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"Quante
squallide figure che attraversano il paese"
(Franco Battiato, Bandiera Bianca)
In Italia,
come insegnava il buon Giolitti, un sigaro e
un diploma di cavaliere non si negano a
nessuno. Proprio a nessuno. Neanche, perché
no?, al Pio Pompa.
La sua storia:
il 5 luglio scorso la polizia perquisisce un
attico a via Nazionale 230 a Roma. È un
appartamento di 11 stanze e ci abitano,
dall’aprile 2004, un abruzzese e la sua
segretaria. E’ la centrale di
disinformazione e spionaggio politico ed
economico di Pio Pompa, “analista” alle
dipendenze del Sismi. La polizia trova di
tutto. Si scopre che Pompa paga giornalisti
(violando la legge 801/1977), stila un
dossier personale su Edmondo Bruti Liberati,
già segretario dell'Anm e procuratore
aggiunto di Milano, uno sulle eventuali
mosse della magistratura alla vigilia della
vittoria berlusconiana del 2001, uno sul
Nigergate, uno che dimostrerebbe che, alla
base dei rapimenti illegali compiuti dagli
Usa in Europa, ci sarebbe una firma di Prodi
in veste di commissario europeo, scrive
lettere anonime da inviare ai quotidiani
nazionali per distrarre l'opinione pubblica
dall'affaire Abu Omar, un imam rapito
dalla Cia in territorio italiano e torturato
per 7 mesi in Egitto, probabilmente è lui
che intercetta il giornalista di Repubblica
D'Avanzo, ed ora è rinviato a giudizio per
favoreggiamento al sequestro di Abu Omar.
L'8 novembre scorso fa ridere il Parlamento
quando viene ascoltato dal Comitato di
Controllo parlamentare dei servizi segreti.
Si scopre che ha sempre militato nel Pci
perché è un "vero comunista" ("ed infatti il
mio giornale è L'Unità", continua il Pio), a
chi gli chiede conto del dossier contro
Prodi replica che "l'ho votato, gli ho fatto
addirittura campagna elettorale", rivendica
un ruolo di primo piano nella cattura di Al
Zarqawi, una profezia sul carisma e
l'importanza del leader sciita iracheno Al
Sadr, una stretta collaborazione con Nicola
Calipari. Poi, come racconta la cronaca
della Sarzanini sul Corriere della Sera,
"nega ogni circostanza, tace di fronte alla
contestazioni, ma soprattutto tenta di
mescolare le carte". Dicevamo di sigari e
diplomi di cavaliere: tra il lusco ed il
brusco, Pompa è stato nominato di recente
capodivisione al ministero della Difesa,
cioè dirigerà una delle 22 Persomil
(direzione generale per il personale
militare). E pensare che Massimo Brutti (Ds),
dopo l'audizione di Pompa al Copaco, aveva
detto: "In un paese normale, un funzionario
così sarebbe già stato sospeso". Magari
sospeso: promosso honoris causa.
Questo ed altro, in un paese tutt'altro che
normale.
Anche perché
in un paese normale, un ex giornalista come
Renato Farina non troverebbe spazio sulle
colonne di qualsivoglia giornale. La sua
storia è strettamente legata a quella di Pio
Pompa, con il quale forma un ineffabile duo,
un Gianni e Pinotto all'italiana si può
dire. Nell'attico di via Nazionale tanto
caro al Pompa, di notevole interesse sono le
ricevute di pagamento a Renato Farina, nome
in codice "Betulla". Il sedicente
giornalista vice direttore di Libero, sotto
le “istruzioni” del Pompa, tenta di spiare
le indagini sul Sismi. Organizza una falsa
intervista a Pomarici e Spataro, i pm che si
occupano del caso Abu Omar, per misurare lo
stato di avanzamento dell’indagine e per far
credere che Digos e Procura fossero al
corrente del sequestro. Ne trasmette un
"rapporto" scritto al suo editore
clandestino. La riforma dei servizi segreti
(1977), approvata dopo le stragi nere, vieta
tassativamente che si possano pagare
giornalisti. Farina, nel suo primo
interrogatorio, ha ammesso di ricevere soldi
dal Sismi dal 1999 per un totale di 30 mila
euro. In virtù dei denari che riceve dal
Sismi, Betulla scrive articoli su richiesta
e li fa modificare a piacimento di Pompa.
