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WWW.CENTOMOVIMENTI.COM - 11 SETTEMBRE 2007
La politica in piazza

Daniela Gaudenzi

In tanti, tantissimi hanno firmato nelle loro città sin dalla mattina, a Rimini più di 5.000, ma una folla imprevedibile si è concentrata a piazza Maggiore, piazza D’Accursio, sotto i portici stipati all’inverosimile e i paragoni più attendibili sono solo quelli con la manifestazione gigantesca contro il primo governo Berlusconi del ’94. Anche gli organizzatori del V-Day sono sorpresi ed entusiasti e quando Grillo dal palco dice siamo in 200.000 dalla piazza si leva un boato; per la questura si tratta di 30.000, al massimo 50.000 ed è ovviamente la cifra che viene riportata nei pochi TG che riferiscono l’evento e sui giornali nazionali.
La manifestazione di Beppe Grillo che ha raccolto in un solo giorno più di trecentomila adesioni non esiste per le copertine dei notiziari televisivi e ha l’onore delle prime pagine solo su l’Unità, Repubblica, Il manifesto, Liberazione,il Resto del Carlino, un trafiletto su la Stampa; in tutti gli altri è relegata nelle pagine interne dopo il quotidiano e logoro botta e risposta della nomenclatura politica e dopo la mirabolante notte bianca veltroniana.

 

