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Dall'annuncio
della candidatura di Veltroni, in poche
ore il centrosinistra ha ritrovato
entusiasmi svaniti da tempo immemore. In
poche ore il neo partito democratico è
passato da baraccone nato morto a
operazione che ambisce al 40%. Un
sorriso liberatore è sbocciato sui volti
dell'aria riformista, come chi vede la
fine di una lunga depressione. La
candidatura Veltroni ha perfino ridotto
l'inossidabile Berlusconi a sfidante
impresentabile mentre si sarebbero
aperte le porte per Casini (perché
sembra che Fini non sia riuscito a
diventare presentabile). Miracoli della
politica dove, si sa, il cuore domina il
cervello e le speranze future deformano
la realtà. E miracoli del leaderismo, di
quel ramo del populismo che affida la
politica alle parabole personali dei
capi. Già, abbandonate le ideologie, la
politica si era rifugiata nei partiti,
ma oggi se n'è andata pure da quelli,
per incarnarsi nella figura dei leader.
Sono loro, con il loro volto, la loro
storia e la loro personalità a
rappresentare contrapposizioni politiche
alimentate più dal feticismo
personalista che dai contenuti. Sono
loro, il perno della politica piegata
alla faziosità giornaliera, al culto del
capo, e ai sondaggi perpetui. La
politica dei programmi alternativi
fotocopia, delle campagne elettorali
miliardarie, e della schiavitù
dell'immagine. Ed è proprio questo
l'interrogativo della candidatura
Veltroni: a cosa ambisce il
centrosinistra? Se il suo obiettivo è
cavalcare i tempi e cercare il consenso
perduto in previsione delle elezioni,
allora la mossa Veltroni potrebbe
bastare.
Ma se l'obiettivo del centrosinistra è
voltare pagina storica e riformare la
politica tirandola fuori dalla crisi in
cui si è impantanata, allora Veltroni
potrebbe non bastare. In Italia, a
cambiare le cose da solo, non ci riuscì
nemmeno Berlusconi, miliardario,
pioniere del neo populismo, a capo di un
impero mediatico e di un partito azienda
tutto suo. Come potrà mai riuscirci
Veltroni cresciuto nel ventre della
politica che oggi si vuole riformare?
Come potrà Veltroni, che dipende dalla
macchina politica preesistente e che in
quella cultura politica è cresciuto, non
rimanere intrappolato nell'eterna scia
post tangentopoli? Come pensa, Veltroni,
di cambiare le cose se dovrà basare la
sua azione su quella classe politica a
cui oggi si attribuisce il devastante
fallimento in atto? Sono queste le
domande a cui Veltroni dovrà tentare di
rispondere a Torino. E non potrà
esimermi da una profonda analisi critica
della politica di oggi. I suoi
interlocutori dovranno essere quei
cittadini talmente esasperati da
rimanere immuni all'isterismo collettivo
che ha accompagnato la sua candidatura.
A quei cittadini che non credono più
alla politica, e non hanno la forza di
abbandonarsi all'ennesima illusione. A
quei cittadini che non vogliono sentir
parlare di verdi pascoli, ma di come
uscire dal pantano. E subito.
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