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L’ultima
puntata di In mezz’Ora Lucia Annunziata l’ha
dedicata ad Antonio Ingroia di cui si è
occupato anche l’ Economist per il suo
recente e gravoso incarico di coordinatore
del dipartimento voluto dal procuratore di
Palermo Messineo per indagare su mafia e
finanza. Un dipartimento ad hoc che si è
reso necessario per l’escalation di quella
“mafia finanziaria” entrata in borsa di cui
parlava già Falcone alla fine degli anni ’80
e che con una certa approssimazione può
rappresentare il 30% del volume di affari
complessivo.
“Tante ricchezze improvvise danno luogo a
molti dubbi” ha commentato Ingroia
aggiungendo che ovviamente per l’inquirente
i dubbi, per avere un qualche rilievo,
devono trasformarsi indizi e gli indizi per
avere rilevanza probatoria devono a loro
volta diventare prove nel corso del
dibattimento…. Ma abbandonandosi al gioco
molto serio delle libere associazioni è
quasi impossibile non imbattersi nel
self-made man Ricucci di venerdì scorso a
Matrix, tanto per stare nella cronaca degli
ultimi giorni, anche se verosimilmente,
Ingroia aveva in mente qualche esempio “più
illustre” che appartiene già alla storia del
nostro singolare paese.
Naturalmente “il cuore” dell’intervista non
poteva ignorare il conflitto politica
magistratura nel contesto dei “miasmi sulla
politica” e dell’ombra di una nuova P2
identificata nell’asse
Tavaroli-Cipriani-Mancini, con la super
visione di Nicolò Pollari, referente ultimo
ed imprescindibile.
Antonio Ingroia, pur evitando valutazioni
strettamente politiche, è partito dalla
sovraesposizione e dalla supplenza, non
ricercate dalla magistratura, a cui i
magistrati sono costretti da una “politica
debole” che pure da anni rivendica “il suo
primato”. Ma “primato della politica
dovrebbe significare fare passi avanti verso
le regole e la trasparenza piuttosto che
chiedere alla magistratura e
all’informazione di fare passi indietro come
sta avvenendo ora riguardo alle
intercettazioni”.
Ed è “la
debolezza politica” che impedisce una
riforma della giustizia che le restituisca
credibilità ed autorevolezza riducendo la
durata del processo. “Se noi avessimo i
tempi di un dibattimento celere potremmo
concentrare l’attenzione sulla fase
dibattimentale” e di conseguenza si
allenterebbe anche l’interesse per la fase
precedente della raccolta delle prove,
coperta da segreto fino a quando gli atti
non vengono depositati. E questo varrebbe
ovviamente anche per la trascrizione delle
intercettazioni regolate attualmente “da una
strana legge per la quale non sono più
segrete, vengono anzi definite pubbliche ma
non sono pubblicabili”.
L’intervistatrice domanda “sono tante?” Il
magistrato risponde in primo luogo che “
sono disposte dal giudice e che sono
soggette ad una serie rigorosa di
limitazioni” ed aggiunge che “tutte le
indagini di Mafia si fondano sulle
intercettazioni tanto più da quando è stato
disincentivato con interventi legislativi lo
strumento dei collaboratori di giustizia”.
Accordi sulla giustizia tra i due
schieramenti? Ben vengano per una seria
riforma ma “non condividerei la segretazione
fino al dibattimento d’appello delle
intercettazioni rilevanti” [ddl Mastella].
Quanto al ministro della Giustizia che
“cerca di barcamenarsi in una situazione
difficile” deve uscire allo scoperto entro
qualche settimana sulla “controriforma della
giustizia di Castelli, così almeno la
definiva l’attuale maggioranza quando era
all’opposizione” che entrerà definitivamente
in vigore a fine luglio. E Di Pietro?
“L’unico che è disposto a scommettere sulla
giustizia”.
Poi l’ Annunziata ritorna al tema “del
complotto”, dei “giudici alleati dei poteri
forti (Corriere, Montezemolo, grande
finanza), all’ “aria mefitica”, alle
indiscrezioni, agli archivi segreti dei
Pompa e dei Tavaroli, mettendo insieme, a
dire il vero, fatti gravi e oggetto di
indagine giudiziaria con le accuse gratuite
di D’Alema o deliranti di Cicchitto contro
“i giudici a servizio di un grande
complotto”…. Ingroia li definisce “poteri
extraistituzionali, tante componenti di
questo blocco di potere, un sistema
collaterale” e chiarisce “la sensazione è
che queste inchieste stanno evidenziando la
debolezza politica rispetto a sistemi
criminali extraistituzionali. Si tratta di
un momento di pericolo per la democrazia
italiana in cui la giustizia ha bisogno di
essere aiutata non ostacolata…Se le
intercettazioni sono uscita prima c’è
qualcun altro che le ha messe in giro,
collegato verosimilmente con quel
sistema…C’è un disegno che passa anche
attraverso le strumentalizzazione del
conflitto politica magistratura”.
Ma purtroppo “La politica presta il fianco a
questo disegno: la questione morale non è
per forza questione penale. La politica ha
sottovalutato questo aspetto fondamentale e
non ha affrontato la responsabilità che le
compete”. Il rischio è il punto di contatto
tra la debolezza della politica e la
fibrillazione istituzionale: qualcuno può
approfittarne.
Rispetto al ’92, il sostituto delle più
grandi inchieste palermitane su mafia e
politica, non ritiene che l’Italia di oggi
sia più corrotta di allora e pensa che Mani
Pulite sia stata certamente meritoria ma
constata che “l’Italia di oggi è più
disillusa e più rassegnata”. E a distanza di
15 anni da Capaci e via D’Amelio Antonio
Ingroia si richiama alla tenacia di Falcone
e Borsellino che deve sempre prevalere sulla
comprensibile amarezza.
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