Così, riguardo alla morte di Enzo Baldoni in
Iraq, accredita un attivismo del Sismi (in
realtà inesistente) per la liberazione del
giornalista poi tristemente ucciso. Così,
prima della falsa intervista a Pomarici e
Spataro, si fa dettare le domande da Pompa.
Chiede subito di patteggiare 6 mesi di
reclusione per favoreggiamento nel sequestro
Abu Omar, ammettendo de facto le sue
responsabilità. Alla fine viene condannato
ad una multa di 6840 euro, da pagare
ovviamente con i 30000 del Sismi.
L'ordine dei giornalisti lombardo lo
sospende intanto a 12 mesi di sospensione
(né firma, né compensi), contro la richiesta
di radiazione della Procura. Ma Betulla non
si dà per vinto e si firma su Libero con lo
pseudonimo di Dreyfus, dimenticando che
Alfred Dreyfus era un capitano dello Stato
Maggiore
francese
condannato ingiustamente e senza prove, in
quanto ebreo, per altro tradimento alla
prigione e ai lavori forzati nel
1894,
mentre Farina viene condannato giustamente e
con le prove del suo favoreggiamento.
In un articolo
apparso su Libero, annuncia di aver
stracciato il tesserino di giornalista ("con
quella vecchia foto di quando ero giovane
(...) strapparmelo fa sanguinare il petto")
e concentra un mare di bugie: rivendica la
sua azione nel "difendere il Sismi", mentre
non l'ha difeso, ma aiutato nel commettere
irregolarità; "ho patteggiato. Ho rinunciato
a difendermi in un processo che sarebbe
durato tanti anni da cui certo sarei uscito
assolto": lo si lasci dire ai giudici
questo, e comunque è espressamente vietato
per i giornalisti prendere soldi dai servizi
segreti; "i soldi sono quattro denari e non
erano una retribuzione e non erano per me":
30000 euro non sono bruscolini, e neanche
risulta agli atti che siano stati versati a
orfanotrofi o a istituti di beneficenza;
"dovevo limitarmi a prendere appunti o
dovevo dare una mano una mano a salvare
Giuliana Sgrena (e prima altri)?": non
risulta che abbia mai dato una mano per la
liberazione della Sgrena e di altri e si
doveva limitare a scrivere la verità;
rivendica di essere vittima del Fronte
Rivoluzionario del Comunismo che per lui
"decretava la pena capitale": in realtà gli
hanno mandato un finto pacco bomba e ha
ricevute diverse lettere intimidatorie, ma
tutte anonime; "avevo deciso di difendermi
davanti all'Ordine nazionale", poi ha deciso
di no: sarebbe stato radiato ugualmente; "ma
a che serve descrivere queste torture? Hanno
caricato il fucile": non si intravedono le
torture (semmai quelle le ha subite Abu
Omar), ma, anche proseguendo nell'azzardata
metafora, perché hanno caricato il fucile?
Perché, come si legge nella sanzione
disciplinare dell'Odg, "ha tradito la
professione giornalistica asservendola al
Sismi (…), compromesso la sua dignità
ferendo anche il rapporto di fiducia che
deve esistere tra stampa e lettori".
Ma c'è ancora
posto per lui? Sì, che c'è. "Cercherò di non
farvi mancare, direttore permettendo, la mia
opinione", ha scritto Betulla. E siamo
sicuri che Feltri non fucilerà alle spalle
questo valido e di provata indipendenza
collaboratore.
Estranea ad
ogni questione morale, l'Italia dà posto a
tutti. Ai terroristi che salgono sulle
cattedre universitarie e sugli scranni
parlamentari; ai politici corrotti e
corruttori che tranquillamente siedono in
Parlamento; ai giornalisti servi colti con
le mani nel sacco che, indisturbati,
continuano ad essere beatamente servi.
D'altronde, un sigaro e un diploma non si
negano veramente a nessuno.
gabro.v@libero.it
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