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Alle volte il passato ritorna in una serie di “curiose”
circostanze che se lette con un minimo di attenzione danno un quadro molto puntuale del circuito di omissioni,
stravolgimenti, censure, disinformazione che in questo
paese lega tenacemente informazione, politica, giustizia.
La scomparsa di Enzo Biagi avvenuta quasi in concomitanza con il ritorno in Tv, dalla
porta di servizio, di un altro epurato Daniele Luttazzi, bandito per gli stessi
identici motivi (aver dato spazio ai fatti all’interno di Satyricon esattamente come
faceva Biagi con Il fatto) ha costretto l’informazione, nonostante i diffusi e
perduranti tentativi di minimizzazione se non di negazione tout court, a parlare di
editto bulgaro.
Episodio che ha fatto il giro del mondo e ci ha relegato in tutte le classifiche
internazionali tra i paesi semi-liberi ma, come ha ricordato Marco Travaglio, è stato
citato ed evidenziato in prima serata solo nel Rockpolitik di Adriano Celentano a sua
volta a rischio di messa in onda fino all’ultimo minuto e con il direttore di rete,
l’impavido Del Noce, cautelativamente autosospeso.
Berlusconi ovviamente ha detto che non è mai esistito e che si è trattata della solita
strumentalizzazione dei comunisti, d’altronde vale la pena di ricordare che il confino
per il sempre molto corteggiato capo dell’opposizione era “una villeggiatura a spese
dello Stato”; nello speciale che Rai 1 ha dedicato alla scomparsa di Biagi è stato
detto testualmente che lui aveva abbandonato il servizio pubblico a seguito di
divergenze con l’azienda.
In una recente lettera su Repubblica, ripresa con evidenza in prima pagina, il
presidente, sfiduciato dall’attuale cda, Claudio Petruccioli, già silente alla
vigilanza al tempo della censura di Raiot, intervenendo a difesa dell’azienda più che
mai in crisi, ha riconosciuto en passant, per la prima volta che la cacciata di
Daniele Luttazzi dal servizio pubblico era stata causata dall’ospitalità “alla pietra
dello scandalo” Marco Travaglio autore con Elio Veltri de L’odore dei soldi.
Dunque Luttazzi è stato cacciato, non come aveva lasciato intendere in molte
occasioni, tra cui una indimenticabile puntata di Matrix in duetto con Confalonieri,
per la coprolalia, le mutandine della Falchi ed altre irrequietezze, ma semplicemente
per aver dato voce ai fatti inoppugnabili descritti ne L’odore dei soldi e cioè
all’insieme dei documenti processuali e non che hanno portato alla condanna di
Marcello Dell’Utri a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa.
Così come era stato cacciato Biagi, a mezzo di raccomandata con ricevuta di
ritorno, in primo luogo per l’intervista ad Indro Montanelli che metteva in luce il potenziale
di minaccia per la democrazia rappresentato da Berlusconi con i suoi processi e quelli
degli amici inseparabili, così come era stato cacciato Santoro per una puntata
dedicata a Dell’Utri, con la presenza del fondatore di FI, incorso in una serie di
lapsus rovinosi, peraltro difficilmente addebitabili al diabolico conduttore .
Adesso a Montecatini al convegno dei circoli di Marcello Dell’Utri, se ancora ce ne
fosse stato bisogno, Silvio Berlusconi ha ulteriormente chiarito le ragioni
necessitate del diktat bulgaro che si rivelò un micidiale boomerang almeno in termini
di prestigio e credibilità internazionale.
Mettere al riparo allora dalle inchieste o quantomeno dagli effetti di una corretta
informazione il fraterno amico Marcello, e difendere oggi dalle sentenze che si
stanno minacciosamente avvicinando, con il rischio concreto della galera, l’artefice primo
della folgorante discesa in campo nonché custode di una storia personale che non può
essere divulgata, era e rimane una priorità assoluta. Tanto più per un leader
dell’opposizione ormai in scadenza che ha fallito molte spallate e che punta tutto il
suo futuro politico sulle elezioni in primavera.
Così si spiega quel “tuffo nel suo passato più buio che Marcello Dell’Utri l’ha
indotto (o costretto?) a compiere in sua presenza” (M. Travaglio su l’Unità del 12
novembre), quell’arduo amarcord costellato di ringraziamenti per tutto quello che
l’amico ha fatto e continuerà a fare per FI “sapendo bene di esporsi ad attacchi
feroci, di una ferocia giacobina da chi usa impropriamente, e in modo assolutamente
contrario a ciò che si deve fare, il potere che la carica di magistrato conferisce”.
L’esaltazione del bibliofilo di chiara fama Marcello Dell’Utri, membro dell’Opus Dei
nato e cresciuto a Palermo a cui si imputa solo di aver conosciuto persone che “dopo
si è scoperto avere contiguità con quel cancro che è la mafia” si accompagna
all’ammirazione per Vittorio Mangano, ospite per anni a più riprese ad Arcore “mai
condannato per mafia” e sottoposto alle pressioni più terribili per coinvolgere lui e
l’intellettualissimo fondatore di Publitalia.
Che lo stalliere di Arcore sia stato indicato sia da Tommaso Buscetta e da Totuccio
Contorno come uomo di Cosa Nostra della potente famiglia di Porta Nuova, che sia stato
condannato all’ergastolo per un duplice omicidio ed inquisito per il rapimento
perpetrato in casa di Berlusconi ai danni di un suo ospite, devono evidentemente
essere solo ulteriori conferme del preoccupante stato mentale dei magistrati.
Per quelli che hanno inquisito e condannato Mangano e per quelli che oggi si
apprestano a giudicare dopo due precedenti condanne, rispettivamente per concorso
eterno in associazione mafiosa e per tentata estorsione mafiosa il pregiudicato
Dell’Utri, Berlusconi ha indicato la strada della riabilitazione, dimostrando fiducia
nella funzione rieducativa della pena (per i magistrati).
Infatti, dimostrando per dirla con le parole chiare e misurate di Gherardo Colombo
“una concezione dello Stato non organizzata sulla divisione dei poteri e una
concezione della società estremamente diversa da quella prevista dalla
Costituzione”, lo statista di Arcore ha sentenziato “ Se non erro, il principio della pena in Italia
è quello di recuperare alla società civile qualcuno che ha sbagliato ma in questa
circostanza devono essere recuperati alla società questi giudici che lo
accusano”.
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