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WWW.CENTOMOVIMENTI.COM - 20 GIUGNO 2007
D'Alema e Latorre non si dimettono: li attendono gli elettori alle feste de l'Unità

Stefano santachiara

Si erano attivati direttamente, l’estate 2005, per aiutare l’amministratore delegato di Unipol Giovanni Consorte nella scalata occulta alla Banca Nazionale del Lavoro, che avveniva di concerto con le altre due scalate “azzurre” benedette dal governatore Antonio Fazio: quella della Banca Popolare di Lodi di Fiorani e del finanziere Emilio Gnutti all’Antonveneta e quella di Ricucci e degli immobiliaristi, coordinati dal consigliere d’amministrazione Fininvest Ubaldo Livolsi, al Corriere della Sera. In una telefonata D’Alema disse a Consorte che si sarebbe adoperato affinché Vito Bonsignore, deputato dell’Udc pregiudicato per corruzione e possessore del 2% di azioni Bnl, rimanesse nell’alleanza degli scalatori, in cambio “di una contropartita politica”, in un’altra il numero uno di Unipol chiese a Latorre che D’Alema facesse altrettanto con l’ingegner Caltagirone, editore del Messaggero e del Mattino e suocero di Casini (non è dato sapere se il leader Maximo abbia poi contattato Caltagirone, ma è un fatto che il giorno dopo quest’ultimo cedette). E, emblematicamente, Consorte festeggiava con D'Alema dicendo “prendiamo la Bnl a un anno dalle elezioni”. Di fronte all’evidenza di una tale commistione tra politica e affari, per una scalata che aveva come alleati raider dalle origini finanziarie sospette, già condannati all’epoca (Gnutti era già stato riconosciuto colpevole di “insider trading” quando D’Alema diceva pubblicamente “cos’ha che non va, Gnutti?”) e tuttora imputati di gravissimi reati assieme al banchiere Fiorani, accusato di rubare dai conti correnti dei vivi (su cui scaricava le perdite delle operazioni finanziarie fallite) e dei morti, qual è stata la linea difensiva? Per prima cosa hanno spostato il dibattito sulla pubblicazione delle intercettazioni per non parlare del contenuto, grazie alle armi di distrazione di massa fornite dagli amici di sempre, dall’ex Eminenza grigia di Craxi prontoa definire la trasparenza “una follia tutta italiana” al berlusconiano Tg5 che accoglie il comizio di D’Alema la sera in cui le intercettazioni escono per la prima volta in tv ad “Anno Zero”.
 

 

Peccato che la “fuga di notizie” tanto sbandierata ora (a differenza di due anni fa, quando “Il Giornale” pubblicò l’intercettazione di Fassino prima che le bobine arrivassero ai pm) non esista assolutamente, in quanto le intercettazioni, trascritte con un’apposita perizia, sono a conoscenza di avvocati e indagati, e dunque perfettamente pubblicabili. Lo riconosce persino Boato, autore della legge del 2003 che concede ai parlamentari l’assurdo privilegio di rigettare le “intercettazioni indirette” agli onorevoli e dunque anche quanto stabilirà il Gip Forleo, chiamata a decidere quali delle 73 conversazioni, che l’accusa ritiene penalmente rilevanti per gli indagati, siano da acquisire al processo. Mentre il Garante per la privacy Pizzetti ha sancito che non c’è alcun problema sulla sfera privata degli intercettati, trattandosi di conversazioni di politici con Consorte, e non con la propria consorte. Costretti a entrare nel merito, al netto dei
fantomatici complotti di forze imprecisate e di qualche buontempone che ha provato a far passare per “tifo” e “battute ironiche” quanto fotografato impietosamente dai dialoghi dei diretti protagonisti (e se non aggrada “l’estrapolazione di alcune frasi dal contesto” possono sempre pubblicare l’intero contenuto delle intercettazioni, come usa in tutte le democrazie fondate sulla trasparenza degli uomini pubblici), la parola d’ordine è stata un’excusatio non petita: “Non ci sono reati, non ci sono conti segreti”. Nessuno lo mette in dubbio, al momento, visto che D’Alema, Latorre e Fassino
non sono indagati a differenza di Consorte, ma c’è anche una questione morale. D’Alema, ieri sera ospite nel comodo salotto di Ballarò, non la vede: “E’ del tutto normale che la classe politica si occupi di fusioni bancarie, se non vengono commessi reati. Anzi, chi si occupa di politica ha il dovere di occuparsi di tutto cio' che interessa la vita del paese… Voi credete che le grandi operazioni che si fanno in Gran Bretagna o in Spagna non abbiano
l'interesse della politica?". Enrico Berlinguer, nella famosa intervista a Scalfari, spiegava:” I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c'è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il Corriere faccia una così brutta fine. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le "operazioni" che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell'interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela… Il nostro essere diversi: noi vogliamo che i partiti cessino di occupare lo Stato. I partiti debbono, come dice la nostra Costituzione, concorrere alla formazione della volontà politica della nazione; e ciò possono farlo non occupando pezzi sempre più larghi di Stato, sempre più numerosi centri di potere in ogni campo, ma interpretando le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo, controllando democraticamente l'operato delle istituzioni. Ecco la prima ragione della nostra diversità”.

