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A circa una
settimana dall’annuncio delle dimissioni
dalla magistratura di Gherardo Colombo, che
ha speso anni della sua vita e della sua
professionalità nell’inchiesta “toghe
sporche” non solo per istruire una serie di
processi difficili, complessi, con imputati
che hanno ingaggiato una guerra totale
contro la procura di Milano prima ed il
palazzo di giustizia quando in dibattimento
sono emerse le prove documentali della
corruzione, ma anche per “sbloccare” le
rogatorie fondamentali per l’accertamento
della verità, è arrivata la richiesta di
cinque anni per Silvio Berlusconi, la pena
massima, al processo Sme.
Il sostituto procuratore generale di Milano
Piero De Petris ha chiesto il massimo della
pena sulla base del cosiddetto bonifico
Orologio, quei famosi 434 mila dollari che
da un conto Fininvest sarebbero passati
all’ora capo dei gip di Roma Renato
Squillante attraverso un conto di Cesare
Previti. Berlusconi “motore primo” della
vicenda “per contrastare De Benedetti nella
conquista della Sme”, un protagonista
assoluto, al quale “non possono essere
concesse le attenuanti generiche” perché
“l’incensuratezza non basta al riguardo” (incensuratezza
che peraltro andrebbe considerata alla luce
del cumulo di prescrizioni per le quali non
è mai stato richiesto un giudizio di
merito). Il sostituto procuratore generale
nella sua requisitoria ha puntualmente
sottolineato che “la compravendita della
funzione giudiziaria mina la fiducia dei
cittadini nello Stato”.
L’avvocato di Stato a nome della presidenza
del consiglio ha chiesto che sia affermata
la responsabilità penale di Silvio
Berlusconi e ha quantificato il risarcimento
in 1,1 milioni di euro. Cifra alla quale
dovrà aggiungersi quella molto più cospicua
delle altre parti civili.
Le reazioni politiche sono quelle di sempre
che con la coazione a ripetere risultano al
contempo sempre più tediose e disgustose.
Il silenzio
tombale del centro sinistra, al cui interno
Berlusconi ha forse il suo migliore ministro
della Giustizia, autodefinitosi, forse
impropriamente “ministro per caso” che
ripercorre pianamente il tracciato
dell’insuperabile ministro-ingegnere, ma con
più “cordialità”, più battute e più
strizzatine d’occhio per tutti, fa da sfondo
allo strepitio di FI.
“Uso politico della giustizia”, appello al
presidente della Repubblica e ai vertici
delle istituzioni perché “tengano conto che
siamo di fronte ad una continua, incessante,
impressionante, decennale persecuzione
politico-giudiziaria contro l’esponente
politico prima presidente del Consiglio e
oggi leader dell’opposizione”, “strategia
per colpire il leader dell’opposizione
quando la maggioranza è in difficoltà”,
ecc). Un po’ sottotono Nicolò Ghedini che,
c’è sinceramente da compatirlo, non sa più a
che santo rivolgersi e così si aggrappa alla
competenza territoriale; come le
protagoniste de “Il giardino dei ciliegi”
bramano la capitale, lui invoca
monotonamente “Perugia!, Perugia!”, e infine
al trascorrere inesorabile del tempo,
“episodi che risalgono a ben 15 anni fa!”.
Quando venerdì scorso è stato pubblicato
l’appunto chiarissimo e molto circostanziato
dell’ex giornalista Sasinini, indagato e
destinatario insieme a Tavaroli e Ghioni di
una ordinanza di custodia cautelare per
corruzione internazionale, da cui emerge il
passaggio di 70 miliardi da Berlusconi a
Bossi, tramite Tremonti in cambio della
“totale fedeltà”, per l’avvocato totale
Nicolò Ghedini si è trattato “di una
assoluta fantasia, risibile se non apparisse
connotata da scopi diffamatori o ancora
peggio per inquinare la vita politica del
paese”.
Chissà se la pensa allo stesso modo anche il
segretario dei DS Piero Fassino che il
giorno successivo in Senato si è “appartato”
con Silvio per visionare insieme gli ultimi
sondaggi e soprattutto per concordare i
punti salienti della nuova legge elettorale,
quella che deve stoppare il referendum e che
dovrebbe archiviare il porcellum contro il
quale il centro sinistra voleva mobilitare
le piazze per “attentato alla democrazia” e
per “lo scippo” delle preferenze.
Ebbene dagli appunti emerge la convergenza
su maggioranza su base nazionale,
introduzione dello sbarramento e un bel no
chiaro e tondo alle preferenze e cioè i
candidati continueranno ad essere nominati
dai partiti. Ma guai a pensare male e ad
insinuare “cedimenti affettuosi”.
Secondo Fassino si è trattato di un altro
caso in cui l’informazione può “trasformare
una lucertola in un coccodrillo”. Siamo
tutti avvertiti!
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