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Sedici
anni dopo quel 17 febbraio, giorno dall’arresto
in flagrante di Mario Chiesa, l’
anniversario di Mani Pulite cade all’inizio
di una campagna elettorale, all’insegna
del “buonismo”, dei toni soft, del
“rispetto” dell’avversario che deve
significare in primo luogo non parlare mai
degli argomenti che indispongono Slivio
Berlusconi (e non solo) e cioè giustizia,
se non per infamare e neutralizzare la
magistratura, televisioni e conflitto di
interessi.
Non
a caso, al di là della opportunità o
necessità della scelta di Antonio Di Pietro
di apparentarsi con il Partito Democratico,
che ha avuto comunque come primo notevole
effetto positivo l’esclusione dalle
candidature nella maggiore forza del
centrosinistra di chi è stato condannato in
primo grado, si sono prontamente levate le
voci dei “garantisti” all’italiana, in
primis Berlusconi e Cicchitto che hanno
denunciato l’alleanza “con l’uomo
delle manette”, eterno emblema della
“offensiva giudiziaria”,
che minaccia costantemente il paese.
Ma
l’allarme rosso per i rischi di un
rilancio del “giustizialismo”
rappresentato sempre e comunque dal simbolo
di Mani Pulite convertito stabilmente alla
politica dopo essersi dimesso dalla
magistratura, a differenza di molti altri,
è scattato anche tra le fila democratiche
come era altamente prevedibile e come il
clima parlamentare perfettamente bipartisan
della solidarietà a Mastella e dell’attacco
trasversale alla magistratura in occasione
delle sue dimissioni “per amore” aveva
tristemente confermato.
In
avanscoperta, qualche giorno prima di essere
assorbito full time dalla crociata pro life,
era sceso in campo Giuliano Ferrara che
dalla prima pagina del Giornale
aveva salutato la scelta di Veltroni
di andare da solo come l’occasione
di liberarsi una volta per tutte del ricatto
dei Santoro e dei Travaglio, insomma dei
professionisti della politica dell’odio e
della demonizzazione, che notoriamente ha
nel giustizialismo la sua arma, diciamo così,
non convenzionale, secondo i parametri auto-difensivi
della casta.
E
a proposito di come avrebbe dovuto essere la
campagna elettorale aveva sentenziato che
“una volta liberato il campo dai vecchi
fantasmi [demonizzazione e furia
giustizialista] dovrebbe essere centrata su
un unico tema: la cultura della vita contro
la cultura della morte”.
Di
conseguenza “finita la stagione della contrapposizione muscolare”
sarebbe ora di liquidare
“quelli che vantano una rendita di
posizione sul conflitto permanente” perché
“la politica non è commissariabile dalla
magistratura, né dai cosiddetti poteri
forti, né dall’antipolitica.
L’allarme
per l’intesa con Di Pietro in queste ore
trasformatasi in panico dopo l’intenzione
manifestata dal leader dell’IDV di volersi
adeguare alla sentenza della Corte europea a
proposito dello strapotere di Mediaset, l’aveva
subito espresso Il Riformista anche se con toni dapprima sfumati: “Il PD
garantista ma anche dipietrista”.
Poi
ci sono stati alcuni “distinguo” come
quello del democratico Roberto Giachetti,
fan dell’ “indipendente”
ateo devoto Giuliano Ferrara che ha
sottilmente precisato “Se il programma del
PD sarà riformista è difficile immaginare
che Di Pietro possa sposare una linea di
questo genere”, postulando che il
riformismo sia incompatibile con la legalità,
il pluralismo dell’informazione, la
regolazione non ridicola del conflitto di
interessi che sono le priorità del
programma di Di Pietro.
Molto
allarmato, anzi allarmatissimo in
particolare per la sorte che potrebbe
toccare alla legge contro le intercettazioni
su cui Di Pietro è alquanto critico,
Antonio Polito che non vuole immaginarsi
nello stesso gruppo parlamentare con l’ex
simbolo di Mani Pulite.
Ma
il più indignato è il turbolento Peppino
Caldarola, dalemiano di ferro, poi
antidalemiano, quindi of course veltroniano,
ora decisamente critico dopo l’apparentamento
dipietriesta
che tuona “Una grande forza
riformista come il PD dovrebbe innalzare un
muro contro il giustizialismo che ha causato
disastri almeno pari a quelli della
corruzione”.
Difficile
prevedere in quali forme potrà esprimersi
l’orrore dei riformisti trasversali
affezionati all’eterno duopolio dopo
quello di Cicchitto (oltre alle critiche
della sinistra arcobaleno) dinanzi alla
proposta dipietrista di un sostanzioso
dimagrimento per Mediaset, una sola rete,
accompagnato a quello della Rai per cui si
prevede un’unica rete finanziata dal
canone e sottratta al controllo dei partiti.
Per
il momento basta registrare le reazioni dei
giornali della famiglia allargata di Arcore
e dei numerosi affini con titoli di prima
pagina molto coloriti. Il Giornale ha un sottotitolo eloquente “Di Pietro mostra il suo vero volto: ecco come smantellare
Mediaset” a cui fa da pendant il commento
di Filippo Facci “Walter davanti, Di
Pietro di dietro”. Libero
più immaginifico “Di Pietro appicca il
fuoco. Io a quello lo sfascio”; Poi più
analitici e meno creativi:
“Di Pietro vuole spegnere Mediaset”
(Il
Gazzettino); “Di Pietro inguaia
Walter” (Il
Tempo); “Tonino fa il primo scherzetto
a Walter” (Il Riformista). Per ora
silenzio, non senza imbarazzo dal loft del
PD che manda avanti il blando Gentiloni a
dire “la legge sulle tv l’abbiamo è la
mia”; solo che forse oltre che inadeguata
ed archiviata da più di un anno e mezzo,
adesso è veramente scaduta.
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