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WWW.CENTOMOVIMENTI.COM - 6 MARZO 2007
Fine di una brutta storia

Daniela Gaudenzi

Le singolarità, per usare un eufemismo, di un paese anomalo e corrotto che ha il primato europeo del lavoro nero, che è primo per gli scandali politico-affaristici e agli ultimi posti nelle graduatorie mondiali sulla trasparenza e sulla competitività, si concretizzano meglio facendo alcuni nomi e cognomi.
Il primo è d’obbligo e scontato: Cesare Previti.
Quando il magistrato competente accogliendo l’istanza della difesa gli ha accordato l’affidamento ai servizi sociali come “residuo” di una condanna di sei anni a seguito di una super legge ad personam, la ex Cirielli e di un indulto dalla estensione senza precedenti, Il Giornale ha titolato a tutta pagina “Previti ai servizi sociali, la Cdl esulta”. L’esultanza avrebbe dovuto essere motivata, secondo i difensori-legislatori, dalla conseguenza surreale che tale concessione farebbe venir meno la decadenza perpetua dai pubblici uffici.

 

Dunque Previti dovrebbe continuare a sedere in parlamento pur essendo privato dell’elettorato attivo o in subordine potrebbe subentrargli un sostituto temporaneo da rimandare immediatamente a casa non appena Cesarone abbia concluso le sue consulenze “legali” presso la comunità di don Picchi. Questo avviene nella “culla del diritto”. Se non che mentre finissime menti giuridiche lautamente prezzolate intralciano organi del parlamento con simili argomentazioni, ai 6 anni per Imi Sir si è aggiunta il 26 febbraio la condanna ad un anno e mezzo nel secondo processo d’appello per il Lodo Mondadori.
La terza corte di appello di Milano ha accolto tutte le richieste di condanna avanzate dal sostituto procuratore generale De Petris anche per gli altri imputati: Vittorio Metta, Attilio Pacifico, Giovanni Acampora. Come si ricorderà Berlusconi anch’egli imputato di corruzione, nonché beneficiario della sentenza di cui Metta fu estensore e con la quale si annullava il lodo arbitrale che assegnava a De Benedetti il controllo azionario di Mondadori, era stato prescritto nel 2001.
“E’ un verdetto che non condividiamo nella maniera più assoluta e che speriamo di ribaltare in Cassazione” hanno commentato i difensori certi che prima della sentenza definitiva arriverà ancora una volta la beata prescrizione.
Ma su quel dorato affidamento in prova ai servizi sociali che tanta esultanza aveva suscitato poteva ancora incombere l’ombra cupa di una ulteriore condanna, talmente prevedibile da costringere Cesarone a mettere mano al portafogli per scongiurare una eventualità concretissima che avrebbe potuto comportare la revoca degli agognati servizi sociali.
Solo che la cifra sborsata per stornare il pericolo, 25 mila euro, in fondo poca cosa per l’avvocato d’affari che vantava clienti eccezionalmente munifici e teneva a libro paga influenti magistrati, sono la firma autografa alle accuse circostanziate, avvalorate da una pluralità di sentenze, della teste Omega, infamata, calunniata, minacciata, perseguitata da oltre 10 anni. Lei, Stefania Ariosto, la ex amica, la ex compagna di crociere, abituale frequentatrice della sua casa, da quando si era recata in procura a raccontare di quegli incredibili passaggi di denaro senza troppe precauzioni, “le borsate a Renà”, i regali alle signore, era diventata “la calunniatrice”, una professionista della menzogna, “un teste falso, fabbricato in laboratorio, pagato per calunniare”.
E insieme alle accuse ufficiali contro quella che veniva indicata come la ex fidanzata di Dotti, (l’avvocato delle cause pulite che l’avrebbe sobillata per vendetta politica contro l’avvocato delle cause sporche) amplificate dalle tv e dai giornali di famiglia con la compiacenza di molti “osservatori terzisti”, era partita la campagna più subdola e occulta fatta di denigrazione, di bugie sulla vita privata, di ostacoli alla attività professionale, di intimidazioni e “avvertimenti” in perfetto stile mafioso.
Stefania Ariosto, nonostante tutto e l’amara considerazione che probabilmente non ne è valsa la pena, non ha mai ceduto e ha onorato fino alla fine la verità.
Le è toccato persino, dopo che le sue dichiarazioni erano state avvalorate da sentenze di secondo grado, essere paragonata ad un millantatore di serie B nonché calunniatore conclamato come Igor Marini e non da uno dei soliti pennivendoli a libro paga ma dalla allora terza carica dello Stato, quel Pier Ferdinanado Casini che si fa orgogliosamente garante dell’innocenza di Totò Cuffaro e manifesta solidarietà durante la camera di consiglio a Marcello Dell’Utri.
L’ex ministro della difesa Cesare Previti, mancato ministro della giustizia per “l’impuntatura” dell’irriducibile Scalfaro, ha preferito comprensibilmente versare quei risolutori 25.000 euro per ottenere da Stefania Ariosto la rinuncia a proseguire la causa per diffamazione. Si è infine arreso davanti ad un ennesimo processo che non si doveva fare e da cui credeva di potersi sfilare grazie al suo status di permanente impunito.
Si trattava infatti di un procedimento nato dalla denuncia per diffamazione di Stefania Ariosto a seguito di una intervista del 16 settembre 1997 in cui Previti come in altre innumerevoli occasioni, facendosi scudo dell’immunità parlamentare l’aveva tranquillamente diffamata: il processo nato a Como sembrava infinito perché oggetto di molteplici ricorsi sull’insindacabilità delle dichiarazioni degli onorevoli (imputati e condannati), nonché di un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato dinanzi alla Consulta.
Come noto Cesare Previti, corroborato dalla premurosa sollecitudine di autorevoli rappresentanti del centro sinistra, in primis Luciano Violante, sempre desideroso di mostrarsi in ogni circostanza molto “liberale”, ha ripetutamente sollevato da deputato-imputato conflitti di attribuzione davanti alla Corte Costituzionale, quasi si trattasse di ricorsi al Tar per occupazione di suolo pubblico.
La mattina di venerdì scorso era pronto per testimoniare a favore di Previti anche Rosario Priore, già ospite delle trasferte newyorkesi insieme a Squillante e ad un nutrito numero di magistrati “bendisposti” per celebrare Bettino statista dell’anno, ma la testimonianza si è resa superflua: la denuncia è stata ritirata, Cesarone con una cifra molto ragionevole ha evitato nuovi guai giudiziari ma ha anche riconosciuto che la teste Omega ha raccontato solo la verità.
La questione è chiusa, i fatti incredibili a cui inizialmente stentavano a credere anche gli inquirenti sono diventati inoppugnabili; peccato che le accuse e le diffamazioni di Previti contro l’Ariosto avessero i titoli di prima pagina e le copertine dei TG, mentre la sua capitolazione sia ovviamente passata inosservata.

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Daniela Guadenzi

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