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Lo
sguardo della stampa estera sugli scenari
italiani a due mesi dal voto non consente
molti dubbi riguardo lo stato comatoso del
panorama politico nel suo complesso.
Si
va dal Pais
che si domanda incredulo se cambierà
qualcosa al Wall
Street Journal che
sentenzia “il caos è la norma” al Times
che sottolinea “Se l’Italia è ridotta
così è anche colpa di Berlusconi” fino
al Financial Time che sintetizza “Ormai è un’opera buffa”.
Se
invece si ascoltano i commentatori e gli
opinionisti di casa nostra sembra di
assistere a tutt’altro spettacolo: è una
gara ad evidenziare gli elementi di novità,
di cambiamento se non addirittura di
palingenesi della politica nostrana che si
sarebbero aperti con la scelta certamente
legittima e forse in parte anche
chiarificatrice di Veltroni di correre da
solo.
Si
sprecano i paragoni fuori luogo con Barack
Obama, si plaude all’appropriazione
indebita ed abusiva del we can americano
nato da un movimento e da una partecipazione
popolare senza precedenti, si accosta un
uomo nuovo e coerente che si è saputo
imporre agli apparati del partito
democratico con il sindaco di Roma già vice-presidente
con Romano Prodi nel ’96, specializzato
nel ma-anchismo, cavallo di battaglia del
bravissimo Crozza, ma certamente non di sua
invenzione.
Dopo
il discorso di Spello si rincorrono le
suggestioni cinematografiche in omaggio al
sindaco che ha inventato la Festa del cinema
come se davvero la politica potesse per
sempre essere fatta di cartapesta, spot,
effetti speciali, location esteticamente
azzeccate.
Da
Fabrizio Rondolino, impareggiabile creatore
de La
pupa e il secchione definito uno
spettacolo cult da un intellettuale dello
spessore di Clemente Mastella, potevamo
anche aspettarcelo un commento entusiastico
fino alla citazione pittorica erudita che si
è spinta allo “scenario giottesco” e
alla suggestione senese del Buon Governo di
Ambrogio Lorenzetti.
Che
anche Curzio Maltese aprisse il suo pezzo
sulla prima pagina di Repubblica con una comparazione estetica tra lo sfondo pittorico e
fiabesco che ha incorniciato l’apertura
della campagna elettorale di Veltroni e le
immagini vere di luoghi autentici dove la
gente lavora, si riunisce e manifesta la sua
adesione ed il suo entusiasmo per Obama alle
primarie americane, non era altrettanto
prevedibile ma è solo uno sconsolante segno
dei tempi dalle nostre parti.
“La
bella Italia di Walter comincia in uno
scenario che Obama se lo sogna”, può
essere dettato o dalla disperazione o dalla
progressiva perdita di quella minima
“giusta distanza” che dovrebbe essere
regola inderogabile anche del giornalista più
schierato ed appassionato, tanto più se
bravo come Curzio Maltese.
Dello
stesso tenore il commento entusiastico di
Alessandro Amadori che almeno giornalista
non è e preferisce la cifra filmica a
quella pittorica: “Sembra Obama in un film
di Salvatores. Il miglior interprete del
modello Obama in Europa”. E un susseguirsi
di apprezzamenti su scenari e location e
modelli, esclusivi parametri dell’analisi
politica evidentemente sulla base del
convincimento che come aveva detto
Berlusconi molto tempo, fa in fondo gli
elettori hanno un livello di comprensione e
valutazione analogo a quello di un ragazzino
di undici anni nemmeno tanto sveglio.
Solo
che se è veramente così e nella sua
stragrande maggioranza l’opinione pubblica
italiana e l’elettorato, grazie anche all’imbonimento
televisivo, all’omologazione e all’asservimento
progressivo dei cosiddetti intellettuali, si
è ridotta a percepire e ad apprezzare
esclusivamente la confezione e la superficie
del prodotto, la partita è persa in
partenza.
Perché
come si può competere sul suo stesso
terreno con uno che come diceva Enrico
Cuccia, e non in termini elogiativi, si è
arricchito producendo “erba trastulla”? Non
a caso questo signore si ripresenta a
distanza di quattordici anni per la quinta
volta, sempre più liftato e colorato,
sempre con le stesse facce o ceffi a seconda
dei gusti, imbarcando tutto l’imbarcabile
(per ora ha resistito solo Storace mentre
Casini sta facendo le ultime bizze con
trattative) e se all’estero si stupiscono
un po’ inorriditi, qui non fa una piega
nessuno, tanto meno il principale avversario,
l’Obama de’ noantri.
Tutti
si compiacciono del gentlemen’s agreement,
inneggiano ai toni pacati, al superamento
definitivo di termini out come conflitto di
interessi, leggi ad personam, pluralismo e
concorrenza televisiva (che sembrano
interessare invece all’Europa pronta a
sanzionarci), dico, laicità, mafia,
camorra, ‘ndrangheta…
Forse
al Partito Democratico e dintorni, tutti
affaccendati nella scelta di loft e location
devono essersi convinti che le elezioni si
vincono con un sondaggio tra i lettori
di Domus, Vanity Fair e Ciack.
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