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WWW.CENTOMOVIMENTI.COM - 3 MARZO 2007
Conflitto d'interessi, addio

gabriele vecchione

Bandito, insieme alla riforma della Giustizia e all’abrogazione delle leggi ad personam, dai 12 prodiani punti imprescindibili dai quali deve partire la rinascita, dimenticato dall’opinione pubblica, il conflitto d’interessi oggi appare più insolubile che mai. La volontà di legiferarci sopra peraltro, già misera dopo la scarna vittoria elettorale, oggi è ridotta al minimo in un Senato dove De Gregorio e i mastelliani (e Follini? Ha già votato a testa bassa la pseudo risoluzione Frattini, legge n. 215/2004) hanno già annunciato voto contrario.
L’eterno ritorno di nietzscheana memoria si diverte in Italia, ha trovato pane per i suoi denti. Tutto si ripete, e così nessuno riesce a risolvere il conflitto d’interessi.

 

Nell’agosto 1990 la legge Mammì fotografa la situazione di duopolio televisivo che negli anni si alterna al monopolio tout court. La sentenza 7.12.1994 della Corte Costituzionale che, tra le altre cose, chiede di abrogare la Mammì in quanto la “posizione dominante data dalla titolarità di 3 reti su 9 assegna un esorbitante vantaggio nella utilizzazione delle risorse”, prevede che. se il legislatore non risolve la situazione entro il 28.8.1996, una rete Fininvest deve andare sul satellite. La legge Maccanico (1998) rimanda sine die l’invio di Rete 4 sul satellite. Nel 1999 Mediaset perde la gara pubblica per il rinnovo delle concessioni governative a Rete 4, vinta invece da Di Stefano con la sua Europa 7. Intanto Di Stefano chiede i danni allo Stato perché, come vediamo tuttora, Rete 4 continua ad occupare le frequenze di Stato. Nel 2002 la Consulta dichiara incostituzionale la legge Maccanico ed impone che dopo il 31.12.2003 Rete 4 passi sul satellite perché “l’attuale sistema non garantisce l’attuazione del principio del pluralismo informativo”. Intanto Berlusconi (grazie al suo conflitto d’interessi) interviene con la legge Gasparri che contiene un decreto salva – Rete 4 e notevoli vantaggi per le sue tasche (1,2 miliardi, secondo Confalonieri).

Sono anni che affidiamo responsabilità e potere decisionale ad un soggetto che ha interessi personali ed affaristici in conflitto con l’imparzialità richiesta per quella responsabilità e quel potere. In sé e per sé, il conflitto d’interessi non è niente di immorale o illegale, ma per il politico o il potente in genere trarne benefici è una seducente tentazione. L’esperienza della penultima legislatura, a tal riguardo, è significativa.

In Italia non ci sono leggi che impediscano il conflitto d’interessi (se si eccettua la succitata legge n. 215/2004 che, per dirla con Guzzanti – Rutelli, “toglie il conflitto e rimangono gli interessi”), mentre, giustamente, un magistrato non può giudicare un familiare, o come nota Nanni Moretti, un corridore non può partire 20 metri più avanti dell’avversario, mentre l’articolo 51 della Costituzione dice che “tutti i cittadini (…) possono accedere agli uffici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza”.  Come si può pensare di rispettare l’articolo 51 ed eleggere, violando apertamente la legge n. 361 del 1957 (ineleggibilità di concessionari di frequenze pubbliche), un imprenditore che ha fondato il suo successo economico sull’editoria, le telecomunicazioni, lo sport, sulle assicurazioni, sui giornali e quello politico su un perverso intreccio tra economia, mass media e politica?

Nel programma de l’Unione (che pochi credono si porterà a termine) è prevista l’incompatibilità (niente incandidabilità o ineleggibilità) tra cariche di governo e mera proprietà. Berlusconi, ad esempio, da capo dell’opposizione, mantiene tutto. Da capo del governo, affida le sue imprese ad un blind trust. A meno che, ottenuta nel 2011 (o prima) una nuova maggioranza, non faccia approvare un ddl che sospenda queste disposizioni. Il blind trust appare inoltre insufficiente soprattutto per i mezzi di comunicazione, dove il proprietario può anche non interessarsi dei dipendenti, ma dove i dipendenti si interessano molto del proprietario.

Si deve fare una legge senza colore, orientata a completare una democrazia liberale, pronta a colpire conflitti d’interesse di qualunque vicinanza o appartenenza politica, erga omnes. Anche verso Raffaele Crivelli che, dirigente del Prc e allo stesso tempo di una società di smaltimento di rifiuti, decide che dev’essere la sua azienda a smaltire i rifiuti della discarica di Canosa, salvo poi essere arrestato per traffico illecito di rifiuti.

Tanti “rompiscatole” (come li ha chiamati Bersani) già mettono le mani avanti. Sono capeggiati dall’ineguagliabile ministro della Giustizia che non è proprio l’ultimo degli arrivati: “Legge sul conflitto d’interessi hic et nunc? Per niente, anzi. Penso sia un errore madornale proporre il tema adesso… è da masochisti. Perché tirare uno schiaffo all’opposizione?” (Il Giornale, 3 settembre 2006). E quando, di grazia, ministro? Sono 13 anni che la credibilità delle istituzioni, il pluralismo richiedono che si ponga fine all’anomalia ed ora è già troppo tardi. Ed inoltre: l’opposizione è fatta da uomini che rappresentano i cittadini di destra o dal partito di Mediaset che difende i suoi privilegi?

Siamo ancora una democrazia liberale? La risposta non è scontata. Non siamo ideologizzati, ma realisti. Non estremisti, ma liberali.

gabro.v@libero.it

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Gabriele Vecchione

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