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WWW.CENTOMOVIMENTI.COM - 13 OTTOBRE 2007
L'incertezza della pena
gabriele vecchione
 

In Italia ormai tutti si sono accorti che c’è una grande questione politica a cui metter mano, la sicurezza. La gente comune ha paura di passeggiare per le vie della propria città e teme per la propria incolumità e troppo spesso sentiamo che un banale furto diventa una strage con un’altissima quota di orrore. Perché si è giunti a questa situazione?
I sindacati di polizia tengono a far sapere che gli agenti non hanno benzina per fare inseguimenti o pedinamenti, che non hanno denaro per la cancelleria, che non hanno un numero adeguato di poliziotti per far fronte al crimine. I giudici sono impelagati nei processi che, a causa dell’indulto, si concluderanno con un pugno di mosche e in tempi lunghissimi: emettere una condanna o una assoluzione diventa una rarità, un privilegio, giacchè tutto finisce in prescrizione per tutti, senza distinzione: dal ladro di polli agli assassini della Banda della Magliana.
La politica, con i tempi biblici che le sono propri, si è accorta solo ora di questa magna quaestio e, s’intende, per anni ha legiferato per garantire democraticamente un po’ di impunità. 
Ed anche il governo di sinistra, contrariamente alle dichiarazioni di intenti quando la stessa coalizione di governo era all’opposizione, ha legiferato in questa direzione. Semplicemente perché Mastella ha fatto un patto d’acciaio con la sinistra ed una sua precisa idea di giustizia: se il ceppalonico ha una concezione pulcinelliana della Giustizia (scurdammose ‘o passat), la sinistra, o comunque una buona parte di essa, ritiene che quando il singolo commette un reato, una grande responsabilità è da ascrivere alla società. “Ogni reato è politico”, si sentiva dire negli anni ’70. Significativo è, a questo riguardo, che Mastella abbia affidato la riforma del codice penale a Giuliano Pisapia, un avvocato di grido del Prc. Egli, dichiaratamente contrario all’ergastolo, non solo sta lavorando per abrogarlo (tra le grida d’indignazione dei parenti delle vittime della mafia e dei giudici, tra tutti Piero Grasso), ma anche per l’introduzione del sistema penale minimo, che significa sic et simpliciter depenalizzazione di molti reati e non esecuzione di alcune pene (quelle dai tre anni in giù). Anche grazie a questa strana comunanza di intenti, è stato approvato l’indulto che pende sui cittadini come una spada di Damocle. Il provvedimento di clemenza non solo ha salvato ignobilmente i colletti bianchi ed inceppato ancora più di quanto non lo fosse la macchina processuale, ma ha liberato circa 30.000 detenuti dalle carceri, per non parlare di coloro che erano in affidamento ai servizi sociali o agli arresti domiciliari o in semilibertà. L’aumento dei reati che si è verificato dopo l’indulto è un evidente sintomo della politica sbagliata che hanno intrapreso Mastella e la maggioranza governativa. Ma c’è di più, molto di più: la matematica incertezza della pena. Quando un giudice riesce ad emettere una sentenza, la pena che ne segue non sarà mai scontata tutta. Troppe 
leggi permettono le cosiddette scarcerazioni facili, introducono una eccessiva premialità per i detenuti (siano essi assassini, stupratori o delinquenti “comuni”) e confondono il garantismo con il permissivismo. Pur partendo da principi condivisibili quali il reinserimento in società ed il recupero del reo, nell’applicazione pratica creano allarme sociale, impunità e la certezza che “tanto la si fa franca”. 
Emblematico il caso del rom di Appignano, ad Ascoli Piceno. Ubriaco alla guida, ha falciato quattro ragazzi (due di 16 anni, uno di 17, uno di 19) che prendevano pacificamente un gelato. E’ stato condannato a 6 anni e 6 mesi ed è probabile che di questa condanna non sconti un solo giorno in carcere. Egli si trova attualmente agli arresti domiciliari in una casa che ovviamente non è sua e dovrà risarcire ai familiari delle vittime 200mila euro che ovviamente non possiede. 
Prossimamente dovrà andare in una struttura per alcolizzati ed in seguito, potrà fare richiesta di usufruire della legge Gozzini. 
E’ un sistema malconcio, malato, urge di riforme profonde che forse non possono essere attuate né dai riformisti timorosi né dai comunisti, ben più attenti a difendere le proprie questioni di principio che a cambiare (in bene, in peggio, fate vobis) seriamente il paese.
Con la possibilità del rito abbreviato, del patteggiamento, del patteggiamento allargato, della legge Simeone – Saraceni, della prescrizione facile, della legge Gozzini, tutti i giorni, col suo ghigno beffardo, Caino irride Abele. 
Ci si chiede se sia moralmente accettabile che uno Stato che si prefigge di difendere il bene della vita dei propri cittadini, accetti che criminali di ogni risma, spesso insipienti ed in mala fede, solchino liberamente il suo territorio. Caino non va toccato, ma va punito.
La legge Gozzini permette che il detenuto goda di permessi premio fino a 15 giorni in seguito ad una regolare condotta per “coltivare affetti, cultura o lavoro”; che lavori all’esterno della struttura carceraria, una volta espiato un terzo della pena; che sia affidato in prova a servizi sociali, quando la pena non è superiore a tre anni; che sia detenuto nel suo domicilio, quando la pena non è superiore a quattro anni; che goda della semilibertà, quando sia stata scontata metà della pena; che sia liberato anticipatamente: ogni 45 giorni di detenzione in meno ogni sei mesi espiati. 
E’ francamente troppo, specialmente se si pensa che di questa norma possono usufruire, con modeste restrizioni, tutti i condannati: quelli per mafia come quelli per banda armata. E, soprattutto per costoro, non è richiesto né il pentimento né la dissociazione. Mario Moretti, un fondatore delle Brigate Rosse, condannato a 6 ergastoli, nel 1994, dopo soli 13 anni di carcere, è in libertà condizionata ed in penitenziario va solo a dormire. 
Angelo Izzo, il mostro del Circeo, violentatore, seviziatore, massacratore, era stato condannato all’ergastolo. Essendo in stato di semilibertà, ha potuto uccidere una donna e la sua figlia, ricevendo un altro ergastolo.
Cristoforo Piancone, terrorista delle Br, per 6 omicidi e 2 tentati omicidi, era stato condannato all’ergastolo. Nel 1998 ottiene la semilibertà, ma tenta una rapina e torna in carcere. Nel 2004 la ottiene nuovamente (perché?) e, durante una rapina, tenta di uccidere una poliziotta. Grazie a Dio, la sua pistola si inceppa.
Per tutelare Abele, per garantire una vita decente ai cittadini, per rispettare la Costituzione è necessario che la pena, una volta inflitta, sia scontata dal primo all’ultimo minuto. Altrimenti viene meno il vincolo sociale per il quale i cittadini riconoscono un’entità superiore a loro che garantisce loro una pacifica convivenza, in nome della quale pagano le tasse e rispettano le leggi.

gabro.v@libero.it

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un dovere civile
Gabriele Vecchione

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