|

In tanti,
tantissimi hanno firmato nelle loro città
sin dalla mattina, a Rimini più di 5.000, ma
una folla imprevedibile si è concentrata a
piazza Maggiore, piazza D’Accursio, sotto i
portici stipati all’inverosimile e i
paragoni più attendibili sono solo quelli
con la manifestazione gigantesca contro il
primo governo Berlusconi del ’94. Anche gli
organizzatori del V-Day sono sorpresi ed
entusiasti e quando Grillo dal palco dice
siamo in 200.000 dalla piazza si leva un
boato; per la questura si tratta di 30.000,
al massimo 50.000 ed è ovviamente la cifra
che viene riportata nei pochi TG che
riferiscono l’evento e sui giornali
nazionali.
La manifestazione di Beppe Grillo che ha
raccolto in un solo giorno più di
trecentomila adesioni non esiste per le
copertine dei notiziari televisivi e ha
l’onore delle prime pagine solo su l’Unità,
Repubblica, Il manifesto, Liberazione,il
Resto del Carlino, un trafiletto su la
Stampa; in tutti gli altri è relegata nelle
pagine interne dopo il quotidiano e logoro
botta e risposta della nomenclatura politica
e dopo la mirabolante notte bianca
veltroniana.
Alle sei del
pomeriggio è veramente difficile infilarsi
nella calca attenta e gioiosa della piazza
per conquistarsi almeno un posto utile per
vedere uno dei megaschermi su cui scorrono i
collegamenti dall’Italia, in particolare con
Napoli e le immagini dei siti esteri, dalle
capitali europee a NY, il Canada, il
Brasile, l’India. Non ci sono ovviamente né
il TG1 né il TG5, ma non mancano la BBC e la
CNN.
In quella che è stata definita come un’
orgia di populismo e di antipolitica non si
sono ascoltati che interventi e contributi
rigorosamente politici, pressoché ignorati
da tutti i corrispondenti e i commentatori,
come era strettamente politica ed inscritta
nel quadro dell’ impianto costituzionale la
finalità: un’iniziativa di legge popolare
per escludere dal parlamento i condannati,
per riportare nell’ambito autentico della
democrazia rappresentativa il sistema delle
preferenze di cui i cittadini sono stati
espropriati, per limitare a due legislature
il mandato parlamentare ed evitare i
parlamentari a vita.
Dopo gli Skiantos gruppo storico che nasce
con il ’77 bolognese e che hanno cantato il
loro odio-amore per la città rossa da cui è
partito il primo grande segnale di crisi e
di frattura tra società civile e
amministrazione di sinistra, Beppe Grillo ha
dato la parola all’outsider Massimo Fini, un
singolare significativo caso di censura
preventiva in RAI (il suo Cyrano già
terminato non è mai andato in onda su Rai 2)
che pur appoggiando incondizionatamente la
proposta di legge ha messo in guardia senza
mezzi termini sui limiti della democrazia
rappresentativa, rovinosamente in crisi in
tutto il pianeta. E per esprimere la sua
critica radicale su uno strumento inadeguato
e superato che in ultima istanza non
consente nessuna scelta all’elettore e che
si riduce ad avallare ipocritamente i
rapporti di forza esistenti ha citato
puntualmente le difficoltà di Norberto
Bobbio che per una vita ha cercato criteri
definitori, mai acquisiti in via definitiva
e la critica radicale al sistema
democratico, quale oggi lo intendiamo, di un
giurista, teorico e filosofo del diritto di
fama mondiale come Hans Kelsen. Il giovane
Sansa de Il Secolo di Genova, collaboratore
di Repubblica, un raro giornalista di
inchiesta da sempre particolarmente
sensibile ai temi della trasparenza e della
legalità è intervenuto per ricordare come
alla vigilia di una manovra finanziaria che
non si annuncia, ancora una volta indolore e
mentre il presidente del Consiglio non si
stanca di denunciare l’evasione fiscale, i
monopoli di Stato nella gestione delle slot
machine siano debitori al fisco, e cioè ai
contribuenti, di ben 98 milioni di euro.
Allo stato dei fatti le proposte
politiche-governative oscillano tra la
forfetizzazione e il condono tombale! Prodi
e Visco interpellati in proposito invitano
alla cautela perché sono coinvolte società
quotate in borsa e non si può turbare il
mercato azionario.
