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WWW.CENTOMOVIMENTI.COM - 20 MARZO 2007
Il trionfo della coerenza

Daniela Gaudenzi

Dell’addio di Gherardo Colombo alla magistratura ci sarebbe poco da stupirsi avendo presente la sua biografia, le sue dichiarazioni sempre sostenute da argomentazioni a prova di confutazione, le sue analisi progressivamente più negative sul bilancio dell’ amministrazione della giustizia e sulle prospettive, rebus sic stantibus, per un prossimo futuro.
La prima volta in cui ha pensato alle dimissioni risale a qualche decennio fa come racconta in quel piccolo capolavoro di vita vissuta, analisi storica, passione civile mediata dalla non comune professionalità giuridica che è Il vizio della memoria”: era il tempo della prima grande inchiesta su politica, affari, corruzione che anticipò tangentopoli quella sui fondi neri dell’Iri e che i magistrati titolari si videro avocare dalla procura generale di Roma per finire in dissolvenza nel famigerato “porto delle nebbie”. Se quell’inchiesta non fosse stata scippata a Milano e avesse prodotto i suoi frutti, Tangentopoli sarebbe scoppiata venti anni prima e forse la storia del paese sarebbe stata differente.

Prima c’era stato il pseudo rapimento di Sindona con le coperture che provenivano dalla presidenza del consiglio, l’inchiesta sull’omicidio Ambrosoli con la constatazione tragica della solitudine e dell’abbandono in cui le istituzione ed i partiti nelle loro totalità avevano lasciato un servitore dello Stato per avallare le manovre di un personaggio come Sindona, la scoperta a Castiglion Fibocchi della lista degli aderenti alla P2 che comprendeva ministri, generali, servizi segreti, politici di governo, direttori dei maggiori giornali.

 

Andare a rileggere le pagine dedicate ne Il vizio della memoria all’anticamera a cui sono costretti Colombo e Turone con in mano la copia della lista degli aderenti e le reazioni governative è come rivedere qualche scena clou di Woody Allen, quello di Crimini e Misfatti per intendersi.
Con Tangentopoli si passa alla storia recente, alle accuse di ingerenza politica che a ben ricordare, come ha fatto in più di una occasione Giorgio Bocca, non tardano a partire: basta, quando Mani Pulite, ancora nella fase ascendente, la proposta avanzata a Cernobbio finalizzata a “chiudere” in tempi e modi e ragionevoli una partita che si annunciava ingestibile attraverso la collaborazione piena ed il condono per evitare il persistere di quella parte rilevantissima di sommerso che avrebbe consentito una zona grigia di mezze verità e ricatti senza fine.

Quando poi con il decreto Biondi i magistrati di mani Pulite sono costretti ad annunciare le loro dimissioni se non fosse rientrato il provvedimento che aboliva l’arresto per i colletti bianchi, comincia scatenarsi l’aggressione della politica contro la procura di Milano, di cui l’ultimo più fulgido esempio è quello contro l’inchiesta di Spataro e Pomarici sul rapimento di Abu Omar, e segnatamente contro i magistrati “che escono dal recinto”.
In quel comunicato di cui era autore si chiedeva al procuratore Francesco Saverio Borrelli “un altro incarico nel cui espletamento non sia stridente il contrasto tra ciò che la coscienza avverte e ciò che la legge impone”.
Dopo che mani pulite si sposta sulla corruzione della guardia di finanza c’è per Colombo anche la sorpresa dolorosa e quasi l’incredulità di vedere coinvolti anche uomini che gli erano stati vicini e da questa fase in poi l’escalation della disillusione e della vanificazione della ricerca della verità e della uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge è tutt’uno con i nomi degli imputati: Silvio Berlusconi e Cesare Previti. Attacchi personali, delegittimazione, diffamazione si intrecciano ad ostacoli legislativi, procedurali, governativi di ogni ordine e specie. Dalle richieste di rogatoria che rimangono per mesi ed anni sui tavoli dei ministri della Giustizia, si chiamino Fassino, Diliberto o Flick, poco importa, alla cosiddetta “costituzionalizzazione” del giusto processo, alla depenalizzazione di reati “propedeutici” alla costituzione dei fondi neri come il falso bilancio, alla serie interminabili delle leggi ad personam non solo e non sempre di fabbrica esclusivamente berlusconiana. Quando Gherardo Colombo, in primis per tentare di sbloccare le rogatorie indispensabili per portare avanti i processi alla toghe sporche, interviene in un intervista al Corriere sulla bicamerale, ribadendo un concetto espresso diffusamente già ne Il vizio della memoria viene ingiuriato, aggredito, minacciato in modo assolutamente trasversale, ma da sinistra come ricorda solo Marco Travaglio, vengono gli insulti e gli epiteti più violenti: “eversore”, “golpista”, “fanatico”, “caso psichiatrico”.

