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Bandito,
insieme alla riforma della Giustizia e
all’abrogazione delle leggi ad personam,
dai 12 prodiani punti imprescindibili dai
quali deve partire la rinascita, dimenticato
dall’opinione pubblica, il conflitto
d’interessi oggi appare più insolubile che
mai. La volontà di legiferarci sopra
peraltro, già misera dopo la scarna vittoria
elettorale, oggi è ridotta al minimo in un
Senato dove De Gregorio e i mastelliani (e
Follini? Ha già votato a testa bassa la
pseudo risoluzione Frattini, legge n.
215/2004) hanno già annunciato voto
contrario.
L’eterno ritorno di nietzscheana memoria si
diverte in Italia, ha trovato pane per i
suoi denti. Tutto si ripete, e così nessuno
riesce a risolvere il conflitto d’interessi.
Nell’agosto
1990 la legge Mammì fotografa la situazione
di duopolio televisivo che negli anni si
alterna al monopolio tout court. La
sentenza 7.12.1994 della Corte
Costituzionale che, tra le altre cose,
chiede di abrogare la Mammì in quanto la
“posizione dominante data dalla titolarità
di 3 reti su 9 assegna un esorbitante
vantaggio nella utilizzazione delle
risorse”, prevede che. se il legislatore non
risolve la situazione entro il 28.8.1996,
una rete Fininvest deve andare sul
satellite. La legge Maccanico (1998) rimanda
sine die l’invio di Rete 4 sul
satellite. Nel 1999 Mediaset perde la gara
pubblica per il rinnovo delle concessioni
governative a Rete 4, vinta invece da Di
Stefano con la sua Europa 7. Intanto Di
Stefano chiede i danni allo Stato perché,
come vediamo tuttora, Rete 4 continua ad
occupare le frequenze di Stato. Nel 2002 la
Consulta dichiara incostituzionale la legge
Maccanico ed impone che dopo il 31.12.2003
Rete 4 passi sul satellite perché “l’attuale
sistema non garantisce l’attuazione del
principio del pluralismo informativo”.
Intanto Berlusconi (grazie al suo conflitto
d’interessi) interviene con la legge
Gasparri che contiene un decreto salva –
Rete 4 e notevoli vantaggi per le sue tasche
(1,2 miliardi, secondo Confalonieri).
Sono anni che
affidiamo responsabilità e potere
decisionale ad un soggetto che ha interessi
personali ed affaristici in conflitto con
l’imparzialità richiesta per quella
responsabilità e quel potere. In sé e per
sé, il conflitto d’interessi non è niente di
immorale o illegale, ma per il politico o il
potente in genere trarne benefici è una
seducente tentazione. L’esperienza della
penultima legislatura, a tal riguardo, è
significativa.
In Italia non
ci sono leggi che impediscano il conflitto
d’interessi (se si eccettua la succitata
legge n. 215/2004 che, per dirla con
Guzzanti – Rutelli, “toglie il conflitto e
rimangono gli interessi”), mentre,
giustamente, un magistrato non può giudicare
un familiare, o come nota Nanni Moretti, un
corridore non può partire 20 metri più
avanti dell’avversario, mentre l’articolo 51
della Costituzione dice che “tutti i
cittadini (…) possono accedere agli uffici e
alle cariche elettive in condizioni di
eguaglianza”. Come si può pensare di
rispettare l’articolo 51 ed eleggere,
violando apertamente la legge n. 361 del
1957 (ineleggibilità di concessionari di
frequenze pubbliche), un imprenditore che ha
fondato il suo successo economico
sull’editoria, le telecomunicazioni, lo
sport, sulle assicurazioni, sui giornali e
quello politico su un perverso intreccio tra
economia, mass media e politica?
Nel programma
de l’Unione (che pochi credono si porterà a
termine) è prevista l’incompatibilità
(niente incandidabilità o ineleggibilità)
tra cariche di governo e mera proprietà.
Berlusconi, ad esempio, da capo
dell’opposizione, mantiene tutto. Da capo
del governo, affida le sue imprese ad un
blind trust. A meno che, ottenuta nel
2011 (o prima) una nuova maggioranza, non
faccia approvare un ddl che sospenda queste
disposizioni. Il blind trust appare
inoltre insufficiente soprattutto per i
mezzi di comunicazione, dove il proprietario
può anche non interessarsi dei dipendenti,
ma dove i dipendenti si interessano molto
del proprietario.
Si deve fare
una legge senza colore, orientata a
completare una democrazia liberale, pronta a
colpire conflitti d’interesse di qualunque
vicinanza o appartenenza politica, erga
omnes. Anche verso Raffaele Crivelli
che, dirigente del Prc e allo stesso tempo
di una società di smaltimento di rifiuti,
decide che dev’essere la sua azienda a
smaltire i rifiuti della discarica di Canosa,
salvo poi essere arrestato per traffico
illecito di rifiuti.
Tanti
“rompiscatole” (come li ha chiamati Bersani)
già mettono le mani avanti. Sono capeggiati
dall’ineguagliabile ministro della Giustizia
che non è proprio l’ultimo degli arrivati:
“Legge sul conflitto d’interessi hic et
nunc? Per niente, anzi. Penso sia un
errore madornale proporre il tema adesso… è
da masochisti. Perché tirare uno schiaffo
all’opposizione?” (Il Giornale, 3 settembre
2006). E quando, di grazia, ministro? Sono
13 anni che la credibilità delle
istituzioni, il pluralismo richiedono che si
ponga fine all’anomalia ed ora è già troppo
tardi. Ed inoltre: l’opposizione è fatta da
uomini che rappresentano i cittadini di
destra o dal partito di Mediaset che difende
i suoi privilegi?
Siamo ancora
una democrazia liberale? La risposta non è
scontata. Non siamo ideologizzati, ma
realisti. Non estremisti, ma liberali.
gabro.v@libero.it
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