Quello che sta venendo a galla in questi giorni è un duro colpo per elettori e militanti di un partito che aveva nel proprio Dna l’onestà e il bene pubblico, non certo la partecipazione attiva a scalate finanziarie illecite con personaggi condannati e sotto processo, ma è la naturale conseguenza dell’inciucio dei “Dalemoni”(dal neologismo coniato da Rinaldi de “L’Espresso” ai tempi della Bicamerale), oscurato in tutti questi anni il più possibile all’opinione pubblica dalle tv berlusconiane, ma ormai troppo evidente per essere dissimulato oltre. D’Alema, che ancora ieri sera a Ballarò ha rivendicato quanto fatto con la Bicamerale, elevò al rango di Padre Costituente un signore che negli anni ’70 aveva ospitato in casa il boss mafioso Vittorio Mangano, i cui primi miliardi restano tuttora di ignota provenienza, prescritto per corruzione, evasore fiscale conclamato, la cui azienda pagava tangenti alla Guardia di Finanza, un signore il cui braccio destro è stato condannato in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa e in Appello per tentata estorsione assieme a un boss di Cosa Nostra, e quello sinistro è un pregiudicato per corruzione in atti giudiziari interdetto dai pubblici uffici che da 13 mesi percepisce indebitamente lo stipendio parlamentare. Il primo governo di centrosinistra considerò Berlusconi “eleggibile” nel ’96 non applicando la legge Scelba del ’57 sui titolari di pubbliche concessioni, e ora si appresta a fare altrettanto approvando una legge sul conflitto d’interessi ridicola, che prevede un’incompatibilità governativa (ossia si applica quando Berlusconi ha già vinto le elezioni grazie alle tv) risolvibile con un blind trust (la stessa proposta definita 13 anni fa dalla sinistra “blind truff”, in quanto in una temporanea gestione fiduciaria i vari Mentana, Fede e Giordano sapranno sempre chi tornerà ad essere, anche formalmente, il padrone) e la cui violazione non prevede la decadenza dalla carica. Sul versante antitrust con la legge Maccanico il primo Ulivo calpestò la sentenza della Corte Costituzionale che da 13 anni continua a chiedere di ridurre da 3 a 2 le reti Mediaset, mentre il secondo, oggi, è ancora lungi dall’approvare il ddl Gentiloni che imporrebbe un tetto del 45% alla raccolta pubblicitaria televisiva e il trasferimento di una rete Mediaset e Rai sul digitale a 15 mesi dall’approvazione della legge. Una chimera. Basterebbero una riga di decreto e poche sedute per abolire le leggi vergogna approvate nel quinquennio berlusconiano, ancora tutte in vigore e capaci di devastare la certezza della pena e il risarcimento delle vittime dei reati: la depenalizzazione del falso in bilancio, la ex Cirielli che riduce drasticamente i tempi di prescrizione regalando l’impunità a delinquenti d’ogni risma, la controriforma “Castelli” sull’ordinamento giudiziario già conservata per nove decimi nel ddl Mastella, che se non verrà approvato entro luglio lascerà entrare in vigore anche l’unica vergogna sospesa, una netta distinzione delle funzioni inquirente e giudicante che è di fatto una separazione delle carriere dei magistrati. Hanno cercato di intestare ogni vergogna al prestanome di Ceppaloni e di usare il pretesto della maggioranza risicata, ma non hanno saputo rispondere alla domanda più elementare:”Perché nessuno ha mai provato a votare per uno straccio d’abolizione?” . E chi li ha obbligati a controfirmare l’assunzione al Ministero della Giustizia di un certo Nuvoli che invocava la “forca per Borrelli”, a predisporre la depenalizzazione del reato di bancarotta e il colpo di spugna sui reati contabili, progetti naufragati dopo gli scoop di Corriere della Sera e Sole24 Ore, e l’approvazione dell’indulto di 3 anni esteso ai reati finanziari che oltre a Previti e Consorte salverà i furbetti del quartierino, Tanzi e Cagnotti, Geronzi e i banchieri sotto processo, Moggi e gli imputati di Calciopoli, il Dottor Sottile e Sua Bassezza Vittorio Emanuele, inquinatori e colpevoli di omicidi colposi e infortuni sul lavoro, Wanna Marchi e truffatori assortiti? E nessuno li obbliga nelle prossime settimane ad approvare al Senato una vergognosa legge-bavaglio che impedirà ai giornalisti di raccontare ai cittadini gli scandali del potere per tutta la fase d’indagine, e ridurrà drasticamente lo strumento fondamentale delle intercettazioni(centri d’ascolto da 133 a 26 solo presso le Corti d’Appello e intercettazioni telefoniche prorogabili dopo 90 giorni, 45 giorni le ambientali, solo in presenza di “nuovi elementi”!). Oggi come allora Berlusconi chiedeva e otteneva leggi-vergogna sulla Giustizia e sull’Informazione, oggi come allora l’inciucio è vivo e lotta insieme a loro, come confessò Violante alla Camera nel 2003, quando rispondendo alle accuse del centrodestra si lasciò scappare: ”Lei e l’onorevole Letta avete avuto la garanzia piena, già dal 1994, che non sarebbero state toccate le tv”. E così fino ai giorni nostri, passando per l’autocandidatura di Massimo D'Alema al Quirinale, sostenuta da Dell'Utri, Confalonieri, Ferrara, Feltri e Cirino Pomicino, e arrivando al fronte comune, oggi, contro magistrati e giornali liberi, accusati di improbabili diffamazioni e fantasmagorici complotti mediatico-giudiziari. D’Alema, che per rappresaglia ha già negato due volte il permesso di salire a bordo dell’aereo ministeriale al corrispondente de “La Stampa”, ha minacciato di querelare il quotidiano torinese per la pubblicazione della notizia che l’agenzia di investigazioni “Kroll” conserva un dossier in cui c’è scritto di un conto in Brasile di D’Alema. Se il Ministro degli Esteri vuole querelare la Kroll, o chiedere conto di quel dossier, carpito dagli spioni Telecom e ora agli atti del processo che li vede imputati, è liberissimo, ma fa ridere l’attacco a “La Stampa” che ha semplicemente fatto il suo dovere: avendo una notizia, l’ha pubblicata. Allo stesso modo con grande sprezzo del ridicolo, invece di prendersela eventualmente con Ricucci (come ha fatto Letta ricordando che un imputato può mentire, interrogato o rendente dichiarazioni spontanee), Berlusconi si è scagliato contro i giornali che hanno pubblicato i verbali d’interrogatorio in cui l’odontotecnico mancato di Zagarolo riferiva dell’appoggio berlusconiano alla scalata a Rcs.

