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WWW.CENTOMOVIMENTI.COM - 26 GIUGNO 2007
Quando la democrazia è in pericolo non si ostacola la Magistratura

Daniela Gaudenzi

L’ultima puntata di In mezz’Ora Lucia Annunziata l’ha dedicata ad Antonio Ingroia di cui si è occupato anche l’ Economist per il suo recente e gravoso incarico di coordinatore del dipartimento voluto dal procuratore di Palermo Messineo per indagare su mafia e finanza. Un dipartimento ad hoc che si è reso necessario per l’escalation di quella “mafia finanziaria” entrata in borsa di cui parlava già Falcone alla fine degli anni ’80 e che con una certa approssimazione può rappresentare il 30% del volume di affari complessivo.

“Tante ricchezze improvvise danno luogo a molti dubbi” ha commentato Ingroia aggiungendo che ovviamente per l’inquirente i dubbi, per avere un qualche rilievo, devono trasformarsi indizi e gli indizi per avere rilevanza probatoria devono a loro volta diventare prove nel corso del dibattimento…. Ma abbandonandosi al gioco molto serio delle libere associazioni è quasi impossibile non imbattersi nel self-made man Ricucci di venerdì scorso a Matrix, tanto per stare nella cronaca degli ultimi giorni, anche se verosimilmente, Ingroia aveva in mente qualche esempio “più illustre” che appartiene già alla storia del nostro singolare paese.

Naturalmente “il cuore” dell’intervista non poteva ignorare il conflitto politica magistratura nel contesto dei “miasmi sulla politica” e dell’ombra di una nuova P2 identificata nell’asse Tavaroli-Cipriani-Mancini, con la super visione di Nicolò Pollari, referente ultimo ed imprescindibile.
Antonio Ingroia, pur evitando valutazioni strettamente politiche, è partito dalla sovraesposizione e dalla supplenza, non ricercate dalla magistratura, a cui i magistrati sono costretti da una “politica debole” che pure da anni rivendica “il suo primato”. Ma “primato della politica dovrebbe significare fare passi avanti verso le regole e la trasparenza piuttosto che chiedere alla magistratura e all’informazione di fare passi indietro come sta avvenendo ora riguardo alle intercettazioni”.

 

Ed è “la debolezza politica” che impedisce una riforma della giustizia che le restituisca credibilità ed autorevolezza riducendo la durata del processo. “Se noi avessimo i tempi di un dibattimento celere potremmo concentrare l’attenzione sulla fase dibattimentale” e di conseguenza si allenterebbe anche l’interesse per la fase precedente della raccolta delle prove, coperta da segreto fino a quando gli atti non vengono depositati. E questo varrebbe ovviamente anche per la trascrizione delle intercettazioni regolate attualmente “da una strana legge per la quale non sono più segrete, vengono anzi definite pubbliche ma non sono pubblicabili”.

L’intervistatrice domanda “sono tante?” Il magistrato risponde in primo luogo che “ sono disposte dal giudice e che sono soggette ad una serie rigorosa di limitazioni” ed aggiunge che “tutte le indagini di Mafia si fondano sulle intercettazioni tanto più da quando è stato disincentivato con interventi legislativi lo strumento dei collaboratori di giustizia”.
Accordi sulla giustizia tra i due schieramenti? Ben vengano per una seria riforma ma “non condividerei la segretazione fino al dibattimento d’appello delle intercettazioni rilevanti” [ddl Mastella].
Quanto al ministro della Giustizia che “cerca di barcamenarsi in una situazione difficile” deve uscire allo scoperto entro qualche settimana sulla “controriforma della giustizia di Castelli, così almeno la definiva l’attuale maggioranza quando era all’opposizione” che entrerà definitivamente in vigore a fine luglio. E Di Pietro? “L’unico che è disposto a scommettere sulla giustizia”.

Poi l’ Annunziata ritorna al tema “del complotto”, dei “giudici alleati dei poteri forti (Corriere, Montezemolo, grande finanza), all’ “aria mefitica”, alle indiscrezioni, agli archivi segreti dei Pompa e dei Tavaroli, mettendo insieme, a dire il vero, fatti gravi e oggetto di indagine giudiziaria con le accuse gratuite di D’Alema o deliranti di Cicchitto contro “i giudici a servizio di un grande complotto”…. Ingroia li definisce “poteri extraistituzionali, tante componenti di questo blocco di potere, un sistema collaterale” e chiarisce “la sensazione è che queste inchieste stanno evidenziando la debolezza politica rispetto a sistemi criminali extraistituzionali. Si tratta di un momento di pericolo per la democrazia italiana in cui la giustizia ha bisogno di essere aiutata non ostacolata…Se le intercettazioni sono uscita prima c’è qualcun altro che le ha messe in giro, collegato verosimilmente con quel sistema…C’è un disegno che passa anche attraverso le strumentalizzazione del conflitto politica magistratura”.
Ma purtroppo “La politica presta il fianco a questo disegno: la questione morale non è per forza questione penale. La politica ha sottovalutato questo aspetto fondamentale e non ha affrontato la responsabilità che le compete”. Il rischio è il punto di contatto tra la debolezza della politica e la fibrillazione istituzionale: qualcuno può approfittarne.

Rispetto al ’92, il sostituto delle più grandi inchieste palermitane su mafia e politica, non ritiene che l’Italia di oggi sia più corrotta di allora e pensa che Mani Pulite sia stata certamente meritoria ma constata che “l’Italia di oggi è più disillusa e più rassegnata”. E a distanza di 15 anni da Capaci e via D’Amelio Antonio Ingroia si richiama alla tenacia di Falcone e Borsellino che deve sempre prevalere sulla comprensibile amarezza.

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