WWW.CENTOMOVIMENTI.COM -  28 GENNAIO 2008
Emergenza democratica
Tommaso Merlo
 

Per i ben pensanti il fenomeno definito ipocriticamente dell’antipolitica è solo squallida demagogia e qualunquismo popolare. Un fenomeno marginale e passeggero che presto verrà assorbito dalla routine partitocratrica come già successo per situazioni simili in passato. Chissà, forse hanno ragione i ben pensanti, sta di fatto che siamo nel mezzo di una grave crisi denunciata da organismi autorevoli e non faziosi. Una crisi di sistema che agita il fossato che separa la società dalla politica. Ed è proprio osservando la realtà politica dal mondo disilluso e senza bandiere che si trovano riscontri concreti ai sentimenti che animano la denigrata “antipolitica”. C’è il clientelismo, il nepotismo e l’uso privatistico della cosa pubblica di Mastella protagonista di inchieste che forse non hanno rilevanza penale ma di sicuro hanno quella politica. C’è l’arroganza menzognera di Cuffaro “dimessosi per coerenza” prima di essere cacciato per legge che ci dimostra la collusione della politica con ambienti criminosi vissuta come normalità. C’è l’egoismo ipocrita, tra gli altri, di Diliberto che chiede subito le elezioni per evitare una riforma elettorale che farebbe scomparire il suo partitino. C’è l’insulto alla meritocrazia di Bassolino che rimane comodamente seduto sulla poltrona circondato da montagne di spazzatura e di accuse anche giudiziarie. C’è il personalismo di Berlusconi che a 72 anni si ostina a voler riprendersi l’unica cosa che i suoi milioni non possono comprare, e cioè il potere e i riflettori internazionali. C’è l’astrusa autoreferenzialità mostrata ad esempio da Casini che ormai da anni enuncia castelli politichesi neocentristi salvo poi tornare all’ovile. C’è l’impotenza e l’inconsistenza politica rivelata, tra i tanti, da Rutelli che rischia di venir tramandato ai posteri solo per il costoso quanto inspiegabile fallimento del sito italia.it. C’è l’incoerenza mostrata oggi da Fini che prima litiga col Cavaliere, poi firma il referendum elettorale e alla fine vuole le elezioni senza riforma e ritorna a fare il delfino fedele. A tutto ciò va aggiunta la gerontocrazia e l’impunità testimoniate dall’età media da ospizio del Parlamento frequentato da un nutrito gruppo di indagati e condannati. E la lista infinita dei problemi mai risolti e delle riforme in lista da attesa. Insomma, stando solo alla cronaca recente, la politica offre un’ampia gamma di fatti, e non di opinioni, che giustificano la disaffezione e il forte desiderio di cambiamento radicale. Cosa c’è di illogico o di male in tutto questo? I dotti hanno definito la democrazia “il mutamento senza rivoluzione, senza violenza”, osservando gli ultimi quindici anni della politica italiana, però, di mutamento non se n’è visto se non in peggio, quanto alla violenza nemmeno quella, per fortuna, ma fino a quando? Ed è proprio questo il punto, se la democrazia fallisce nel mutare pacificamente la realtà politica e sociale, può emergere chi mette in discussione la sua capacità di cambiare le cose pacificamente o addirittura la democrazia stessa. Paradossalmente, quindi, sono proprio i ben pensanti che criticano l’onda di disgusto e rabbia definita ipocriticamente antipolitica, che mettono a rischio la democrazia. Perché per paura o interesse ne negano i fallimenti e ne impediscono l’evoluzione. Chi invece ha a cuore la democrazia deve capire le ragioni di tale fenomeno e sostenerlo nel trovare rappresentanza politica anche al di fuori dei partiti esistenti. In caso contrario, nel disperato tentativo di difendere anacronistiche caste, l’Italia rischia un’emergenza democratica.

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