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Le
singolarità, per usare un eufemismo, di un
paese anomalo e corrotto che ha il primato
europeo del lavoro nero, che è primo per gli
scandali politico-affaristici e agli ultimi
posti nelle graduatorie mondiali sulla
trasparenza e sulla competitività, si
concretizzano meglio facendo alcuni nomi e
cognomi.
Il primo è d’obbligo e scontato: Cesare
Previti.
Quando il magistrato competente accogliendo
l’istanza della difesa gli ha accordato
l’affidamento ai servizi sociali come
“residuo” di una condanna di sei anni a
seguito di una super legge ad personam, la
ex Cirielli e di un indulto dalla estensione
senza precedenti, Il Giornale ha titolato a
tutta pagina “Previti ai servizi sociali, la
Cdl esulta”. L’esultanza avrebbe dovuto
essere motivata, secondo i
difensori-legislatori, dalla conseguenza
surreale che tale concessione farebbe venir
meno la decadenza perpetua dai pubblici
uffici.
Dunque Previti
dovrebbe continuare a sedere in parlamento
pur essendo privato dell’elettorato attivo o
in subordine potrebbe subentrargli un
sostituto temporaneo da rimandare
immediatamente a casa non appena Cesarone
abbia concluso le sue consulenze “legali”
presso la comunità di don Picchi. Questo
avviene nella “culla del diritto”. Se non
che mentre finissime menti giuridiche
lautamente prezzolate intralciano organi del
parlamento con simili argomentazioni, ai 6
anni per Imi Sir si è aggiunta il 26
febbraio la condanna ad un anno e mezzo nel
secondo processo d’appello per il Lodo
Mondadori.
La terza corte di appello di Milano ha
accolto tutte le richieste di condanna
avanzate dal sostituto procuratore generale
De Petris anche per gli altri imputati:
Vittorio Metta, Attilio Pacifico, Giovanni
Acampora. Come si ricorderà Berlusconi
anch’egli imputato di corruzione, nonché
beneficiario della sentenza di cui Metta fu
estensore e con la quale si annullava il
lodo arbitrale che assegnava a De Benedetti
il controllo azionario di Mondadori, era
stato prescritto nel 2001.
“E’ un verdetto che non condividiamo nella
maniera più assoluta e che speriamo di
ribaltare in Cassazione” hanno commentato i
difensori certi che prima della sentenza
definitiva arriverà ancora una volta la
beata prescrizione.
Ma su quel dorato affidamento in prova ai
servizi sociali che tanta esultanza aveva
suscitato poteva ancora incombere l’ombra
cupa di una ulteriore condanna, talmente
prevedibile da costringere Cesarone a
mettere mano al portafogli per scongiurare
una eventualità concretissima che avrebbe
potuto comportare la revoca degli agognati
servizi sociali.
Solo che la cifra sborsata per stornare il
pericolo, 25 mila euro, in fondo poca cosa
per l’avvocato d’affari che vantava clienti
eccezionalmente munifici e teneva a libro
paga influenti magistrati, sono la firma
autografa alle accuse circostanziate,
avvalorate da una pluralità di sentenze,
della teste Omega, infamata, calunniata,
minacciata, perseguitata da oltre 10 anni.
Lei, Stefania Ariosto, la ex amica, la ex
compagna di crociere, abituale
frequentatrice della sua casa, da quando si
era recata in procura a raccontare di quegli
incredibili passaggi di denaro senza troppe
precauzioni, “le borsate a Renà”, i regali
alle signore, era diventata “la
calunniatrice”, una professionista della
menzogna, “un teste falso, fabbricato in
laboratorio, pagato per calunniare”.
E insieme alle accuse ufficiali contro
quella che veniva indicata come la ex
fidanzata di Dotti, (l’avvocato delle cause
pulite che l’avrebbe sobillata per vendetta
politica contro l’avvocato delle cause
sporche) amplificate dalle tv e dai giornali
di famiglia con la compiacenza di molti
“osservatori terzisti”, era partita la
campagna più subdola e occulta fatta di
denigrazione, di bugie sulla vita privata,
di ostacoli alla attività professionale, di
intimidazioni e “avvertimenti” in perfetto
stile mafioso.
Stefania Ariosto, nonostante tutto e l’amara
considerazione che probabilmente non ne è
valsa la pena, non ha mai ceduto e ha
onorato fino alla fine la verità.
Le è toccato persino, dopo che le sue
dichiarazioni erano state avvalorate da
sentenze di secondo grado, essere paragonata
ad un millantatore di serie B nonché
calunniatore conclamato come Igor Marini e
non da uno dei soliti pennivendoli a libro
paga ma dalla allora terza carica dello
Stato, quel Pier Ferdinanado Casini che si
fa orgogliosamente garante dell’innocenza di
Totò Cuffaro e manifesta solidarietà durante
la camera di consiglio a Marcello Dell’Utri.
L’ex ministro della difesa Cesare Previti,
mancato ministro della giustizia per
“l’impuntatura” dell’irriducibile Scalfaro,
ha preferito comprensibilmente versare quei
risolutori 25.000 euro per ottenere da
Stefania Ariosto la rinuncia a proseguire la
causa per diffamazione. Si è infine arreso
davanti ad un ennesimo processo che non si
doveva fare e da cui credeva di potersi
sfilare grazie al suo status di permanente
impunito.
Si trattava infatti di un procedimento nato
dalla denuncia per diffamazione di Stefania
Ariosto a seguito di una intervista del 16
settembre 1997 in cui Previti come in altre
innumerevoli occasioni, facendosi scudo
dell’immunità parlamentare l’aveva
tranquillamente diffamata: il processo nato
a Como sembrava infinito perché oggetto di
molteplici ricorsi sull’insindacabilità
delle dichiarazioni degli onorevoli
(imputati e condannati), nonché di un
conflitto di attribuzione tra poteri dello
Stato dinanzi alla Consulta.
Come noto Cesare Previti, corroborato dalla
premurosa sollecitudine di autorevoli
rappresentanti del centro sinistra, in
primis Luciano Violante, sempre desideroso
di mostrarsi in ogni circostanza molto
“liberale”, ha ripetutamente sollevato da
deputato-imputato conflitti di attribuzione
davanti alla Corte Costituzionale, quasi si
trattasse di ricorsi al Tar per occupazione
di suolo pubblico.
La mattina di venerdì scorso era pronto per
testimoniare a favore di Previti anche
Rosario Priore, già ospite delle trasferte
newyorkesi insieme a Squillante e ad un
nutrito numero di magistrati “bendisposti”
per celebrare Bettino statista dell’anno, ma
la testimonianza si è resa superflua: la
denuncia è stata ritirata, Cesarone con una
cifra molto ragionevole ha evitato nuovi
guai giudiziari ma ha anche riconosciuto che
la teste Omega ha raccontato solo la verità.
La questione è chiusa, i fatti incredibili a
cui inizialmente stentavano a credere anche
gli inquirenti sono diventati inoppugnabili;
peccato che le accuse e le diffamazioni di
Previti contro l’Ariosto avessero i titoli
di prima pagina e le copertine dei TG,
mentre la sua capitolazione sia ovviamente
passata inosservata.
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