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WWW.CENTOMOVIMENTI.COM - 10 MARZO 2007
Sigari e diplomi
gabriele vecchione

"Quante squallide figure che attraversano il paese" (Franco Battiato, Bandiera Bianca)

In Italia, come insegnava il buon Giolitti, un sigaro e un diploma di cavaliere non si negano a nessuno. Proprio a nessuno. Neanche, perché no?, al Pio Pompa.

La sua storia: il 5 luglio scorso la polizia perquisisce un attico a via Nazionale 230 a Roma. È un appartamento di 11 stanze e ci abitano, dall’aprile 2004, un abruzzese e la sua segretaria. E’ la centrale di disinformazione e spionaggio politico ed economico di Pio Pompa, “analista” alle dipendenze del Sismi. La polizia trova di tutto. Si scopre che Pompa paga giornalisti (violando la legge 801/1977), stila un dossier personale su Edmondo Bruti Liberati, già segretario dell'Anm e procuratore aggiunto di Milano, uno sulle eventuali mosse della magistratura alla vigilia della vittoria berlusconiana del 2001, uno sul Nigergate, uno che dimostrerebbe che, alla base dei rapimenti illegali compiuti dagli Usa in Europa, ci sarebbe una firma di Prodi in veste di commissario europeo, scrive lettere anonime da inviare ai quotidiani nazionali per distrarre l'opinione pubblica dall'affaire Abu Omar, un imam rapito dalla Cia in territorio italiano e torturato per 7 mesi in Egitto, probabilmente è lui che intercetta il giornalista di Repubblica D'Avanzo, ed ora è rinviato a giudizio per favoreggiamento al sequestro di Abu Omar. L'8 novembre scorso fa ridere il Parlamento quando viene ascoltato dal Comitato di Controllo parlamentare dei servizi segreti. Si scopre che ha sempre militato nel Pci perché è un "vero comunista" ("ed infatti il mio giornale è L'Unità", continua il Pio), a chi gli chiede conto del dossier contro Prodi replica che "l'ho votato, gli ho fatto addirittura campagna elettorale", rivendica un ruolo di primo piano nella cattura di Al Zarqawi, una profezia sul carisma e l'importanza del leader sciita iracheno Al Sadr, una stretta collaborazione con Nicola Calipari. Poi, come racconta la cronaca della Sarzanini sul Corriere della Sera, "nega ogni circostanza, tace di fronte alla contestazioni, ma soprattutto tenta di mescolare le carte". Dicevamo di sigari e diplomi di cavaliere: tra il lusco ed il brusco, Pompa è stato nominato di recente capodivisione al ministero della Difesa, cioè dirigerà una delle 22 Persomil (direzione generale per il personale militare).  E pensare che Massimo Brutti (Ds), dopo l'audizione di Pompa al Copaco, aveva detto: "In un paese normale, un funzionario così sarebbe già stato sospeso". Magari sospeso: promosso honoris causa. Questo ed altro, in un paese tutt'altro che normale.

 