Sabina Guzzanti ha fatto una lectio
magistralis molto informale e molto
puntuale, facendo parlare i giornali, sul
presunto pluralismo dell’informazione, fatto
di giornalisti che passano il microfono o si
fanno scrivere domande e risposte dalle
segreterie o dai cosiddetti leaders di tutti
i partiti e partitelli senza mai prendere le
distanze dal parolaio partitico. E ha
giustamente puntato il dito anche sugli
eruditissimi editorialisti-tuttologi che
spaziano nelle citazioni disinvoltamente da
Catullo a Churchill, discettano sui massimi
sistemi e scrivono su prime pagine che li
sconfessano e che sono diventate le brutte
copie dei più vieti rotocalchi.
“L’informazione è alla base di un sistema
democratico” e ha ricordato l’impegno della
la raccolta delle firme “per un'altra TV”
che al momento ha partorito il brodo
allungato della Gentiloni che pure viene
incredibilmente considerata un attentato
alla libertà di iniziativa economica e non
ha i numeri nemmeno nella maggioranza.
Quando Grillo dà la parola a quello che
“sarebbe un ottimo ministro della giustizia”
un giornalista che ha rispetto della sua
professione e dei lettori di ogni
orientamento politico, Marco Travaglio,
dalla piazza in gran parte piena di giovani
di ogni ceto e tendenza, si leva un boato di
applausi e di “bravo”.
Travaglio non li delude senza tuttavia
assecondare gli umori prevalenti: lo fa con
la coerenza e l’onestà intellettuale, che ne
fanno un giornalista veramente speciale in
questo paese, quando parla dei sindaci
sceriffi, di Rudolf Giuliani e di Cofferati,
notoriamente contestatissimo a Bologna dalla
sinistra antagonista e dall’area no-global.
Spiega come Giuliani, celebrato in salsa
italiota per “la tolleranza zero” abbia
speso le sue migliori energie per
contrastare con successo mafia e criminalità
finanziaria e come Sergio Cofferati, al di
là dei limiti della sua amministrazione,
abbia con assoluta coerenza difeso da sempre
la legalità e i diritti dai tempi della
vittoriosa battaglia sull’articolo 18, a
differenza dei suoi colleghi “sceriffi”,
Domenici e Chiamparino, in testa, che fanno
affari con Salvatore Ligresti e
s’improvvisano terminator con i lavavetri.
Difficile essere credibili nella lotta senza
quartiere all’illegalità degli ultimi e alla
microcriminalità quando si è stati fautori
dell’indulto extra-large, amici e compari di
mafiosi e corruttori di stato, difensori
d’ufficio di qualsiasi vip che sia coinvolto
in una inchiesta giudiziaria. L’unica
speranza di liberarsi di Totò Cuffaro e
Marcello Dell’Utri è che si improvvisino
lavavetri e magari siano un po’ troppo
insistenti con la moglie di qualche
assessore ansioso di apparire per un
settimana sulle prime pagine dei giornali,
come è accaduto a Firenze per la moglie del
super-zelante assessore Cioni, di assoluta
osservanza dalemiana come lo
sceriffo-sindaco Domenici.
I giornalisti? Marco Travaglio cita
l’esempio controcorrente di Lirio Abbate che
per aver fatto i nomi e cognomi insieme a
Peter Gomez dei complici di Provenzano,
quelli mafiosi tout court e quelli politici,
si è pericolosamente segnalato rispetto alla
nutrita serie di colleghi che si sono
concentrati su cicoria e caciotte e per
questo deve vivere sotto scorta, lontano da
Palermo.
Secondo Marco le speranze di invertire la
rotta sono ridotte, però qualcosa si muove.
“A Venosa 3.000 cittadini indignati hanno
impedito che venissero stanziati migliaia di
euro per una notte bianca organizzata da
Fabrizio Corona…..E Cesare Previti,
indignatissimo, ha dichiarato in una
intervista che a cacciarlo dal parlamento
siamo stati io e Grillo. Devo dire che in
quell’occasione non mi sono sentito
inutile…”.
E nemmeno il Vaffanculo Day deve essere
stato inutile, almeno stando
all’indignazione espressa con veemenza dal
bolognese Pier Ferdinando Casini che si dice
oltraggiato dai fischi contro la legge Biagi.
Ma più probabilmente lui, che ha avuto la
sensibilità istituzionale di tributare la
sua solidarietà a Marcello Dell’Utri mentre
si riuniva in camera di consiglio il
collegio che l’avrebbe condannato a 9 anni
per concorso in associazione mafiosa, non
deve aver gradito il passaggio sul probo
Mele che lui aveva notato e valorizzato già
da quando si giocava al casinò i proventi
delle tangenti che si era intascato.
COMMENTA QUESTO ARTICOLo nel blog di
centomovimenti.com
|