Alle sei del pomeriggio è veramente difficile infilarsi nella calca attenta e gioiosa della piazza per conquistarsi almeno un posto utile per vedere uno dei megaschermi su cui scorrono i collegamenti dall’Italia, in particolare con Napoli e le immagini dei siti esteri, dalle capitali europee a NY, il Canada, il Brasile, l’India. Non ci sono ovviamente né il TG1 né il TG5, ma non mancano la BBC e la CNN.
In quella che è stata definita come un’ orgia di populismo e di antipolitica non si sono ascoltati che interventi e contributi rigorosamente politici, pressoché ignorati da tutti i corrispondenti e i commentatori, come era strettamente politica ed inscritta nel quadro dell’ impianto costituzionale la finalità: un’iniziativa di legge popolare per escludere dal parlamento i condannati, per riportare nell’ambito autentico della democrazia rappresentativa il sistema delle preferenze di cui i cittadini sono stati espropriati, per limitare a due legislature il mandato parlamentare ed evitare i parlamentari a vita.
Dopo gli Skiantos gruppo storico che nasce con il ’77 bolognese e che hanno cantato il loro odio-amore per la città rossa da cui è partito il primo grande segnale di crisi e di frattura tra società civile e amministrazione di sinistra, Beppe Grillo ha dato la parola all’outsider Massimo Fini, un singolare significativo caso di censura preventiva in RAI (il suo Cyrano già terminato non è mai andato in onda su Rai 2) che pur appoggiando incondizionatamente la proposta di legge ha messo in guardia senza mezzi termini sui limiti della democrazia rappresentativa, rovinosamente in crisi in tutto il pianeta. E per esprimere la sua critica radicale su uno strumento inadeguato e superato che in ultima istanza non consente nessuna scelta all’elettore e che si riduce ad avallare ipocritamente i rapporti di forza esistenti ha citato puntualmente le difficoltà di Norberto Bobbio che per una vita ha cercato criteri definitori, mai acquisiti in via definitiva e la critica radicale al sistema democratico, quale oggi lo intendiamo, di un giurista, teorico e filosofo del diritto di fama mondiale come Hans Kelsen. Il giovane Sansa de Il Secolo di Genova, collaboratore di Repubblica, un raro giornalista di inchiesta da sempre particolarmente sensibile ai temi della trasparenza e della legalità è intervenuto per ricordare come alla vigilia di una manovra finanziaria che non si annuncia, ancora una volta indolore e mentre il presidente del Consiglio non si stanca di denunciare l’evasione fiscale, i monopoli di Stato nella gestione delle slot machine siano debitori al fisco, e cioè ai contribuenti, di ben 98 milioni di euro. Allo stato dei fatti le proposte politiche-governative oscillano tra la forfetizzazione e il condono tombale! Prodi e Visco interpellati in proposito invitano alla cautela perché sono coinvolte società quotate in borsa e non si può turbare il mercato azionario.
Sabina Guzzanti ha fatto una lectio magistralis molto informale e molto puntuale, facendo parlare i giornali, sul presunto pluralismo dell’informazione, fatto di giornalisti che passano il microfono o si fanno scrivere domande e risposte dalle segreterie o dai cosiddetti leaders di tutti i partiti e partitelli senza mai prendere le distanze dal parolaio partitico. E ha giustamente puntato il dito anche sugli eruditissimi editorialisti-tuttologi che spaziano nelle citazioni disinvoltamente da Catullo a Churchill, discettano sui massimi sistemi e scrivono su prime pagine che li sconfessano e che sono diventate le brutte copie dei più vieti rotocalchi.
“L’informazione è alla base di un sistema democratico” e ha ricordato l’impegno della la raccolta delle firme “per un'altra TV” che al momento ha partorito il brodo allungato della Gentiloni che pure viene incredibilmente considerata un attentato alla libertà di iniziativa economica e non ha i numeri nemmeno nella maggioranza.
Quando Grillo dà la parola a quello che “sarebbe un ottimo ministro della giustizia” un giornalista che ha rispetto della sua professione e dei lettori di ogni orientamento politico, Marco Travaglio, dalla piazza in gran parte piena di giovani di ogni ceto e tendenza, si leva un boato di applausi e di “bravo”.
Travaglio non li delude senza tuttavia assecondare gli umori prevalenti: lo fa con la coerenza e l’onestà intellettuale, che ne fanno un giornalista veramente speciale in questo paese, quando parla dei sindaci sceriffi, di Rudolf Giuliani e di Cofferati, notoriamente contestatissimo a Bologna dalla sinistra antagonista e dall’area no-global.
Spiega come Giuliani, celebrato in salsa italiota per “la tolleranza zero” abbia speso le sue migliori energie per contrastare con successo mafia e criminalità finanziaria e come Sergio Cofferati, al di là dei limiti della sua amministrazione, abbia con assoluta coerenza difeso da sempre la legalità e i diritti dai tempi della vittoriosa battaglia sull’articolo 18, a differenza dei suoi colleghi “sceriffi”, Domenici e Chiamparino, in testa, che fanno affari con Salvatore Ligresti e s’improvvisano terminator con i lavavetri. Difficile essere credibili nella lotta senza quartiere all’illegalità degli ultimi e alla microcriminalità quando si è stati fautori dell’indulto extra-large, amici e compari di mafiosi e corruttori di stato, difensori d’ufficio di qualsiasi vip che sia coinvolto in una inchiesta giudiziaria. L’unica speranza di liberarsi di Totò Cuffaro e Marcello Dell’Utri è che si improvvisino lavavetri e magari siano un po’ troppo insistenti con la moglie di qualche assessore ansioso di apparire per un settimana sulle prime pagine dei giornali, come è accaduto a Firenze per la moglie del super-zelante assessore Cioni, di assoluta osservanza dalemiana come lo sceriffo-sindaco Domenici.
I giornalisti? Marco Travaglio cita l’esempio controcorrente di Lirio Abbate che per aver fatto i nomi e cognomi insieme a Peter Gomez dei complici di Provenzano, quelli mafiosi tout court e quelli politici, si è pericolosamente segnalato rispetto alla nutrita serie di colleghi che si sono concentrati su cicoria e caciotte e per questo deve vivere sotto scorta, lontano da Palermo.
Secondo Marco le speranze di invertire la rotta sono ridotte, però qualcosa si muove. “A Venosa 3.000 cittadini indignati hanno impedito che venissero stanziati migliaia di euro per una notte bianca organizzata da Fabrizio Corona…..E Cesare Previti, indignatissimo, ha dichiarato in una intervista che a cacciarlo dal parlamento siamo stati io e Grillo. Devo dire che in quell’occasione non mi sono sentito inutile…”.
E nemmeno il Vaffanculo Day deve essere stato inutile, almeno stando all’indignazione espressa con veemenza dal bolognese Pier Ferdinando Casini che si dice oltraggiato dai fischi contro la legge Biagi.
Ma più probabilmente lui, che ha avuto la sensibilità istituzionale di tributare la sua solidarietà a Marcello Dell’Utri mentre si riuniva in camera di consiglio il collegio che l’avrebbe condannato a 9 anni per concorso in associazione mafiosa, non deve aver gradito il passaggio sul probo Mele che lui aveva notato e valorizzato già da quando si giocava al casinò i proventi delle tangenti che si era intascato.

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