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Si erano
attivati direttamente, l’estate 2005, per
aiutare l’amministratore delegato di Unipol
Giovanni Consorte nella scalata occulta alla
Banca Nazionale del Lavoro, che avveniva di
concerto con le altre due scalate “azzurre”
benedette dal governatore Antonio Fazio:
quella della Banca Popolare di Lodi di
Fiorani e del finanziere Emilio Gnutti all’Antonveneta
e quella di Ricucci e degli immobiliaristi,
coordinati dal consigliere d’amministrazione
Fininvest Ubaldo Livolsi, al Corriere della
Sera. In una telefonata D’Alema disse a
Consorte che si sarebbe adoperato affinché
Vito Bonsignore, deputato dell’Udc
pregiudicato per corruzione e possessore del
2% di azioni Bnl, rimanesse nell’alleanza
degli scalatori, in cambio “di una
contropartita politica”, in un’altra il
numero uno di Unipol chiese a Latorre che D’Alema
facesse altrettanto con l’ingegner
Caltagirone, editore del Messaggero e del
Mattino e suocero di Casini (non è dato
sapere se il leader Maximo abbia poi
contattato Caltagirone, ma è un fatto che il
giorno dopo quest’ultimo cedette). E,
emblematicamente, Consorte festeggiava con
D'Alema dicendo “prendiamo la Bnl a un anno
dalle elezioni”. Di fronte all’evidenza di
una tale commistione tra politica e affari,
per una scalata che aveva come alleati
raider dalle origini finanziarie sospette,
già condannati all’epoca (Gnutti era già
stato riconosciuto colpevole di “insider
trading” quando D’Alema diceva pubblicamente
“cos’ha che non va, Gnutti?”) e tuttora
imputati di gravissimi reati assieme al
banchiere Fiorani, accusato di rubare dai
conti correnti dei vivi (su cui scaricava le
perdite delle operazioni finanziarie
fallite) e dei morti, qual è stata la linea
difensiva? Per prima cosa hanno spostato il
dibattito sulla pubblicazione delle
intercettazioni per non parlare del
contenuto, grazie alle armi di distrazione
di massa fornite dagli amici di sempre,
dall’ex Eminenza grigia di Craxi prontoa
definire la trasparenza “una follia tutta
italiana” al berlusconiano Tg5 che accoglie
il comizio di D’Alema la sera in cui le
intercettazioni escono per la prima volta in
tv ad “Anno Zero”.
Peccato che la “fuga di notizie” tanto
sbandierata ora (a differenza di due anni
fa, quando “Il Giornale” pubblicò
l’intercettazione di Fassino prima che le
bobine arrivassero ai pm) non esista
assolutamente, in quanto le intercettazioni,
trascritte con un’apposita perizia, sono a
conoscenza di avvocati e indagati, e dunque
perfettamente pubblicabili. Lo riconosce
persino Boato, autore della legge del 2003
che concede ai parlamentari l’assurdo
privilegio di rigettare le “intercettazioni
indirette” agli onorevoli e dunque anche
quanto stabilirà il Gip Forleo, chiamata a
decidere quali delle 73 conversazioni, che
l’accusa ritiene penalmente rilevanti per
gli indagati, siano da acquisire al
processo. Mentre il Garante per la privacy
Pizzetti ha sancito che non c’è alcun
problema sulla sfera privata degli
intercettati, trattandosi di conversazioni
di politici con Consorte, e non con la
propria consorte. Costretti a entrare nel
merito, al netto dei
fantomatici complotti di forze imprecisate e
di qualche buontempone che ha provato a far
passare per “tifo” e “battute ironiche”
quanto fotografato impietosamente dai
dialoghi dei diretti protagonisti (e se non
aggrada “l’estrapolazione di alcune frasi
dal contesto” possono sempre pubblicare
l’intero contenuto delle intercettazioni,
come usa in tutte le democrazie fondate
sulla trasparenza degli uomini pubblici), la
parola d’ordine è stata un’excusatio non
petita: “Non ci sono reati, non ci sono
conti segreti”. Nessuno lo mette in dubbio,
al momento, visto che D’Alema, Latorre e
Fassino
non sono indagati a differenza di Consorte,
ma c’è anche una questione morale. D’Alema,
ieri sera ospite nel comodo salotto di
Ballarò, non la vede: “E’ del tutto normale
che la classe politica si occupi di fusioni
bancarie, se non vengono commessi reati.
Anzi, chi si occupa di politica ha il dovere
di occuparsi di tutto cio' che interessa la
vita del paese… Voi credete che le grandi
operazioni che si fanno in Gran Bretagna o
in Spagna non abbiano
l'interesse della politica?". Enrico
Berlinguer, nella famosa intervista a
Scalfari, spiegava:” I partiti hanno
occupato lo Stato e tutte le sue
istituzioni, a partire dal governo. Hanno
occupato gli enti locali, gli enti di
previdenza, le banche, le aziende pubbliche,
gli istituti culturali, gli ospedali, le
università, la Rai TV, alcuni grandi
giornali. Per esempio, oggi c'è il pericolo
che il maggior quotidiano italiano, il
Corriere della Sera, cada in mano di questo
o quel partito o di una sua corrente, ma noi
impediremo che un grande organo di stampa
come il Corriere faccia una così brutta
fine. Insomma, tutto è già lottizzato e
spartito o si vorrebbe lottizzare e
spartire. E il risultato è drammatico. Tutte
le "operazioni" che le diverse istituzioni e
i loro attuali dirigenti sono chiamati a
compiere vengono viste prevalentemente in
funzione dell'interesse del partito o della
corrente o del clan cui si deve la carica.
