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La notizia è
che alla fine ci è arrivato anche Massimo D’Alema.
In una articolata, anche se non troppo
incalzante intervista sul Corriere di
domenica 20 maggio, richiamata in prima
pagina accanto al fondo di Sergio Romano,
“La marea del ‘92” dedicato a “La casta” di
Stella e Rizzo, Massimo D’Alema dichiara,
tra molto altro “E’ in atto una crisi della
credibilità della politica che tornerà a
travolgere il paese con sentimenti come
quelli che negli anni ‘90 segnarono la fine
della prima Repubblica.” Poi si affretta ad
aggiungere, come se fosse un gran motivo di
gioia, se non per chi quelle posizioni le
occupa, non certo per i cittadini o gli
elettori del centro sinistra, che “…alla
scarsa fiducia verso di noi non corrisponde
una forte fiducia verso di lui [Berlusconi].
Per questo non credo che il governo sia a
rischio, perché non c’è un’alternativa…”. Se
per il ministro degli esteri, che, secondo
la ricostruzione di Massimo Giannini su La
Repubblica del giorno successivo, si è
tenuto molto defilato sulle questioni
strettamente politiche, dai Dico al
conflitto di interessi per dedicarsi molto
più alacremente a regolare governo e
sottogoverno, vedi nomine Rai, assetti
bancari e Telecom, il fatto che la fiducia
nei confronti della politica sia ai minimi
storici non può ripercuotersi sulla vita del
governo è altamente positivo, per i
cittadini è nella migliore delle ipotesi
irrilevante.
Cumulare l’assoluto scollamento dei
governati dal ceto politico che dovrebbe
rappresentarli, quella casta sempre più
arrogante e autoreferenziale descritta in
termini di spese ingiustificabili e di
moltiplicazione esponenziale di posti dai
due giornalisti del Corriere, con la
constatazione che l’attuale governo è
comunque al riparo perché “non c’è
alternativa”, risulta più tragico che
drammatico.
Chissà se i politici, i leader, gli uomini
che hanno responsabilità di governo e le
hanno avute in più legislature negli ultimi
15 anni, si rendono conto del significato
delle loro affermazioni, fuori dal
“chiacchiericcio” degli addetti ai lavori o
dei messaggi per gli insider e oltre le
manovre tattiche giornaliere, se sono
consapevoli delle implicazioni delle loro
affermazioni che spesso gettano là quasi
fossero spettatori del loro agire politico?
Nell’intervista c’è anche lo spazio per
rivendicare orgogliosamente “patto della
crostata” e bicamerale, che avrebbe evitato
l’attuale “empasse” su legge elettorale e
riforme istituzionali, per magnificare il
partito democratico “unica novità e non è un
caso che questo progetto susciti interesse
partecipazione”. Quando Maria Teresa Meli
gli domanda molto tranquillamente se “si
sottoporrà alla prova delle elezioni
dell’assemblea costituente” è l’unico
momento in cui il ministro degli Esteri
risponde alquanto piccato “E allora? Se
siamo delegati di diritto non va bene perché
rappresentiamo il ceto politico che
riproduce se stesso. Se ci sottoponiamo alle
elezioni non va bene perché forse ci votano.
Possiamo solo farci fucilare?”
E rivendica di avere una funzione nella vita
pubblica perché “rappresenta una parte del
paese… non perché sono stato imposto dal
Pcus!” L’ultima preoccupazione è allertare
il concorrente in pole position, Walter
Veltroni “una risorsa per il paese” dai
rischi di una sovraesposizione mediatica che
lo indica come futuro leader del PD.
E’ una
intervista onesta che rende perfettamente la
statura politica di un protagonista assoluto
della nostra vita politica dal ’92 ad oggi e
spiega benissimo con le sue stesse parole,
attraverso la difesa strenua del passato (la
bicamerale), la preoccupazione per la sua
prossima collocazione politica, la corsa
alla premiership, il silenzio assordante su
questioni democratiche ineludibili
(conflitto di interessi, riforma
radiotelevisiva, emergenza criminalità
organizzata, legalità calpestata) a favore
delle formule di ingegneria costituzionale e
dei tatticismi sulla legge elettorale, come
si sia appunto arrivati a quella “crisi
della credibilità della politica” che può
mettere a rischio il paese.
Per la politica sono passate come acqua sul
ghiaccio tutte le mobilitazioni spontanee di
cittadini a difesa dei principi più
elementari dello stato di diritto del
quinquennio berlusconiano, il risultato
incredibile del referendum costituzionale
del giugno scorso contro la riforma
costituzionale Berlusconi-Calderoli
(attualmente gli interlocutori più
accreditati per nuova legge elettorale, come
se non fossero stati gli autori del
porcellum), lo sdegno popolare contro le
liste bloccate e gli eletti nominati dai
partiti.
Naturalmente è sempre lo stesso ceto
politico che come sottolineava qualche
giorno fa, Gian Antonio Stella, con un tasso
di ipocrisia disgustoso, inneggia e si vuole
identificare di volta in volta con la “nuova
politica” che fisiologicamente si afferma in
tutti i paesi normali, Spagna, Germania o
Francia e che sa creare un rapporto
autentico tra elettori ed eletti.
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