Nella famosa e famigerata intervista Gherardo Colombo aveva ripetuto con le stesse parole quello che aveva scritto nel suo libro “Nel metabolismo politico-sociale del paese ci sono ancora le tossine che consigliano di realizzare le nuove regole della politica non intorno al conflitto trasparente ma, ma al compromesso opaco. E un passaggio chiave è la bicamerale…. La società del ricatto trova la sua forza su ciò che non è stato scoperto.” Insieme al linciaggio parte un procedimento disciplinare, l’ennesimo, da cui Colombo esce ancora una volta a testa alta, nonostante la pervicacia del ministro della Giustizia che rivela un ingiustificabile accanimento punitivo.
Come ha detto Di Pietro per ogni processo istruito ne ha dovuti subire almeno due: lo testimonia la trentina di inchieste penali su denuncia dei suoi imputati che hanno ingolfato la procura di Brescia; l’ultima sul fascicolo segreto che tale doveva restare, come ha hanno ribadito la Cassazione ed il CSM, promossa da quegli “amici della giustizia” che erano soprattutto ed esclusivamente amici e sodali di Cesare Previti.
Adesso dopo cinque anni di legislazione personale e di asservimento della giustizia agli interessi dei più forti, a quasi un anno dall’insediamento del centro sinistra, le leggi ad personam sono tutte pienamente vigenti e la prescrizione con il combinato disposto dell’indulto extra large ha messo al riparo tutti i protagonisti degli scandali più gravi da qualsiasi pena detentiva.
La preoccupazione somma del ceto politico è quella di restringere fino alla irrilevanza lo strumento insostituibile delle intercettazioni telefoniche adducendo impropriamente la difesa della privacy, dopo che già avevano esteso le garanzie per i parlamentari fino a limiti che rasentano il ridicolo.
Le dimissioni di Colombo arrivano in contemporanea al rientro per decreto in Cassazione di Corrado Carnevale che vi resterà, grazie ad una legge ad personam fino al compimento dell’83° anno di età: al di là delle responsabilità penali non accertate a seguito di una interpretazione della Cassazione molto sui generis, per usare un eufemismo, si tratta sempre di un magistrato che irrideva quantomeno con scarso buon gusto un collega, Giovanni Falcone che è andato incontro alla morte per combattere, lui sì, la mafia.
Nel rassegnare le dimissioni dalla magistratura per dedicarsi, senza i vincoli che la cosiddetta riforma dell’ordinamento giudiziario impone alla libertà di espressione dei magistrati, a quell’opera di alfabetizzazione costituzionale e di difesa della legalità che dovrebbe essere in Italia la priorità per qualsiasi “buon governo”, ha constato come le sue osservazioni passate siano ancora più attuali.
“…Non credo che in questo paese il rispetto delle regole costituisca un punto di riferimento fondamentale. Direi che il più delle volte è il contrario…Tra prescrizioni, leggi modificate o abrogate si è sostanzialmente arrivati a una riabilitazione complessiva di tutti coloro che avevano commesso quei reati. Con una rinnovata diffusione del senso di impunità”.
Adesso lo rimpiangono tutti e vorrebbero rivederlo ad amministrare la giustizia dopo che per anni si sono scagliati contro “la giustizia ad orologeria”, “la persecuzione politica ad opera di magistrati politicizzati”, contro “le toghe rosse”, una aberrazione linguistica, di cui Gherardo Colombo era uno dei più titolati e bersagliati rappresentanti.
Il guardasigilli Mastella vorrebbe “amichevolmente richiamarlo all’ordine”;
Pier Ferdinando Casini, sempre quello che da presidente della Camera ha formalizzato la sua solidarietà a Marcello Dell’Utri mentre si riuniva la camera di consiglio, a Lucia Annunziata che gli ha chiesto come valutasse le dimissioni di Colombo ha risposto “rispetto la sua scelta ma è negativa; Colombo rimanga in magistratura”.
E dalle pagine del Giornale nemmeno Filippo Facci storico fustigatore dei magistrati di Milano e difensore d’ufficio di Silvio Berlusconi ha trovato i toni epici delle campagne contro “le toghe rosse” ma si è limitato, non senza riconoscimenti alla coerenza, a stigmatizzarlo come “un magistrato ossessionato dai potenti”.
Chissà se prevale la soddisfazione per non averlo più in magistratura o la preoccupazione per la nuova attività al servizio della Giustizia con la G maiuscola.

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