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WWW.CENTOMOVIMENTI.COM - 19 MAGGIO 2007
Soccorso rosso al terrorista

gabriele vecchione

Un latitante ricercato per quattro omicidi a sfondo "politico" che viene protetto da una elite di scrittori, politici ed intellettuali. Delle famiglie che piangono i loro caduti per mano di codesto "rivoluzionario". Un ministro della Giustizia che chiede l'estradizione del latitante: al massimo – dice il suddetto – si farebbe qualche annetto di carcere: non sapete che l'Italia è il feudo dell'ingiustizia? Poi il "rivoluzionario" si potrebbe dedicare ai suoi romanzi, in libertà. Girerebbe tra i centri sociali, scriverebbe magari su Repubblica, verrebbe eletto a qualche carica importante.

Si parla di Cesare Battisti, l'ex leader rosso di un gruppuscolo terrorista che ha sulla coscienza quattro "controrivoluzionari": Antonio Santoro, Pierluigi Torreggiani, Lino Sabbadin, Andrea Campagna. Condannato all'ergastolo da un tribunale della Repubblica grazie a testimonianze e riscontri, si dà alla latitanza, la quale viene foraggiata dalla sopraccitata elite. Ora è detenuto in Brasile, dopo l'ennesima fuga. Il ministro della Giustizia ne ha chiesto l'estradizione che, con ogni probabilità, non verrà concessa. Si mettano il cuore in pace quei cadaveri, quei parenti che oggi vogliono giustizia: mai l'avranno. I supporters del Battisti si sono rimessi all'opera per salvarlo: il martire della rivoluzione, l'ingiusto perseguitato, l'esiliato, l'intellettuale.

 

Ci manda a dire attraverso il Corriere della Sera, l'assassino, che egli, pur proclamandosi innocente, "pensa sempre alle vittime dei gruppi terroristici in Italia". Val la pena allora ricordare come ci pensava nel '77 e seguenti anni: "Siamo i Proletari Armati per il comunismo. Abbiamo colpito gli agenti della controrivoluzione Torregiani e Sabbadin"; "Due nuclei di comunisti hanno colpito il porco Sabbadin… Stessa sorte è toccata al porco Torreggiani"; "Siamo i Proletari Armati per il comunismo. Rivendichiamo l'eliminazione dell'agente di polizia Campagna, torturatore di proletari". Obiettivi da eliminare, freddati senza scrupoli. Controrivoluzionari? Ma che: sono un orefice (Torreggiani), ucciso dopo ripetute minacce; un macellaio (Sabbadin), ucciso davanti alla moglie e al figlio; un agente 25enne della Digos (Campagna), ucciso perché ripreso dalla tv un giorno in cui arrestarono degli autonomi: riconosciuto, ne fu decisa l'eliminazione; un maresciallo dei carabinieri (Santoro), ucciso senza un preciso motivo.

Dal Brasile riparte la campagna, tutta ideologica, a suo favore. Bernard Henry Lèvy, giornalista e filosofo francese, ce lo descrive come un eroe romantico alla fine della corsa, che "si sta giocando la libertà e, nel senso stretto della parola, la vita", sottoposto ad ogni tipo di sofferenza: "è dimagrito… ha i capelli cortissimi. Un pizzo che gli allunga il viso… racconta la sua storia con un sorriso, senza particolare emozione". Un uomo consumato dalla vita e dall'ingiustizia, ma "con un sorriso che, invece, lo fa sembrare infantile". Uno scrittore privato della sua penna, del suo computer. Un Dreyfus dei nostri tempi. E' una vita difficile quella del fuggiasco, nascondere la propria identità, stare in guardia, mentire. Fino a quella mattina, la mattina dell'arresto, in cui – dice il terrorista mai rinnegato – "appena prima delle vostre elezioni, si è deciso di vendermi a Berlusconi". Ma le date lo smentiscono: è stato arrestato in Francia nel febbraio 2004, è fuggito in Brasile nell'agosto successivo (mancano ancora due anni alle elezioni politiche), è stato arrestato nuovamente il 18 marzo 2007, con Berlusconi che, perse le elezioni, passa all'opposizione.

Puntualmente arriva il soccorso rosso con le sue bugie, i suoi reclami, gli appelli per l'amnistia: in Italia (ricordiamo tra molti: Vauro, Roberto Saviano, Massimo Carlotto, Pino Cacucci, Giovanni Russo Spena, Paolo Cento), come in Francia, come in Brasile dove Bernard Henry Lèvy è andato personalmente a perorare la causa battistiana presso il ministro della Giustizia, Tarso Genro, che da noi sarebbe definito un "garantista". Battisti è innocente – gli ha spiegato l'intellettuale. L'Italia non giudica di nuovo i condannati in contumacia – ha continuato. Per concludere: estradarlo significherebbe, senza prove, buttarlo in prigione a vita. Ed il ministro? "Attento… amichevole… a momenti quasi incoraggiante". Scontato l'appoggio dei latitanti Achille Lollo (ex Potere Operaio, condannato per l'omicidio dei fratelli Mattei) e di Luciano Pessina (ex brigatista). Così come quello di Pietro Mancini, ex Autonomia Operaia, descritto a cuore stretto da Toni Negri: "figura luminosa delle lotte operaie e studentesche". Talmente luminosa che è stato condannato per rapina, banda armata e concorso in omicidio dell'agente Custrà. Dice Mancini: "aiuterò a costituire un comitato in difesa di Battisti contro l'estradizione".  Il comitato sarà presieduto da Fernando Gabeira: deputato, leader del partito verde, scrittore, giornalista, ex guerrigliero, ha da subito preso le difese di Battisti riuscendo a far votare dalla commissione diritti umani (sic) del parlamento brasiliano un ordine del giorno contro l'estradizione. Ha poi detto: "Battisti sta vivendo un incubo… Vediamo cosa si può fare per evitare che si commetta un'ingiustizia".

Deliri? Inutile campagna d'opinione? Non solo. E' un perverso meccanismo: gli intellettuali, chiusi in un elite dove ognuno "dei loro" è intoccabile, si adoperano in favore del latitante e lo presentano come un eroe. L'opinione pubblica si lascia influenzare: quello è un perseguitato politico, ricercato da una dittatura militare: meglio farsi garanti dei diritti umani.
Finora così Battisti se l'è sempre cavata. Speriamo che la storia non si ripeta. Perché, in questo caso, Dreyfus non è Battisti, ma le vittime dei suoi morti.

gabro.v@libero.it

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Gabriele Vecchione

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