prima
tornata di questo governo, intendo dire al
giro di boa della finanziaria, lei ha fatto
“spese” per gli italiani che rappresenta?
Cosa ha comprato?
Qualcosa abbiamo
comprato. Ma devo ammetterlo, non molto.
La finanziaria è stata
una finanziaria di straordinaria austerità e
risanamento.
L’eredità lasciataci,
al di là delle polemiche di parte, non era
certo delle migliori.
L’estero non era e non
poteva essere, l’intoccabile nicchia.
Abbiamo salvato i “mobili”. Anzi, vi è, tra
le pieghe della finanziaria, (24 milioni
supplementari) la possibilità di operare con
saggezza e intelligenza per assicurare gli
investimenti su scuola e cultura, strutture
consolari, per enti e organizzazioni che
operano a favore della comunità italiana.
Per l’inizio di una
nuova e più avanzata politica.
Sono, per esempio, e lo
dico con estrema sintesi, per meno consolati
generali, che hanno, in parte, perso la
loro funzione nel contesto unitario europeo
e per un servizio di prossimità attraverso
l’istituzione di una estesa rete di agenzie
consolari ove possono essere valorizzate le
esperienze e le intelligenze di tanti nostri
connazionali, in particolare delle giovani
generazioni.
Il riordino di Rai
International, è un tema che l’appassiona?
C’è questa questione
che riguarda le trasmissioni televisive
all’estero su cui si fa molta demagogia e su
cui, oltretutto, la destra ne approfitta per
ridicolizzare il nostro ruolo. Non farò la
guerra atomica per le trasmissioni delle
partite internazionali di calcio che
riguardano l’Italia. Sono anche per
un’altra politica. Tra poco, andrà tutto sul
digitale e la gamma dei programmi televisivi
mondiali captabili, compresi gli italiani,
arriverà a cifre impensabili. Naturalmente,
noi dobbiamo fare in modo che le
trasmissioni dei programmi televisivi
nazionali, compreso il calcio, siano
trasmessi sul territorio europeo.
Parimenti, credo
necessaria una ulteriore e più generale
riflessione.
Rai International non
può essere unicamente la Rai International
per i paesi extraoceanici; una paccotaglia
che offende l’intelligenza dei nostri
connazionali nel mondo; ma lo strumento
attraverso il quale l’Italia attua una
politica di forte impatto culturale
all’estero come avviene per la Francia, la
Germania, la Gran Bretagna.. Rai
International come strumento di diffusione
della cultura italiana nel mondo.
Oggi non è così.
E poi, direi, per
quanto riguarda l’Europa, l’Italia può
proporre in sede comunitaria la creazione di
una rete europea che serva a far conoscere,
avvicinare sempre più l’Europa ai suoi
cittadini.
Il trattato
costituzionale è stato respinto anche per
questo.
Vorrei che a Roma, a
Napoli o Milano, si sapesse cosa si fa a
Manchester, a Londra, a Stoccolma, a Oslo o
Madrid o Barcellona, che rischiano di essere
per i più dei punti neri sulle carte
geografiche del continente.
Creare intercultura,
senso di appartenenza, consapevolezza di
essere componenti di una grande unione di
popoli liberi; anche e soprattutto questo è
compito dell’informazione.
Vi è un esempio, ARTE,
produzione anglo franco tedesca ove noi
siamo assenti, che svolge una funzione di
alta valenza.
Vorrei che la nostra
funzione di eletti all’estero servisse,
attraverso avanzate proposte al governo e in
parlamento, anche alla costruzione del nuovo
cittadino europeo.
Siamo stati eletti nel
collegio dell’Unione.
Impegniamoci per
realizzare il sogno.
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