WWW.CENTOMOVIMENTI.COM - 19 FEBBRAIO 2008
I tabú infranti della campagna (elettorale) dell'amore
Daniela Gaudenzi
 

Sedici anni dopo quel 17 febbraio, giorno dall’arresto in flagrante di Mario Chiesa, l’ anniversario di Mani Pulite cade all’inizio di una campagna elettorale, all’insegna del “buonismo”, dei toni soft, del “rispetto” dell’avversario che deve significare in primo luogo non parlare mai degli argomenti che indispongono Slivio Berlusconi (e non solo) e cioè giustizia, se non per infamare e neutralizzare la magistratura, televisioni e conflitto di interessi.

Non a caso, al di là della opportunità o necessità della scelta di Antonio Di Pietro di apparentarsi con il Partito Democratico, che ha avuto comunque come primo notevole effetto positivo l’esclusione dalle candidature nella maggiore forza del centrosinistra di chi è stato condannato in primo grado, si sono prontamente levate le voci dei “garantisti” all’italiana, in primis Berlusconi e Cicchitto che hanno denunciato l’alleanza “con l’uomo delle manette”, eterno emblema della “offensiva giudiziaria”,  che minaccia costantemente il paese.

Ma l’allarme rosso per i rischi di un rilancio del “giustizialismo” rappresentato sempre e comunque dal simbolo di Mani Pulite convertito stabilmente alla politica dopo essersi dimesso dalla magistratura, a differenza di molti altri, è scattato anche tra le fila democratiche come era altamente prevedibile e come il clima parlamentare perfettamente bipartisan della solidarietà a Mastella e dell’attacco trasversale alla magistratura in occasione delle sue dimissioni “per amore” aveva tristemente confermato.

In avanscoperta, qualche giorno prima di essere assorbito full time dalla crociata pro life, era sceso in campo Giuliano Ferrara che dalla prima pagina del Giornale aveva salutato la scelta di Veltroni  di andare da solo come l’occasione di liberarsi una volta per tutte del ricatto dei Santoro e dei Travaglio, insomma dei professionisti della politica dell’odio e della demonizzazione, che notoriamente ha nel giustizialismo la sua arma, diciamo così, non convenzionale, secondo i parametri auto-difensivi della casta.

E a proposito di come avrebbe dovuto essere la campagna elettorale aveva sentenziato che “una volta liberato il campo dai vecchi fantasmi [demonizzazione e furia giustizialista] dovrebbe essere centrata su un unico tema: la cultura della vita contro la cultura della morte”.

Di conseguenza  “finita la stagione della contrapposizione muscolare” sarebbe ora di liquidare  “quelli che vantano una rendita di posizione sul conflitto permanente” perché “la politica non è commissariabile dalla magistratura, né dai cosiddetti poteri forti, né dall’antipolitica.

L’allarme per l’intesa con Di Pietro in queste ore trasformatasi in panico dopo l’intenzione manifestata dal leader dell’IDV di volersi adeguare alla sentenza della Corte europea a proposito dello strapotere di Mediaset, l’aveva subito espresso Il Riformista anche se con toni dapprima sfumati: “Il PD garantista ma anche dipietrista”.

Poi ci sono stati alcuni “distinguo” come quello del democratico Roberto Giachetti, fan dell’ “indipendente”  ateo devoto Giuliano Ferrara che ha sottilmente precisato “Se il programma del PD sarà riformista è difficile immaginare che Di Pietro possa sposare una linea di questo genere”, postulando che il riformismo sia incompatibile con la legalità, il pluralismo dell’informazione, la regolazione non ridicola del conflitto di interessi che sono le priorità del programma di Di Pietro.

Molto allarmato, anzi allarmatissimo in particolare per la sorte che potrebbe toccare alla legge contro le intercettazioni su cui Di Pietro è alquanto critico, Antonio Polito che non vuole immaginarsi nello stesso gruppo parlamentare con l’ex simbolo di Mani Pulite.

Ma il più indignato è il turbolento Peppino Caldarola, dalemiano di ferro, poi antidalemiano, quindi of course veltroniano, ora decisamente critico dopo l’apparentamento dipietriesta  che tuona “Una grande forza riformista come il PD dovrebbe innalzare un muro contro il giustizialismo che ha causato disastri almeno pari a quelli della corruzione”.

Difficile prevedere in quali forme potrà esprimersi l’orrore dei riformisti trasversali affezionati all’eterno duopolio dopo quello di Cicchitto (oltre alle critiche della sinistra arcobaleno) dinanzi alla proposta dipietrista di un sostanzioso dimagrimento per Mediaset, una sola rete, accompagnato a quello della Rai per cui si prevede un’unica rete finanziata dal canone e sottratta al controllo dei partiti. 

 Per il momento basta registrare le reazioni dei giornali della famiglia allargata di Arcore e dei numerosi affini con titoli di prima pagina molto coloriti. Il Giornale ha un sottotitolo eloquente  “Di Pietro mostra il suo vero volto: ecco come smantellare Mediaset” a cui fa da pendant il commento di Filippo Facci “Walter davanti, Di Pietro di dietro”. Libero più immaginifico “Di Pietro appicca il fuoco. Io a quello lo sfascio”; Poi più analitici e meno creativi:  “Di Pietro vuole spegnere Mediaset” (Il Gazzettino); “Di Pietro inguaia Walter” (Il Tempo); “Tonino fa il primo scherzetto a Walter” (Il Riformista).  Per ora silenzio, non senza imbarazzo dal loft del PD che manda avanti il blando Gentiloni a dire “la legge sulle tv l’abbiamo è la mia”; solo che forse oltre che inadeguata ed archiviata da più di un anno e mezzo, adesso è veramente scaduta.

il martedi'
Daniela Guadenzi

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