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E’ stato
superato il ridicolo e l’umiliazione, per i
milioni di cittadini che già si erano
mobilitati per le precedenti primarie, del
candidato unico investito dalle segreterie
partitiche.
Il lupo marsicano e Giano bifronte Franco
Marini che nei giorni dell’incoronazione del
sindaco d’ Italia aveva commentato
compiaciuto l’ennesimo “capolavoro” a due
mani con il lìder maximo “come al solito
Veltroni è uscito da un accordo tra me e D’Alema”,
all’indomani della coraggiosa decisione di
Rosy Bindi di competere con il paladino
delle nomenklature, ha dovuto far buon viso
a cattivo gioco e fingere soddisfazione.
Naturalmente Rosy Bindi è stata osteggiata
in ogni modo all’interno del suo partito ed
in particolare dall’ala popolar-mariniana,
così come la decisione di Furio Colombo di
competere per contrastare il berlusconismo
più imperante che mai, ha risvegliato le
croniche “orticarie” diessine contro i
“demonizzatori” di Berlusconi.
La riprova di come “quel che resta dei DS”
sia allergico alla autentica cultura della
legalità comprensibilmente invisa a
Berlusconi e congiunti, che Furio Colombo
intende rifondare nel paese partendo, per
esempio, da una legge sul conflitto di
interessi che non sia l’ennesima presa in
giro, è confermata anche da alcuni
significativi e convergenti indizi.
Dalla guerra palese o strisciante contro la
direzione di Antonio Padellaro e dal fatto
paradossale che una firma di punta dell’
Unità come Marco Travaglio, che da solo
porta al giornale molte migliaia di lettori,
ed ogni sera alla presentazione dei suoi
libri richiama centinaia di cittadini, in
buona parte elettori delusi ed amareggiati
del centrosinistra in qualsiasi parte d’
Italia, sia bandito dalle feste dell’Unità
ribattezzate anche “Democratic Party”.
La presenza alle primarie del Partito
Democratico di Rosy Bindi e di Furio
Colombo, lontani per storia e formazione ma
vicini per coerenza, senso di
responsabilità, rispetto delle istituzioni e
dei cittadini, coraggio nell’affrontare da
sempre scelte scomode e controcorrente,
scompagina i giochi e gli equilibrismi
tattici di una politica asfittica che si era
attaccata come un naufrago all’appeal
mediatico del kennediano de Roma e ne
ridimensiona notevolmente l’impatto, sia sul
piano dell’immagine che dei contenuti
politici.
Il consenso
unanime e strumentale di DS e Margherita sul
candidato salvifico che piace un po’ a tutti
e non scontenta nessuno, soprattutto
all’indomani della bufera prodotta
dall’estate ruggente delle scalate sulla
oligarchia dalemiana, adesso deve fare i
conti con due candidati autentici che si
rivolgono in primo luogo alla società
civile, ai movimenti e alle associazioni che
dal 2001 si sono impegnati per difendere lo
stato diritto, la libertà di informazione,
l’indipendenza della magistratura, la
laicità dello stato.
I soggetti attivi e consapevoli della
partecipazione democratica che la nuova
partitocrazia della casta, più debole e
dunque più proterva di quella della prima
repubblica, ha messo ai margini e che i
notabili del centro sinistra hanno tentato
di demonizzare o strumentalizzare, a secondo
delle contingenze, quando erano
all’opposizione e che dopo poco più di un
anno di governo pensavano di aver ridotto al
silenzio e all’irrilevanza, hanno la
possibilità di tornare a scegliere e a
decidere.
Il bilancio del primo anno di governo è più
che deludente per quanto riguarda la
continuità con il precedente governo in
particolare sul fronte della giustizia,
dell’informazione, del conflitto di
interessi, della trasparenza di fondamentali
poteri dello stato (vedi la gestione del
caso Pollari), dell’allargamento dei
diritti, della difesa della laicità.
Una grande mobilitazione alle primarie per
Furio Colombo e Rosy Bindi potrebbe ancora
fare la differenza.
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