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Un latitante
ricercato per quattro omicidi a sfondo
"politico" che viene protetto da una
elite di scrittori, politici ed
intellettuali. Delle famiglie che piangono i
loro caduti per mano di codesto
"rivoluzionario". Un ministro della
Giustizia che chiede l'estradizione del
latitante: al massimo – dice il suddetto –
si farebbe qualche annetto di carcere: non
sapete che l'Italia è il feudo
dell'ingiustizia? Poi il "rivoluzionario" si
potrebbe dedicare ai suoi romanzi, in
libertà. Girerebbe tra i centri sociali,
scriverebbe magari su Repubblica, verrebbe
eletto a qualche carica importante.
Si parla di
Cesare Battisti, l'ex leader rosso di un
gruppuscolo terrorista che ha sulla
coscienza quattro "controrivoluzionari":
Antonio Santoro, Pierluigi Torreggiani, Lino
Sabbadin, Andrea Campagna. Condannato
all'ergastolo da un tribunale della
Repubblica grazie a testimonianze e
riscontri, si dà alla latitanza, la quale
viene foraggiata dalla sopraccitata elite.
Ora è detenuto in Brasile, dopo l'ennesima
fuga. Il ministro della Giustizia ne ha
chiesto l'estradizione che, con ogni
probabilità, non verrà concessa. Si mettano
il cuore in pace quei cadaveri, quei parenti che
oggi vogliono giustizia: mai l'avranno. I
supporters del Battisti si sono rimessi
all'opera per salvarlo: il martire della
rivoluzione, l'ingiusto perseguitato,
l'esiliato, l'intellettuale.
Ci manda a
dire attraverso il Corriere della Sera,
l'assassino, che egli, pur proclamandosi
innocente, "pensa sempre alle vittime dei
gruppi terroristici in Italia". Val la pena
allora ricordare come ci pensava nel '77 e
seguenti anni: "Siamo i Proletari Armati
per il comunismo. Abbiamo colpito gli agenti
della controrivoluzione Torregiani e
Sabbadin"; "Due nuclei di comunisti
hanno colpito il porco Sabbadin… Stessa
sorte è toccata al porco Torreggiani"; "Siamo
i Proletari Armati per il comunismo.
Rivendichiamo l'eliminazione dell'agente di
polizia Campagna, torturatore di proletari".
Obiettivi da eliminare, freddati senza
scrupoli. Controrivoluzionari? Ma che: sono
un orefice (Torreggiani), ucciso dopo
ripetute minacce; un macellaio (Sabbadin),
ucciso davanti alla moglie e al figlio; un
agente 25enne della Digos (Campagna), ucciso
perché ripreso dalla tv un giorno in cui
arrestarono degli autonomi: riconosciuto, ne
fu decisa l'eliminazione; un maresciallo dei
carabinieri (Santoro), ucciso senza un
preciso motivo.
Dal Brasile
riparte la campagna, tutta ideologica, a suo
favore. Bernard Henry Lèvy, giornalista e
filosofo francese, ce lo descrive come un
eroe romantico alla fine della corsa, che
"si sta giocando la libertà e, nel senso
stretto della parola, la vita", sottoposto
ad ogni tipo di sofferenza: "è dimagrito… ha
i capelli cortissimi. Un pizzo che gli
allunga il viso… racconta la sua storia con
un sorriso, senza particolare emozione". Un
uomo consumato dalla vita e
dall'ingiustizia, ma "con un sorriso che,
invece, lo fa sembrare infantile". Uno
scrittore privato della sua penna, del suo
computer. Un Dreyfus dei nostri tempi. E'
una vita difficile quella del fuggiasco,
nascondere la propria identità, stare in
guardia, mentire. Fino a quella mattina, la
mattina dell'arresto, in cui – dice il
terrorista mai rinnegato – "appena prima
delle vostre elezioni, si è deciso di
vendermi a Berlusconi". Ma le date lo
smentiscono: è stato arrestato in Francia
nel febbraio 2004, è fuggito in Brasile
nell'agosto successivo (mancano ancora due
anni alle elezioni politiche), è stato
arrestato nuovamente il 18 marzo 2007, con
Berlusconi che, perse le elezioni, passa
all'opposizione.
Puntualmente
arriva il soccorso rosso con le sue bugie, i
suoi reclami, gli appelli per l'amnistia: in
Italia (ricordiamo tra molti: Vauro, Roberto
Saviano, Massimo Carlotto, Pino Cacucci,
Giovanni Russo Spena, Paolo Cento), come in
Francia, come in Brasile dove Bernard Henry
Lèvy è andato personalmente a perorare la
causa battistiana presso il ministro della
Giustizia, Tarso Genro, che da noi sarebbe
definito un "garantista". Battisti è
innocente – gli ha spiegato l'intellettuale.
L'Italia non giudica di nuovo i condannati
in contumacia – ha continuato. Per
concludere: estradarlo significherebbe,
senza prove, buttarlo in prigione a vita. Ed
il ministro? "Attento… amichevole… a momenti
quasi incoraggiante". Scontato l'appoggio
dei latitanti Achille Lollo (ex Potere
Operaio, condannato per l'omicidio dei
fratelli Mattei) e di Luciano Pessina (ex
brigatista). Così come quello di Pietro
Mancini, ex Autonomia Operaia, descritto a
cuore stretto da Toni Negri: "figura
luminosa delle lotte operaie e
studentesche". Talmente luminosa che è stato
condannato per rapina, banda armata e
concorso in omicidio dell'agente Custrà.
Dice Mancini: "aiuterò a costituire un
comitato in difesa di Battisti contro
l'estradizione". Il comitato sarà
presieduto da Fernando Gabeira: deputato,
leader del partito verde, scrittore,
giornalista, ex guerrigliero, ha da subito
preso le difese di Battisti riuscendo a far
votare dalla commissione diritti umani (sic)
del parlamento brasiliano un ordine del
giorno contro l'estradizione. Ha poi detto:
"Battisti sta vivendo un incubo… Vediamo
cosa si può fare per evitare che si commetta
un'ingiustizia".
Deliri?
Inutile campagna d'opinione? Non solo. E' un
perverso meccanismo: gli intellettuali,
chiusi in un elite dove ognuno "dei
loro" è intoccabile, si adoperano in favore
del latitante e lo presentano come un eroe.
L'opinione pubblica si lascia influenzare:
quello è un perseguitato politico, ricercato
da una dittatura militare: meglio farsi
garanti dei diritti umani.
Finora così
Battisti se l'è sempre cavata. Speriamo che
la storia non si ripeta. Perché, in questo
caso, Dreyfus non è Battisti, ma le vittime
dei suoi morti.
gabro.v@libero.it
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