L’indomani, richiamato all’ordine, Ricucci ha smentito se stesso e cercato di infangare Prodi che non l’ha mai voluto ricevere. Dopo aver rischiato le monetine al congresso che sancì la morte dei Ds e la nascita del Partito Democratico, quando Berlusconi fu invitato ad acquistare Telecom per salvare “l’italianità” e Craxi fu inserito nel Pantheon al posto di Berlinguer, per i dalemiani, sarà un’estate calda alle Feste dell’Unità. Pare che non saranno
invitati magistrati, e neppure giornalisti liberi e scomodi, quelli epurati, querelati o invisi ai berluscones (Claudio Rinaldi, Giorgio Bocca, Giampaolo Pansa e Peter Gomez, Antonio Padellaro, Furio Colombo, Marco Travaglio, Gianfranco Pasquino e Lidia Ravera, Gianni Barbacetto ed Enrico Deaglio, Ezio Mauro, Eugenio Scalfari, Giuseppe D’Avanzo, Carlo Bonini, Mario Pirani e Curzio Maltese, Ferruccio De Bortoli, Paolo Mieli, Maria Teresa Meli, Aldo Cazzullo, Gian Antonio Stella, Sergio Rizzo, Francesco Verderami, Luigi Ferrarella, Giuseppe Guastella, Paolo Biondani, Giovanni Bianconi, i giornalisti de “La Stampa” al gran completo, Enzo Biagi, Oliviero Beha, Massimo Fini, Michele Santoro, Carlo Freccero, Beppe Grillo, Paolo Rossi, Sabina Guzzanti, Daniele Luttazzi, ect). Ma gli elettori ci saranno tutti.

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