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WWW.CENTOMOVIMENTI.COM - 12 GIUGNO 2007
L'ira impotente e funesta della casta

Daniela Gaudenzi

Dato che contro il tempo non valgono nemmeno “le intese bipartisan” o gli inciuci tra lìder maximi, è inesorabilmente arrivato anche il giorno più temuto dalla casta, quello del deposito della perizia sulle telefonate riguardanti i sei politici, tre del centro sinistra, diessini al più alto livello e cioè D’Alema, Fassino, Latorre a colloquio con Consorte e tre della CDL, i forzisti Comincioli, Grillo, e Cicu a colloquio con Fiorani. Manca per un errore materiale quella di Berlusconi con Fiorani, il cui contenuto è comunque recuperabile grazie ad una sua successiva telefonata a Gnutti da cui emerge che il Cavaliere “è commosso” per l’ok di Fazio e che “la sinistra ci ha appoggiato più del Governatore”.

 

Da giorni la scena politica è occupata, dopo il duello rusticano Visco-Speciale, dalle dichiarazioni furiose dei diesse di ogni ordine e grado, dalle censure del cosiddetto ministro della giustizia nei confronti di Clementina Forleo, dalla richiesta formale dei presidenti delle Camere al tribunale di Milano riguardo ad una non meglio precisata pretesa di “chiarimenti” sulla gestione delle trascrizioni, dalla solidarietà di Berlusconi a D’Alema per “i veleni”, nonché dal “caso Di Pietro” reo di aver osato affermare che “se l’Unione attacca le toghe diventa una fotocopia della CDL” e che sulle intercettazioni Antonveneta-Bnl-Rcs “si è data l’impressione di voler proteggere il proprio clan e l’impunità dei parlamentari”.

In realtà non c’è molto da chiarire, perché forse il problema di tutta la vicenda, di cui la polemica furibonda sulle intercettazioni costituisce solo l’ultimo penoso capitolo, è la sua estrema leggibilità, nonostante la folla di protagonisti, le convergenze all’apparenza improbabili, la perenne “opacità” di un paese che si dimostra più che mai dominato da quella società del ricatto di cui aveva parlato Gherardo Colombo ai tempi della bicamerale, rischiando per l’appunto il linciaggio della casta politica, senza defezione alcuna.

Come ha commentato con assoluta misura ed equanimità Francesco Saverio Borrelli “siccome è prevista una discussione tra pm, giudice ed avvocati, non si vede come si possa discutere sul nulla. Nonostante questo è vietata la divulgazione, ma se sfuggono da qualche spiraglio, questo fa parte degli inconvenienti che derivano dagli uomini, non dalle leggi..”. E, si potrebbe aggiungere, non necessariamente e non certo abitualmente dai magistrati, accusati da Mani Pulite in poi di essere gli autori delle più plateali “fughe di notizie” e messi all’indice al tempo dell’avviso di garanzia durante il G8 di Napoli, peraltro comunicato a Berlusconi il giorno precedente a Roma.

Peraltro, è bene ricordarlo, si tratta di telefonate non più coperte dal segreto istruttorio da mesi e cioè da quando gli avvocati le hanno ascoltate, esattamente due mesi fa, senza poter prendere appunti o effettuare registrazioni. Adesso si tratta delle trascrizioni delle registrazioni che vengono messe a disposizione per tre giorni delle decine dei difensori dei ben 84 indagati, i quali non possono fotocopiarle, né tantomeno consultarle al di fuori del settimo piano del palazzo di giustizia, ma possono solo prendere degli appunti. Però non possono nemmeno essere imbavagliati a tempo indeterminato.

A seguire, in vista dell’udienza preliminare, entro pochi giorni le intercettazioni ritenute rilevanti, saranno inoltrate al Parlamento che potrà autorizzare o meno l’utilizzo in sede dibattimentale delle telefonate che coinvolgono indirettamente i parlamentari. Senza quell’autorizzazione le intercettazioni sono prive di qualsiasi rilevanza probatoria sia nei confronti dei parlamentari, al momento non indagati sia dei non parlamentari indagati. Come ha ricordato Marco Travaglio, incredibilmente unico tra analisti e commentatori, “il bene tutelato dal segreto non è la privacy dell’intercettato, che soccombe dinanzi alle esigenze di giustizia, ma solo il buon esito dell’indagine. Se il magistrato teme che l’inchiesta subisca danni dalla pubblicazione dell’atto, lo segreta. Se non lo fa il problema non esiste”. (l’Unità del 9 giugno).

E allora che senso hanno gli allarmi per “la democrazia a rischio” di Mastella, le invettive contro “la vergogna del suk mediatico” lanciate dal difensore di D’Alema e di una nutrita schiera di furbetti, il senatore Guido Calvi, la pseudo- ostentazione di serenità alternata ad anatemi e denunce di linciaggio da parte di tutta la dirigenza diossina, gli alto là, a dire il vero un po’ imbarazzati all’uso delle intercettazioni, dei nuovi compagni di partito diellini, come Soro, che non sapendo bene cosa dire aggiunge pure che “non ci sono elementi di giudizio politico”?

Ma quello che prevale è il lamento, quasi unanime per il mancato tempismo, per non essere arrivati in tempo ad approvare la nuova legge sulle intercettazioni, quella di Mastella per intendersi.
Il più arrabbiato di tutti è ancora Guido Calvi: “ Se avessimo approvato la legge in discussione al Senato tutto questo non sarebbe accaduto e bisognerebbe capire perché non è stata approvata…”

E qualche idea ce l’ha sulle “grandi manovre” contro i DS, contro il Governo e contro Prodi “.. se vedo un ministro che fa una mozione contro un suo collega, poi vedo lo stesso ministro criticare il collega della giustizia, che ha fatto solo il suo dovere, osservo che così non si va lontano….”.
Forse si sarebbe andati più lontano se non si fosse trasformato un partito in un comitato d’affari, eufemisticamente, poco trasparenti, se i suoi dirigenti non avessero impartito dritte per effettuare scalate con personaggi di lì a poco ospiti delle patrie galere, se non si fossero create solide alleanze con avversari politici di “dubbia moralità” con i quali, in prima serata, si finge di litigare nei noti salotti mediatici, sotto lo sguardo benevolo di un conduttore “equivicino”.

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Daniela Guadenzi

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