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L’emergenza
nazionale sembra essere la sicurezza, la
legalità. Tutti trasformati in sceriffi,
uomini duri, con la pistola nella fondina,
sotto la giacca, pronti ad estrarla… quando
vedono un lavavetri (mentre in Aula siede
financo un assassino). Ma, in fondo, che
volete: si tratta di Amato, l’amico del
Craxi degli anni d’oro e quello del decreto
che voleva gettare a mare tutta l’inchiesta
di Mani Pulite; si tratta degli stessi che
hanno votato negli anni scempi del calibro
della legge Gozzini, della riforma del rito
abbreviato, della legge Simeone – Saraceni,
dell’indulto. Prima dimezzano le pene, poi
lacrimano per la certezza della pena, la
sicurezza e via di questo passo. E
dall’indulto è passato poco più di un anno
(e ancora se ne parla: prova inoppugnabile
dei suoi danni). Le scarcerazioni facili già
esistevano nel luglio 2006, eppure non hanno
esitato a votare un provvedimento che
avrebbe garantito l’impunità ai colletti
bianchi come ai poveri cristi, agli
intoccabili della Casta come agli assassini
e agli stupratori.
Già, la
sicurezza. Accorgersi ora che c’è bisogno di
sicurezza è davvero troppo tardi.
Soprattutto per otto persone. Otto cittadini
italiani a cui lo Stato doveva garantire
un’esistenza sicura. Grazie ad una legge
dello Stato sono stati uccisi.
Il 4 settembre
2006 Salvatore Buglione, un impiegato
comunale, viene rapinato da due delinquenti
(uno dei quali “indultato”) mentre sta
chiudendo l’edicola della moglie. Prova a
ribellarsi, ma riceve una coltellata nel
cuore. Sulla sua lapide viene lasciato un
messaggio: "Al consiglio regionale, al
consiglio provinciale, al consiglio
comunale, all'ubiquo Mastella:
vergognatevi".
Il 16 ottobre
2006 a Saviano (Napoli) un criminale slavo
uscito di carcere dopo l'indulto tenta di
rubare l'auto ad Antonio Pizza, 28
anni, commerciante, padre di una bimba di
pochi mesi. Sta caricando dei computer sulla
sua mattina. Si ribella al furto, si
aggrappa allo sportello della sua Multipla.
Il ladro, anziché fermarsi, preme
sull'acceleratore. Antonio Pizza muore dopo
8 giorni di agonia.
Il 16 novembre
Paolo Cordova, farmacista, viene
ucciso durante una tentata rapina da
Antonino Lo Monaco, autore – secondo gli
inquirenti – di “almeno sei rapine”, libero,
ça va sans dire, grazie all’indulto.
Nel marzo 2007
Vincenzo D'Errico, detenuto
tossicodipendente “indultato”, dopo essersi
iniettato nelle vene una dose d'eroina,
minaccia una donna di Caravaggio (Bergamo),
Luigia Polloni. Si ribella, ma
D'Errico non avrà scrupoli a strangolarla.
Il 10 maggio
Pietro Arena, ex poliziotto di Enna,
condannato per tentato omicidio e quindi
rimesso a forza in libertà, ha ucciso con la
sua pistola calibro 765 Antonio Allegra,
il compagno dell'ex moglie che ha
successivamente tenuto in ostaggio per dieci
ore.
Il 16 maggio a
Parma Barbara Dodi, 46enne con due
figlie a carico, viene strangolata in camera
da letto con una cinta. Dal marito, Giovanni
Melosi, 47enne, già condannato per tentata
rapina e a piede libero per via
dell'indulto.
Il 22 agosto
due coniugi ultrasessantenni di Treviso,
Giudo Pellicciardi e Lucia Comin,
custodi di una villa, vengono massacrati da
tre delinquenti, uno dei quali libero per
gentile concessione dello Stato italiano: in
fin dei conti era stato condannato solo per
furto, rapina e violenza sessuale.
Solo ora il
coccodrillo Amato si accorge che in Italia
c’è uno spaventoso deficit di sicurezza,
quindi va fatta rispettare la legalità,
altrimenti vi saranno “svolte fasciste”.
Sono anni che si promulgano leggi in favore
dei ladri e mai delle guardie, eppure il
ministro Amato solo ora si è accorto che i
provvedimenti approvati per la cricca dei
politici non coincide con il bene comune:
l’indulto ne è fulgida prova. A meno che il
bene comune non sia l’impunità per tutti:
colletti bianchi, stupratori, rapinatori.
Con tutti i rischi e i drammi che ciò
comporta: questi otto morti sono figli
dell’impunità: dell’impunità a norma di
legge.
gabro.v@libero.it
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