Un credito bancario viene concesso se è
utile a questo fine, se procura vantaggi e
rapporti di clientela… Il nostro essere
diversi: noi vogliamo che i partiti cessino
di occupare lo Stato. I partiti debbono,
come dice la nostra Costituzione, concorrere
alla formazione della volontà politica della
nazione; e ciò possono farlo non occupando
pezzi sempre più larghi di Stato, sempre più
numerosi centri di potere in ogni campo, ma
interpretando le grandi correnti di
opinione, organizzando le aspirazioni del
popolo, controllando democraticamente
l'operato delle istituzioni. Ecco la prima
ragione della nostra diversità”.
Quello che sta venendo a galla in questi
giorni è un duro colpo per elettori e
militanti di un partito che aveva nel
proprio Dna l’onestà e il bene pubblico, non
certo la partecipazione attiva a scalate
finanziarie illecite con personaggi
condannati e sotto processo, ma è la
naturale conseguenza dell’inciucio dei “Dalemoni”(dal
neologismo coniato da Rinaldi de
“L’Espresso” ai tempi della Bicamerale),
oscurato in tutti questi anni il più
possibile all’opinione pubblica dalle tv
berlusconiane, ma ormai troppo evidente per
essere dissimulato oltre. D’Alema, che
ancora ieri sera a Ballarò ha rivendicato
quanto fatto con la Bicamerale, elevò al
rango di Padre Costituente un signore che
negli anni ’70 aveva ospitato in casa il
boss mafioso Vittorio Mangano, i cui primi
miliardi restano tuttora di ignota
provenienza, prescritto per corruzione,
evasore fiscale conclamato, la cui azienda
pagava tangenti alla Guardia di Finanza, un
signore il cui braccio destro è stato
condannato in primo grado per concorso
esterno in associazione mafiosa e in Appello
per tentata estorsione assieme a un boss di
Cosa Nostra, e quello sinistro è un
pregiudicato per corruzione in atti
giudiziari interdetto dai pubblici uffici
che da 13 mesi percepisce indebitamente lo
stipendio parlamentare. Il primo governo di
centrosinistra considerò Berlusconi
“eleggibile” nel ’96 non applicando la legge
Scelba del ’57 sui titolari di pubbliche
concessioni, e ora si appresta a fare
altrettanto approvando una legge sul
conflitto d’interessi ridicola, che prevede
un’incompatibilità governativa (ossia si
applica quando Berlusconi ha già vinto le
elezioni grazie alle tv) risolvibile con un
blind trust (la stessa proposta definita 13
anni fa dalla sinistra “blind truff”, in
quanto in una temporanea gestione fiduciaria
i vari Mentana, Fede e Giordano sapranno
sempre chi tornerà ad essere, anche
formalmente, il padrone) e la cui violazione
non prevede la decadenza dalla carica. Sul
versante antitrust con la legge Maccanico il
primo Ulivo calpestò la sentenza della Corte
Costituzionale che da 13 anni continua a
chiedere di ridurre da 3 a 2 le reti
Mediaset, mentre il secondo, oggi, è ancora
lungi dall’approvare il ddl Gentiloni che
imporrebbe un tetto del 45% alla raccolta
pubblicitaria televisiva e il trasferimento
di una rete Mediaset e Rai sul digitale a 15
mesi dall’approvazione della legge. Una
chimera. Basterebbero una riga di decreto e
poche sedute per abolire le leggi vergogna
approvate nel quinquennio berlusconiano,
ancora tutte in vigore e capaci di devastare
la certezza della pena e il risarcimento
delle vittime dei reati: la depenalizzazione
del falso in bilancio, la ex Cirielli che
riduce drasticamente i tempi di prescrizione
regalando l’impunità a delinquenti d’ogni
risma, la controriforma “Castelli”
sull’ordinamento giudiziario già conservata
per nove decimi nel ddl Mastella, che se non
verrà approvato entro luglio lascerà entrare
in vigore anche l’unica vergogna sospesa,
una netta distinzione delle funzioni
inquirente e giudicante che è di fatto una
separazione delle carriere dei magistrati.
