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Il
25 marzo 1957 in una Roma ancora poco
trafficata i rappresentanti di sei
grandi stati si incontravano in
Campidoglio per firmare un progetto
comune. Germania, Italia, Francia,
Belgio, Lussemburgo e Olanda uscite
dalla esperienza della seconda guerra
mondiale che li aveva visti contrapposti
e nemici fino a pochi anni prima, con il
trattato di Roma iniziano una strada
insieme. Forse il primo miracolo della
storia, l’utopia di ricostruire
un’identità comune superando le
divisioni che causarono tante macerie
nella prima metà del ‘900. Con il
Trattato inizia un’avventura chiamata
Europa, che con gli anni ha visto
allargare i propri confini, fino ad
inglobare gli attuali 27 stati.
Un sogno che eliminando divisioni e
conflitti, nel tempo ha portato un
arricchimento inaspettato come solo i
sogni sanno fare. Un sogno alimentato
dall’entusiasmo di poter finalmente
uscire da confini stretti, prima
attraversati solo da chi un po’
acciaccato e sconfitto andava a cercare
fortuna all’estero. Con una valigia ed
un treno pieno di rimpianti.
Un
territorio che da continente si è fatto
stato federale, mutando un modo di
concepire l’identità, riscoprendo le
peculiarità di ciascun paese senza farci
troppo caso. L’Europa è il luogo dove i
nostri padri son partiti come emigranti
e che oggi vedono noi figli, partire per
una vacanza, un week end e anche per
periodi di studio come si trattasse di
una semplice gita. Sorpassare il confine
nazionale non è più una scelta di
tradimento, ma di esplorazione. Non si
va più all’estero per cercare altrove
quello che il proprio paese non sa
offrire, ma per importare modelli stando
a contatto con i nostri vicini di casa.
Scoprendo che poi fuori non si sta tanto
male, al di là delle ansie dei genitori.
L’occasione per buttare un occhio a chi
si candida a diventare “condomino”
eppure sembra ancora lontano. Non a caso
l’ingresso della Turchia è una questione
controversa tra gli europei. Un Paese
lontano da quella taciuta radice
cristiana, che volenti o dolenti, ha
influenzato la storia e l’educazione di
tutti noi. Perché anche il contrasto con
l’educazione cattolica, il papa e la
religione, nasce dal contrasto con quel
sistema di pensiero, e non con un altro.
Quindi è naturale pensare che un paese
grande come la Turchia, a maggioranza
musulmana, non rappresenti culturalmente
il modello europeo. Senza contare che la
composizione del Parlamento europeo
segue una ripartizione demografica, per
cui la Turchia avrebbe una maggioranza
di seggi rispetto ad altri stati più
europei che partecipano all’Unione già
da parecchi anni. Questo non vuol dire
che le minoranze europee, che non
abbiano radici nel continente, non
vengano prese in considerazione
nell’ambito della politica europea,
basti pensare che attualmente la
Germania essendo lo stato più popoloso
della Ue e quella con il più alto grado
di immigrati di religione musulmana ha
99 seggi dei 732 del Parlamento.
Quella dell’Europa unita è sicuramente
la sfida più alta che la politica ha
accettato di combattere come segnale di
pace ed unione. Forse l’unico esempio
buono che viene a testimoniare una
classe di politici ed intellettuali
lungimiranti, il cui impegno riesce a
soprassedere agli errori, ai
rallentamenti, e alla promessa di un
futuro costruito in unione. Certamente
non avere ancora una carta
costituzionale, un codice civile comune
capace di regolare con la stessa
disciplina situazioni analoghe non
facilita l’operato di chi tutti i giorni
si trova a maneggiare situazioni nuove
dovute all’unione. Guardare all’unione
con l’occhio attento di chi tutti i
giorni si sente cittadino e con la
considerazione semplice di chi avendo un
problema si trova a guardare il giardino
del vicino per copiare la soluzione.
Quello che i nostri politici spesso
dimostrano di non saper fare, tirando
sempre fuori il proprio <i>made in Italy</i>.
Una brutta abitudine che speriamo di
perdere tutti presto per scoprirci
europei.
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