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WWW.CENTOMOVIMENTI.COM - 25 SETTEMBRE 2007
Lo sdegno miope delle istituzioni

Daniela Gaudenzi
 


Chissà come mai le reazioni sdegnate, le invettive, i tentativi di censura e di intimidazione a difesa della buona educazione, dei modi urbani, del bon ton in senso lato si scatenano incredibilmente contro i comici, gli autori satirici, “i giullari”, e gli inorriditi, i censori, i fustigatori sono in stragrande maggioranza quelli che da posizioni di potere, se non addirittura istituzionali, convivono benevolmente con il trash, il vaniloquio, la scurrilità quotidiana mantenuti, peraltro, con il canone televisivo.
Il ventaglio dello sdegno e/o dell’allarme per la barbarie dietro l’angolo è vasto e variegato e non sarebbe corretto mettere tutto sullo stesso piano, però è curioso constatare la convergenza nella negazione e sottovalutazione dell’ indignazione motivata e progressiva di una parte non irrilevante di quella società civile che forse magari sarebbe più corretto chiamare pubblica opinione, definizione significativamente assente da qualsiasi analisi e commento, che dal ’92 ad oggi è stata mortificata, delusa, raggirata dai suoi rappresentanti nelle istituzioni.
La progressione nell’umiliazione è nota e forse sarebbe superfluo ripercorrerla se non per sottolineare la demenza delle tesi complottiste che in un crescendo farsesco è passata dalla bufala di Mani Pulite eterodiretta da non mai meglio precisati poteri forti e intrighi internazionali fino alle “altre caste che hanno organizzato l’antipolitica” e che sarebbero i burattinai di Beppe Grillo, secondo il sempre intelligentissimo Giuliano Ferrara.
Infatti riconoscere che le aspettative legittime di cambiamento, trasparenza e legalità sono state disattese con un crescendo di arroganza da un ceto politico sempre più auto-nominato che, come dice senza perifrasi Giovanni Sartori, ha lasciato ai cosiddetti elettori l’opzione tra riavere al governo Berlusconi o tenersi Prodi, incluso Mastella alla giustizia, senza poter minimamente scegliere i propri rappresentanti, sarebbe troppo banale.
Ma secondo autorevoli rappresentanti dell’attuale maggioranza e del nuovo partito Democratico, che con le primarie del 14 ottobre dovrebbe seppellire “l’antipolitica” di Beppe Grillo, la debolezza e la caduta di credibilità del governo Prodi non sta nell’avere macroscopicamente disatteso tutti gli impegni fondamentali del programma elettorale, bensì di aver assecondato ingenue ed irrealistiche aspettative di “palingenesi” e di radicale cambiamento dopo il quinquennio berlusconiano. 
Insomma in modo un po’ meno sofisticato, quello di Antonio Polito, è l’argomento di Eugenio Scalfari che se la prende con “il popolo che cerca il giudizio universale” il quale poi naturalmente non rappresenta nemmeno gli esclusi, gli ultimi e gli emarginati, ma sarebbe composto di protestatari un po’ manichei che “non si sentono riconosciuti. Si sentono impoveriti nel portafoglio e negli ideali e questa è una miscela esplosiva”.
Di quanto la miscela sia esplosiva, forse ancora più di quanto ritengano gli allarmati di ogni ordine e grado (soprattutto se si tiene conto come nei movimenti che si sono succeduti dai tempi del “popolo dei fax”, fino al Palavobis, e a Piazza San Giovanni, centinaia di migliaia di persone si sono mobilitate per ideali e principi di giustizia ed eguaglianza davanti alla legge e sono state trattate dalla politica e dal circo mediatico come degli intoccabili e degli appestati) bisognava rendersene conto molto tempo fa e rispondere in modo credibile.
Adesso è penoso sentire le reazioni politiche e purtroppo anche istituzionali: i presidenti delle camere che tentano di giustificare i loro emolumenti e i tagli previsti non per loro ma per quelli che verranno nella prossima legislatura con il solido argomento che i parlamentari in Italia lavorano più giorni alla settimana dei loro colleghi europei e che comunque le ferie estive quest’anno sono state più brevi.
Il presidente del consiglio che sceglie la terza camera di Vespa e la inaugura per dire che la società civile non è migliore del ceto politico e per domandare dove sono gli educatori, in un paese che ha fatto della scuola pubblica e dell’Università un’area di parcheggio a tempo indeterminato e dei docenti una delle componenti più frustrate e spesso più arretrate del pubblico impiego.
Il presidente della Repubblica che decide di non stare a guardare impotente l’ondata dell’ “antipolitica” e in un paese che è diventato un caso mondiale di cattiva informazione, di conflitto di interessi, di monopolio-duopolio televisivo, di lottizzazione selvaggia, di giornalismo non propriamente indipendente, ritiene di dover mettere in guardia l’informazione dal “sensazionalismo” quando si occupa dei mali della politica. 
Ma a chi si riferiva? A chi si ostina a fare ancora delle inchieste giornalistiche, ad occuparsi delle commistioni tra mafia politica e affari, mettere nero su bianco i numeri degli sprechi e dei costi impropri che gravano sui cittadini?
A La casta di Rizzo e Stella? A I Complici di Gomez e Abbate che ha significato per Lirio Abbate dover lasciare Palermo e vivere sotto scorta? Ai libri di Marco Travaglio che ha il vizio della memoria e una capacità rara di documentazione e di analisi? All’ultimo numero de L’Espresso che chiede conto al ministro della giustizia dello stato delle giustizia e di un volo a spese della collettività non propriamente necessario?
Vogliamo augurarci che un esempio di “giornalismo” da non incoraggiare sia quello che ha dato il direttore del TG2, uno che vive, si può ritenere agiatamente, per larga parte grazie al nostro canone, il quale ha ritenuto di dover additare Beppe Grillo come ispiratore di un nuovo terrorismo. 
Ma non mi sembra, al momento che nei suoi confronti, benché dipendente pubblico, si sia levato alcun monito istituzionale.

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Daniela Guadenzi

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