Hanno cercato di intestare ogni vergogna al
prestanome di Ceppaloni e di usare il
pretesto della maggioranza risicata, ma non
hanno saputo rispondere alla domanda più
elementare:”Perché nessuno ha mai provato a
votare per uno straccio d’abolizione?” . E
chi li ha obbligati a controfirmare
l’assunzione al Ministero della Giustizia di
un certo Nuvoli che invocava la “forca per
Borrelli”, a predisporre la depenalizzazione
del reato di bancarotta e il colpo di spugna
sui reati contabili, progetti naufragati
dopo gli scoop di Corriere della Sera e
Sole24 Ore, e l’approvazione dell’indulto di
3 anni esteso ai reati finanziari che oltre
a Previti e Consorte salverà i furbetti del
quartierino, Tanzi e Cagnotti, Geronzi e i
banchieri sotto processo, Moggi e gli
imputati di Calciopoli, il Dottor Sottile e
Sua Bassezza Vittorio Emanuele, inquinatori
e colpevoli di omicidi colposi e infortuni
sul lavoro, Wanna Marchi e truffatori
assortiti? E nessuno li obbliga nelle
prossime settimane ad approvare al Senato
una vergognosa legge-bavaglio che impedirà
ai giornalisti di raccontare ai cittadini
gli scandali del potere per tutta la fase
d’indagine, e ridurrà drasticamente lo
strumento fondamentale delle
intercettazioni(centri d’ascolto da 133 a 26
solo presso le Corti d’Appello e
intercettazioni telefoniche prorogabili dopo
90 giorni, 45 giorni le ambientali, solo in
presenza di “nuovi elementi”!). Oggi come
allora Berlusconi chiedeva e otteneva
leggi-vergogna sulla Giustizia e
sull’Informazione, oggi come allora l’inciucio
è vivo e lotta insieme a loro, come confessò
Violante alla Camera nel 2003, quando
rispondendo alle accuse del centrodestra si
lasciò scappare: ”Lei e l’onorevole Letta
avete avuto la garanzia piena, già dal 1994,
che non sarebbero state toccate le tv”. E
così fino ai giorni nostri, passando per l’autocandidatura
di Massimo D'Alema al Quirinale, sostenuta
da Dell'Utri, Confalonieri, Ferrara, Feltri
e Cirino Pomicino, e arrivando al fronte
comune, oggi, contro magistrati e giornali
liberi, accusati di improbabili diffamazioni
e fantasmagorici complotti
mediatico-giudiziari. D’Alema, che per
rappresaglia ha già negato due volte il
permesso di salire a bordo dell’aereo
ministeriale al corrispondente de “La
Stampa”, ha minacciato di querelare il
quotidiano torinese per la pubblicazione
della notizia che l’agenzia di
investigazioni “Kroll” conserva un dossier
in cui c’è scritto di un conto in Brasile di
D’Alema. Se il Ministro degli Esteri vuole
querelare la Kroll, o chiedere conto di quel
dossier, carpito dagli spioni Telecom e ora
agli atti del processo che li vede imputati,
è liberissimo, ma fa ridere l’attacco a “La
Stampa” che ha semplicemente fatto il suo
dovere: avendo una notizia, l’ha pubblicata.
Allo stesso modo con grande sprezzo del
ridicolo, invece di prendersela
eventualmente con Ricucci (come ha fatto
Letta ricordando che un imputato può
mentire, interrogato o rendente
dichiarazioni spontanee), Berlusconi si è
scagliato contro i giornali che hanno
pubblicato i verbali d’interrogatorio in cui
l’odontotecnico mancato di Zagarolo riferiva
dell’appoggio berlusconiano alla scalata a
Rcs.
L’indomani, richiamato all’ordine, Ricucci
ha smentito se stesso e cercato di infangare
Prodi che non l’ha mai voluto ricevere. Dopo
aver rischiato le monetine al congresso che
sancì la morte dei Ds e la nascita del
Partito Democratico, quando Berlusconi fu
invitato ad acquistare Telecom per salvare
“l’italianità” e Craxi fu inserito nel
Pantheon al posto di Berlinguer, per i
dalemiani, sarà un’estate calda alle Feste
dell’Unità. Pare che non saranno
invitati magistrati, e neppure giornalisti
liberi e scomodi, quelli epurati, querelati
o invisi ai berluscones (Claudio Rinaldi,
Giorgio Bocca, Giampaolo Pansa e Peter Gomez,
Antonio Padellaro, Furio Colombo, Marco
Travaglio, Gianfranco Pasquino e Lidia
Ravera, Gianni Barbacetto ed Enrico Deaglio,
Ezio Mauro, Eugenio Scalfari, Giuseppe
D’Avanzo, Carlo Bonini, Mario Pirani e
Curzio Maltese, Ferruccio De Bortoli, Paolo
Mieli, Maria Teresa Meli, Aldo Cazzullo,
Gian Antonio Stella, Sergio Rizzo, Francesco
Verderami, Luigi Ferrarella, Giuseppe
Guastella, Paolo Biondani, Giovanni
Bianconi, i giornalisti de “La Stampa” al
gran completo, Enzo Biagi, Oliviero Beha,
Massimo Fini, Michele Santoro, Carlo
Freccero, Beppe Grillo, Paolo Rossi, Sabina
Guzzanti, Daniele Luttazzi, ect). Ma gli
elettori ci saranno tutti.
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