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Dato che
contro il tempo non valgono nemmeno “le
intese bipartisan” o gli inciuci tra lìder
maximi, è inesorabilmente arrivato anche il
giorno più temuto dalla casta, quello del
deposito della perizia sulle telefonate
riguardanti i sei politici, tre del centro
sinistra, diessini al più alto livello e
cioè D’Alema, Fassino, Latorre a colloquio
con Consorte e tre della CDL, i forzisti
Comincioli, Grillo, e Cicu a colloquio con
Fiorani. Manca per un errore materiale
quella di Berlusconi con Fiorani, il cui
contenuto è comunque recuperabile grazie ad
una sua successiva telefonata a Gnutti da
cui emerge che il Cavaliere “è commosso” per
l’ok di Fazio e che “la sinistra ci ha
appoggiato più del Governatore”.
Da giorni la
scena politica è occupata, dopo il duello
rusticano Visco-Speciale, dalle
dichiarazioni furiose dei diesse di ogni
ordine e grado, dalle censure del cosiddetto
ministro della giustizia nei confronti di
Clementina Forleo, dalla richiesta formale
dei presidenti delle Camere al tribunale di
Milano riguardo ad una non meglio precisata
pretesa di “chiarimenti” sulla gestione
delle trascrizioni, dalla solidarietà di
Berlusconi a D’Alema per “i veleni”, nonché
dal “caso Di Pietro” reo di aver osato
affermare che “se l’Unione attacca le toghe
diventa una fotocopia della CDL” e che sulle
intercettazioni Antonveneta-Bnl-Rcs “si è
data l’impressione di voler proteggere il
proprio clan e l’impunità dei parlamentari”.
In realtà non c’è molto da chiarire, perché
forse il problema di tutta la vicenda, di
cui la polemica furibonda sulle
intercettazioni costituisce solo l’ultimo
penoso capitolo, è la sua estrema
leggibilità, nonostante la folla di
protagonisti, le convergenze all’apparenza
improbabili, la perenne “opacità” di un
paese che si dimostra più che mai dominato
da quella società del ricatto di cui aveva
parlato Gherardo Colombo ai tempi della
bicamerale, rischiando per l’appunto il
linciaggio della casta politica, senza
defezione alcuna.
Come ha commentato con assoluta misura ed
equanimità Francesco Saverio Borrelli
“siccome è prevista una discussione tra pm,
giudice ed avvocati, non si vede come si
possa discutere sul nulla. Nonostante questo
è vietata la divulgazione, ma se sfuggono da
qualche spiraglio, questo fa parte degli
inconvenienti che derivano dagli uomini, non
dalle leggi..”. E, si potrebbe aggiungere,
non necessariamente e non certo abitualmente
dai magistrati, accusati da Mani Pulite in
poi di essere gli autori delle più plateali
“fughe di notizie” e messi all’indice al
tempo dell’avviso di garanzia durante il G8
di Napoli, peraltro comunicato a Berlusconi
il giorno precedente a Roma.
Peraltro, è bene ricordarlo, si tratta di
telefonate non più coperte dal segreto
istruttorio da mesi e cioè da quando gli
avvocati le hanno ascoltate, esattamente due
mesi fa, senza poter prendere appunti o
effettuare registrazioni. Adesso si tratta
delle trascrizioni delle registrazioni che
vengono messe a disposizione per tre giorni
delle decine dei difensori dei ben 84
indagati, i quali non possono fotocopiarle,
né tantomeno consultarle al di fuori del
settimo piano del palazzo di giustizia, ma
possono solo prendere degli appunti. Però
non possono nemmeno essere imbavagliati a
tempo indeterminato.
A seguire, in vista dell’udienza
preliminare, entro pochi giorni le
intercettazioni ritenute rilevanti, saranno
inoltrate al Parlamento che potrà
autorizzare o meno l’utilizzo in sede
dibattimentale delle telefonate che
coinvolgono indirettamente i parlamentari.
Senza quell’autorizzazione le
intercettazioni sono prive di qualsiasi
rilevanza probatoria sia nei confronti dei
parlamentari, al momento non indagati sia
dei non parlamentari indagati. Come ha
ricordato Marco Travaglio, incredibilmente
unico tra analisti e commentatori, “il bene
tutelato dal segreto non è la privacy
dell’intercettato, che soccombe dinanzi alle
esigenze di giustizia, ma solo il buon esito
dell’indagine. Se il magistrato teme che
l’inchiesta subisca danni dalla
pubblicazione dell’atto, lo segreta. Se non
lo fa il problema non esiste”. (l’Unità del
9 giugno).
E allora che senso hanno gli allarmi per “la
democrazia a rischio” di Mastella, le
invettive contro “la vergogna del suk
mediatico” lanciate dal difensore di D’Alema
e di una nutrita schiera di furbetti, il
senatore Guido Calvi, la pseudo-
ostentazione di serenità alternata ad
anatemi e denunce di linciaggio da parte di
tutta la dirigenza diossina, gli alto là, a
dire il vero un po’ imbarazzati all’uso
delle intercettazioni, dei nuovi compagni di
partito diellini, come Soro, che non sapendo
bene cosa dire aggiunge pure che “non ci
sono elementi di giudizio politico”?
Ma quello che prevale è il lamento, quasi
unanime per il mancato tempismo, per non
essere arrivati in tempo ad approvare la
nuova legge sulle intercettazioni, quella di
Mastella per intendersi.
Il più arrabbiato di tutti è ancora Guido
Calvi: “ Se avessimo approvato la legge in
discussione al Senato tutto questo non
sarebbe accaduto e bisognerebbe capire
perché non è stata approvata…”
E qualche idea ce l’ha sulle “grandi
manovre” contro i DS, contro il Governo e
contro Prodi “.. se vedo un ministro che fa
una mozione contro un suo collega, poi vedo
lo stesso ministro criticare il collega
della giustizia, che ha fatto solo il suo
dovere, osservo che così non si va
lontano….”.
Forse si sarebbe andati più lontano se non
si fosse trasformato un partito in un
comitato d’affari, eufemisticamente, poco
trasparenti, se i suoi dirigenti non
avessero impartito dritte per effettuare
scalate con personaggi di lì a poco ospiti
delle patrie galere, se non si fossero
create solide alleanze con avversari
politici di “dubbia moralità” con i quali,
in prima serata, si finge di litigare nei
noti salotti mediatici, sotto lo sguardo
benevolo di un conduttore “equivicino”.
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