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In Italia ormai tutti si sono accorti che c’è una grande questione
politica a cui metter mano, la sicurezza. La gente comune ha paura di
passeggiare per le vie della propria città e teme per la propria
incolumità e troppo spesso sentiamo che un banale furto diventa una
strage con un’altissima quota di orrore. Perché si è giunti a questa
situazione?
I sindacati di polizia tengono a far sapere che gli agenti non hanno
benzina per fare inseguimenti o pedinamenti, che non hanno denaro per la
cancelleria, che non hanno un numero adeguato di poliziotti per far
fronte al crimine. I giudici sono impelagati nei processi che, a causa
dell’indulto, si concluderanno con un pugno di mosche e in tempi
lunghissimi: emettere una condanna o una assoluzione diventa una
rarità, un privilegio, giacchè tutto finisce in prescrizione per
tutti, senza distinzione: dal ladro di polli agli assassini della Banda della Magliana.
La politica, con i tempi biblici che le sono propri, si è accorta solo
ora di questa magna quaestio e, s’intende, per anni ha legiferato per
garantire democraticamente un po’ di impunità.
Ed anche il governo di sinistra, contrariamente alle dichiarazioni di
intenti quando la stessa coalizione di governo era all’opposizione, ha
legiferato in questa direzione. Semplicemente perché Mastella ha fatto
un patto d’acciaio con la sinistra ed una sua precisa idea di
giustizia: se il ceppalonico ha una concezione pulcinelliana
della Giustizia (scurdammose ‘o passat), la sinistra, o comunque una buona
parte di essa, ritiene che quando il singolo commette un reato, una
grande responsabilità è da ascrivere alla società. “Ogni reato è
politico”, si sentiva dire negli anni ’70. Significativo è, a questo
riguardo, che Mastella abbia affidato la riforma del codice penale a
Giuliano Pisapia, un avvocato di grido del Prc. Egli,
dichiaratamente contrario all’ergastolo, non solo sta lavorando per abrogarlo (tra le
grida d’indignazione dei parenti delle vittime della mafia e dei
giudici, tra tutti Piero Grasso), ma anche per l’introduzione del
sistema penale minimo, che significa sic et simpliciter
depenalizzazione di molti reati e non esecuzione di alcune pene
(quelle dai tre anni in giù). Anche grazie a questa strana comunanza
di intenti, è stato approvato l’indulto che pende sui cittadini come
una spada di Damocle. Il provvedimento di clemenza non solo ha salvato
ignobilmente i colletti bianchi ed inceppato ancora più di quanto non
lo fosse la macchina processuale, ma ha liberato circa 30.000 detenuti
dalle carceri, per non parlare di coloro che erano in affidamento ai
servizi sociali o agli arresti domiciliari o in semilibertà. L’aumento dei reati che si è verificato dopo l’indulto è un evidente sintomo
della politica sbagliata che hanno intrapreso Mastella e la
maggioranza governativa. Ma c’è di più, molto di più: la matematica
incertezza della pena. Quando un giudice riesce ad emettere una
sentenza, la pena che ne segue non sarà mai scontata tutta. Troppe
leggi permettono le cosiddette scarcerazioni facili, introducono una
eccessiva premialità per i detenuti (siano essi assassini, stupratori
o delinquenti “comuni”) e confondono il garantismo con il
permissivismo. Pur partendo da principi condivisibili quali il
reinserimento in società ed il recupero del reo, nell’applicazione
pratica creano allarme sociale, impunità e la certezza che “tanto la
si fa franca”.
Emblematico il caso del rom di Appignano, ad Ascoli Piceno. Ubriaco
alla guida, ha falciato quattro ragazzi (due di 16 anni, uno di 17,
uno di 19) che prendevano pacificamente un gelato. E’ stato condannato
a 6 anni e 6 mesi ed è probabile che di questa condanna non sconti un
solo giorno in carcere. Egli si trova attualmente agli arresti
domiciliari in una casa che ovviamente non è sua e dovrà risarcire
ai familiari delle vittime 200mila euro che ovviamente non possiede.
Prossimamente dovrà andare in una struttura per alcolizzati ed in
seguito, potrà fare richiesta di usufruire della legge Gozzini.
E’ un sistema malconcio, malato, urge di riforme profonde che forse
non possono essere attuate né dai riformisti timorosi né dai
comunisti, ben più attenti a difendere le proprie questioni di
principio che a cambiare (in bene, in peggio, fate vobis) seriamente
il paese.
Con la possibilità del rito abbreviato, del patteggiamento, del
patteggiamento allargato, della legge Simeone – Saraceni, della
prescrizione facile, della legge Gozzini, tutti i giorni, col suo
ghigno beffardo, Caino irride Abele.
Ci si chiede se sia moralmente accettabile che uno Stato che si
prefigge di difendere il bene della vita dei propri cittadini, accetti
che criminali di ogni risma, spesso insipienti ed in mala fede,
solchino liberamente il suo territorio. Caino non va toccato, ma va
punito.
La legge Gozzini permette che il detenuto goda di permessi premio fino
a 15 giorni in seguito ad una regolare condotta per “coltivare
affetti, cultura o lavoro”; che lavori all’esterno della struttura
carceraria, una volta espiato un terzo della pena; che sia affidato in
prova a servizi sociali, quando la pena non è superiore a tre
anni; che sia detenuto nel suo domicilio, quando la pena non è superiore a
quattro anni; che goda della semilibertà, quando sia stata scontata
metà della pena; che sia liberato anticipatamente: ogni 45 giorni di
detenzione in meno ogni sei mesi espiati.
E’ francamente troppo, specialmente se si pensa che di questa norma
possono usufruire, con modeste restrizioni, tutti i condannati: quelli
per mafia come quelli per banda armata. E, soprattutto per
costoro, non è richiesto né il pentimento né la
dissociazione. Mario Moretti, un fondatore delle Brigate Rosse, condannato a
6 ergastoli, nel 1994, dopo soli 13 anni di carcere, è in libertà
condizionata ed in penitenziario va solo a dormire.
Angelo Izzo, il mostro del Circeo, violentatore, seviziatore,
massacratore, era stato condannato all’ergastolo. Essendo in stato di
semilibertà, ha potuto uccidere una donna e la sua figlia, ricevendo
un altro ergastolo.
Cristoforo Piancone, terrorista delle Br, per 6 omicidi e 2 tentati
omicidi, era stato condannato all’ergastolo. Nel 1998 ottiene la
semilibertà, ma tenta una rapina e torna in carcere. Nel 2004 la
ottiene nuovamente (perché?) e, durante una rapina, tenta di uccidere
una poliziotta. Grazie a Dio, la sua pistola si inceppa.
Per tutelare Abele, per garantire una vita decente ai cittadini, per
rispettare la Costituzione è necessario che la pena, una volta
inflitta, sia scontata dal primo all’ultimo minuto. Altrimenti viene
meno il vincolo sociale per il quale i cittadini riconoscono un’entità
superiore a loro che garantisce loro una pacifica convivenza, in nome
della quale pagano le tasse e rispettano le leggi.
gabro.v@libero.it
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