|

Dell’addio di
Gherardo Colombo alla magistratura ci
sarebbe poco da stupirsi avendo presente la
sua biografia, le sue dichiarazioni sempre
sostenute da argomentazioni a prova di
confutazione, le sue analisi
progressivamente più negative sul bilancio
dell’ amministrazione della giustizia e
sulle prospettive, rebus sic stantibus, per
un prossimo futuro.
La prima volta in cui ha pensato alle
dimissioni risale a qualche decennio fa come
racconta in quel piccolo capolavoro di vita
vissuta, analisi storica, passione civile
mediata dalla non comune professionalità
giuridica che è Il vizio della memoria”: era
il tempo della prima grande inchiesta su
politica, affari, corruzione che anticipò
tangentopoli quella sui fondi neri dell’Iri
e che i magistrati titolari si videro
avocare dalla procura generale di Roma per
finire in dissolvenza nel famigerato “porto
delle nebbie”. Se quell’inchiesta non fosse
stata scippata a Milano e avesse prodotto i
suoi frutti, Tangentopoli sarebbe scoppiata
venti anni prima e forse la storia del paese
sarebbe stata differente.
Prima c’era stato il pseudo rapimento di
Sindona con le coperture che provenivano
dalla presidenza del consiglio, l’inchiesta
sull’omicidio Ambrosoli con la constatazione
tragica della solitudine e dell’abbandono in
cui le istituzione ed i partiti nelle loro
totalità avevano lasciato un servitore dello
Stato per avallare le manovre di un
personaggio come Sindona, la scoperta a
Castiglion Fibocchi della lista degli
aderenti alla P2 che comprendeva ministri,
generali, servizi segreti, politici di
governo, direttori dei maggiori giornali.
Andare a
rileggere le pagine dedicate ne Il vizio
della memoria all’anticamera a cui sono
costretti Colombo e Turone con in mano la
copia della lista degli aderenti e le
reazioni governative è come rivedere qualche
scena clou di Woody Allen, quello di Crimini
e Misfatti per intendersi.
Con Tangentopoli si passa alla storia
recente, alle accuse di ingerenza politica
che a ben ricordare, come ha fatto in più di
una occasione Giorgio Bocca, non tardano a
partire: basta, quando Mani Pulite, ancora
nella fase ascendente, la proposta avanzata
a Cernobbio finalizzata a “chiudere” in
tempi e modi e ragionevoli una partita che
si annunciava ingestibile attraverso la
collaborazione piena ed il condono per
evitare il persistere di quella parte
rilevantissima di sommerso che avrebbe
consentito una zona grigia di mezze verità e
ricatti senza fine.
Quando poi con il decreto Biondi i
magistrati di mani Pulite sono costretti ad
annunciare le loro dimissioni se non fosse
rientrato il provvedimento che aboliva
l’arresto per i colletti bianchi, comincia
scatenarsi l’aggressione della politica
contro la procura di Milano, di cui l’ultimo
più fulgido esempio è quello contro
l’inchiesta di Spataro e Pomarici sul
rapimento di Abu Omar, e segnatamente contro
i magistrati “che escono dal recinto”.
In quel comunicato di cui era autore si
chiedeva al procuratore Francesco Saverio
Borrelli “un altro incarico nel cui
espletamento non sia stridente il contrasto
tra ciò che la coscienza avverte e ciò che
la legge impone”.
Dopo che mani pulite si sposta sulla
corruzione della guardia di finanza c’è per
Colombo anche la sorpresa dolorosa e quasi
l’incredulità di vedere coinvolti anche
uomini che gli erano stati vicini e da
questa fase in poi l’escalation della
disillusione e della vanificazione della
ricerca della verità e della uguaglianza dei
cittadini dinanzi alla legge è tutt’uno con
i nomi degli imputati: Silvio Berlusconi e
Cesare Previti. Attacchi personali,
delegittimazione, diffamazione si
intrecciano ad ostacoli legislativi,
procedurali, governativi di ogni ordine e
specie. Dalle richieste di rogatoria che
rimangono per mesi ed anni sui tavoli dei
ministri della Giustizia, si chiamino
Fassino, Diliberto o Flick, poco importa,
alla cosiddetta “costituzionalizzazione” del
giusto processo, alla depenalizzazione di
reati “propedeutici” alla costituzione dei
fondi neri come il falso bilancio, alla
serie interminabili delle leggi ad personam
non solo e non sempre di fabbrica
esclusivamente berlusconiana. Quando
Gherardo Colombo, in primis per tentare di
sbloccare le rogatorie indispensabili per
portare avanti i processi alla toghe
sporche, interviene in un intervista al
Corriere sulla bicamerale, ribadendo un
concetto espresso diffusamente già ne Il
vizio della memoria viene ingiuriato,
aggredito, minacciato in modo assolutamente
trasversale, ma da sinistra come ricorda
solo Marco Travaglio, vengono gli insulti e
gli epiteti più violenti: “eversore”,
“golpista”, “fanatico”, “caso psichiatrico”.