Anche perché in un paese normale, un ex giornalista come Renato Farina non troverebbe spazio sulle colonne di qualsivoglia giornale. La sua storia è strettamente legata a quella di Pio Pompa, con il quale forma un ineffabile duo, un Gianni e Pinotto all'italiana si può dire. Nell'attico di via Nazionale tanto caro al Pompa, di notevole interesse sono le ricevute di pagamento a Renato Farina, nome in codice "Betulla". Il sedicente giornalista vice direttore di Libero, sotto le “istruzioni” del Pompa, tenta di spiare le indagini sul Sismi. Organizza una falsa intervista a Pomarici e Spataro, i pm che si occupano del caso Abu Omar, per misurare lo stato di avanzamento dell’indagine e per far credere che Digos e Procura fossero al corrente del sequestro. Ne trasmette un "rapporto" scritto al suo editore clandestino. La riforma dei servizi segreti (1977), approvata dopo le stragi nere, vieta tassativamente che si possano pagare giornalisti. Farina, nel suo primo interrogatorio, ha ammesso di ricevere soldi dal Sismi dal 1999 per un totale di 30 mila euro. In virtù dei denari che riceve dal Sismi, Betulla scrive articoli su richiesta e li fa modificare a piacimento di Pompa. Così, riguardo alla morte di Enzo Baldoni in Iraq, accredita un attivismo del Sismi (in realtà inesistente) per la liberazione del giornalista poi tristemente ucciso. Così, prima della falsa intervista a Pomarici e Spataro, si fa dettare le domande da Pompa. Chiede subito di patteggiare 6 mesi di reclusione per favoreggiamento nel sequestro Abu Omar, ammettendo de facto le sue responsabilità. Alla fine viene condannato ad una multa di 6840 euro, da pagare ovviamente con i 30000 del Sismi. L'ordine dei giornalisti lombardo lo sospende intanto a 12 mesi di sospensione (né firma, né compensi), contro la richiesta di radiazione della Procura. Ma Betulla non si dà per vinto e si firma su Libero con lo pseudonimo di Dreyfus, dimenticando che Alfred Dreyfus era un capitano dello Stato Maggiore francese condannato ingiustamente e senza prove, in quanto ebreo, per altro tradimento alla prigione e ai lavori forzati nel 1894, mentre Farina viene condannato giustamente e con le prove del suo favoreggiamento.

In un articolo apparso su Libero, annuncia di aver stracciato il tesserino di giornalista ("con quella vecchia foto di quando ero giovane (...) strapparmelo fa sanguinare il petto") e concentra un mare di bugie: rivendica la sua azione nel "difendere il Sismi", mentre non l'ha difeso, ma aiutato nel commettere irregolarità; "ho patteggiato. Ho rinunciato a difendermi in un processo che sarebbe durato tanti anni da cui certo sarei uscito assolto": lo si lasci dire ai giudici questo, e comunque è espressamente vietato per i giornalisti prendere soldi dai servizi segreti; "i soldi sono quattro denari e non erano una retribuzione e non erano per me": 30000 euro non sono bruscolini, e neanche risulta agli atti che siano stati versati a orfanotrofi o a istituti di beneficenza; "dovevo limitarmi a prendere appunti o dovevo dare una mano una mano a salvare Giuliana Sgrena (e prima altri)?": non risulta che abbia mai dato una mano per la liberazione della Sgrena e di altri e si doveva limitare a scrivere la verità; rivendica di essere vittima del Fronte Rivoluzionario del Comunismo che per lui "decretava la pena capitale": in realtà gli hanno mandato un finto pacco bomba e ha ricevute diverse lettere intimidatorie, ma tutte anonime; "avevo deciso di difendermi davanti all'Ordine nazionale", poi ha deciso di no: sarebbe stato radiato ugualmente; "ma a che serve descrivere queste torture? Hanno caricato il fucile": non si intravedono le torture (semmai quelle le ha subite Abu Omar), ma, anche proseguendo nell'azzardata metafora, perché hanno caricato il fucile? Perché, come si legge nella sanzione disciplinare dell'Odg, "ha tradito la professione giornalistica asservendola al Sismi (…), compromesso la sua dignità ferendo anche il rapporto di fiducia che deve esistere tra stampa e lettori".

Ma c'è ancora posto per lui? Sì, che c'è. "Cercherò di non farvi mancare, direttore permettendo, la mia opinione", ha scritto Betulla. E siamo sicuri che Feltri non fucilerà alle spalle questo valido e di provata indipendenza collaboratore.

Estranea ad ogni questione morale, l'Italia dà posto a tutti. Ai terroristi che salgono sulle cattedre universitarie e sugli scranni parlamentari; ai politici corrotti e corruttori che tranquillamente siedono in Parlamento;  ai giornalisti servi colti con le mani nel sacco che, indisturbati, continuano ad essere beatamente servi. D'altronde, un sigaro e un diploma non si negano veramente a nessuno.

gabro.v@libero.it

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un dovere civile
Gabriele Vecchione

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