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“La campagna
sull’antipolitica la fa la politica stessa,
con la sua scarsa qualità, col rincorrere
gli interessi particolari”. Una citazione
dal blog di Daniele Luttazzi, bandito sine
die dalle patrie televisioni per “uso
criminoso” delle medesime da un editto
berlusconiano che si sta rivelando ogni
giorno più bipartisan? No, un passaggio
dell’intervista del moderato e liberale
Bruno Tabacci, che si è arreso davanti allo
spettacolo rivoltante di questa politica, in
cui c’è assoluta identità con l’analisi
dell’autore satirico messo all’indice dalla
casta.
E si tratta di una valutazione che chiunque
non abbia interessi particolari da difendere
e/o non sia stato cooptato dalle gerarchie
partitocratriche non può non condividere,
soprattutto tenendo conto oltre che dei
comportamenti dietro le quinte delle scalate
che dovevano ridisegnare con modalità
criminose l’assetto dei poteri bancari ed
editoriale del paese, delle reazioni
pressoché unanimi del ceto politico.
Davanti allo
specchio delle intercettazioni che lo ritrae
fedelmente, quel mondo politico che da ormai
quindici anni rivendica il suo “primato” in
primis nei confronti della magistratura
grida al complotto dei “poteri forti” e
finisce, guarda caso, ancora una volta con
un cero strabismo per identificarli nei
poteri di controllo, nell’operato dei
magistrati che applicano la legge e
nell’informazione che nei paesi civili e
normali è “il cane da guardia della
democrazia”.
Come ha detto Gianfranco Pasquino “i poteri
sono forti perché la politica è debole, ed è
debole la politica che non rispetta le
istituzioni, prima fra tutte la
magistratura. Una politica del genere è
destinata ad affondare”.
Il presidente della Camera Fausto Bertinotti
era scattato per primo, dopo la
ricostruzione della Stampa che
riportava senza attribuirvi nessuna patente
di comprovata veridicità le “movimentazioni”
su conti esteri attribuite dalla Kroll, la
maggiore agenzia investigativa americana, a
D’Alema, gridando contro “i miasmi sulla
politica”, del tutto indifferente ai miasmi
che esalano sempre più asfissianti dalla
politica.
Il ministro dell’Interno Giuliano Amato ha
liquidato il deposito della trascrizione
delle intercettazioni disposto
ineccepibilmente dalla gip Forleo “come una
follia italiana” a cui bisogna porre al più
presto rimedio, naturalmente comprimendo o
abolendo il diritto di cronaca.
Un rabbioso D’Alema,
nonché ministro degli Esteri della
Repubblica italiana, denuncia “il tentativo
di indebolire il sistema democratico”,
addita al pubblico ludibrio “lo sguardo
trascurato della magistratura su uno
spettacolo indecente”, definisce “un suk
arabo il palazzo di giustizia”, e mette
tutto insieme in un unico calderone puntando
il dito contro “lo scandalismo, l’arrogante
illegalità dell’uso illegittimo di materiali
riservati e di indagini illegali”. Poi passa
alle minacce “si tratta di un reato e mi
aspetto che qualcuno venga perseguito”.
Apprezzamenti naturalmente per “le parole
molto misurate” dei leader della CDL e
soddisfazione a denti stretti per la
“solidarietà”, in verità molto defilata
degli alleati, ma d’altronde la sobrietà
delle dichiarazioni dei futuri compagni del
Partito Democratico sarebbe commisurata alla
“sgangheratezza” degli attacchi.
Il tutto naturalmente in una sorta di
auto-intervista senza domande al TG5 che
culmina con un vibrato non ci sto a farmi
processare per una battuta “Questo è il
crimine per cui viene messa sotto accusa una
intera classe dirigente? E’ una indecenza”.
Il segretario
dei DS, non può a sua volta sfigurare e
sfida apertamente il ridicolo quando trova
il coraggio di escludere “un complotto
organico” e l’esistenza “di un grande
vecchio che lo guidi”, ma denuncia che “le
intercettazioni sono un altro tassello di un
quadro che se non è un complotto, è certo un
rischio per la democrazia”. E un cenno,
anche uno solo, ad eventuali responsabilità
politiche, ad un deficit di trasparenza, ad
una insana commistione tra politica e
affari, ad un conflitto di interessi per chi
è parte di una istituzione e al contempo
tifa e briga per un interesse particolare
insieme a personaggi già inquisiti e
condannati per reati economici?
La risposta non ammette nessun dubbio e
nessuna concessione autocritica: “Non ci può
essere rimproverato nulla, se non qualche
ingenuità, non esiste una questione morale e
non siamo al ‘92”.
E se non bastassero le parole, che lasciano
sgomenti i cittadini e attoniti gli elettori
ma che risarciscono i comici per il basso
profilo di Berlusconi, dal lìder maximo sono
arrivati anche i fatti.
Il principe dell’antipolitica si limita ad
un secco “spazzatura” in merito alle
dichiarazioni di Ricucci sul suo via libera
alla scalata su Rcs-Corriere, ripete il
ritornello decennale del “malvagio circuito
di veleni e del perverso intreccio tra certa
magistratura e settori della grande stampa”
e manda avanti il fido Gianni Letta, che più
eroico di un oplita spartano dichiara “Ho
fatto di tutto per tenere Silvio lontano
dall’affare”.
Il ministro degli Esteri, in visita
ufficiale nei Balcani, invece ha lasciato a
terra per ritorsione contro la ricostruzione
fatta dalla Stampa sul rapporto dei
presunti fondi esteri “movimentati” dalla
Quercia, l’inviato del giornale e la testata
ne ha dato notizia in un commento non
firmato intitolato “Aerei di Stato”. L’uso
personalistico e proprietario di un bene
pubblico pagato con le tasse dei cittadini,
l’arbitrio come regola di comportamento,
l’ostentazione dell’arroganza del potere
(era il secondo passaggio negato dopo la
pubblicazione sgradita) non rientrano solo
in una caduta di stile, congeniale alla
ineleganza strutturale del personaggio.
Se usa un aereo di rappresentanza come la
sua barca da diporto, il ministro degli
Esteri contribuisce a confermare che la
casta è davvero prossima ad affondare: sono
i dettagli che definiscono compiutamente il
quadro.
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