Nella famosa e famigerata intervista
Gherardo Colombo aveva ripetuto con le
stesse parole quello che aveva scritto nel
suo libro “Nel metabolismo politico-sociale
del paese ci sono ancora le tossine che
consigliano di realizzare le nuove regole
della politica non intorno al conflitto
trasparente ma, ma al compromesso opaco. E
un passaggio chiave è la bicamerale…. La
società del ricatto trova la sua forza su
ciò che non è stato scoperto.” Insieme al
linciaggio parte un procedimento
disciplinare, l’ennesimo, da cui Colombo
esce ancora una volta a testa alta,
nonostante la pervicacia del ministro della
Giustizia che rivela un ingiustificabile
accanimento punitivo.
Come ha detto Di Pietro per ogni processo
istruito ne ha dovuti subire almeno due: lo
testimonia la trentina di inchieste penali
su denuncia dei suoi imputati che hanno
ingolfato la procura di Brescia; l’ultima
sul fascicolo segreto che tale doveva
restare, come ha hanno ribadito la
Cassazione ed il CSM, promossa da quegli
“amici della giustizia” che erano
soprattutto ed esclusivamente amici e sodali
di Cesare Previti.
Adesso dopo cinque anni di legislazione
personale e di asservimento della giustizia
agli interessi dei più forti, a quasi un
anno dall’insediamento del centro sinistra,
le leggi ad personam sono tutte pienamente
vigenti e la prescrizione con il combinato
disposto dell’indulto extra large ha messo
al riparo tutti i protagonisti degli
scandali più gravi da qualsiasi pena
detentiva.
La preoccupazione somma del ceto politico è
quella di restringere fino alla irrilevanza
lo strumento insostituibile delle
intercettazioni telefoniche adducendo
impropriamente la difesa della privacy, dopo
che già avevano esteso le garanzie per i
parlamentari fino a limiti che rasentano il
ridicolo.
Le dimissioni di Colombo arrivano in
contemporanea al rientro per decreto in
Cassazione di Corrado Carnevale che vi
resterà, grazie ad una legge ad personam
fino al compimento dell’83° anno di età: al
di là delle responsabilità penali non
accertate a seguito di una interpretazione
della Cassazione molto sui generis, per
usare un eufemismo, si tratta sempre di un
magistrato che irrideva quantomeno con
scarso buon gusto un collega, Giovanni
Falcone che è andato incontro alla morte per
combattere, lui sì, la mafia.
Nel rassegnare le dimissioni dalla
magistratura per dedicarsi, senza i vincoli
che la cosiddetta riforma dell’ordinamento
giudiziario impone alla libertà di
espressione dei magistrati, a quell’opera di
alfabetizzazione costituzionale e di difesa
della legalità che dovrebbe essere in Italia
la priorità per qualsiasi “buon governo”, ha
constato come le sue osservazioni passate
siano ancora più attuali.
“…Non credo che in questo paese il rispetto
delle regole costituisca un punto di
riferimento fondamentale. Direi che il più
delle volte è il contrario…Tra prescrizioni,
leggi modificate o abrogate si è
sostanzialmente arrivati a una
riabilitazione complessiva di tutti coloro
che avevano commesso quei reati. Con una
rinnovata diffusione del senso di impunità”.
Adesso lo rimpiangono tutti e vorrebbero
rivederlo ad amministrare la giustizia dopo
che per anni si sono scagliati contro “la
giustizia ad orologeria”, “la persecuzione
politica ad opera di magistrati
politicizzati”, contro “le toghe rosse”, una
aberrazione linguistica, di cui Gherardo
Colombo era uno dei più titolati e
bersagliati rappresentanti.
Il guardasigilli Mastella vorrebbe
“amichevolmente richiamarlo all’ordine”;
Pier Ferdinando Casini, sempre quello che da
presidente della Camera ha formalizzato la
sua solidarietà a Marcello Dell’Utri mentre
si riuniva la camera di consiglio, a Lucia
Annunziata che gli ha chiesto come valutasse
le dimissioni di Colombo ha risposto
“rispetto la sua scelta ma è negativa;
Colombo rimanga in magistratura”.
E dalle pagine del Giornale nemmeno Filippo
Facci storico fustigatore dei magistrati di
Milano e difensore d’ufficio di Silvio
Berlusconi ha trovato i toni epici delle
campagne contro “le toghe rosse” ma si è
limitato, non senza riconoscimenti alla
coerenza, a stigmatizzarlo come “un
magistrato ossessionato dai potenti”.
Chissà se prevale la soddisfazione per non
averlo più in magistratura o la
preoccupazione per la nuova attività al
servizio della Giustizia con la G maiuscola.
COMMENTA QUESTO ARTICOLo nel blog di
centomovimenti.com
|