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Anche
la tragedia di Verona è diventata l’occasione
per una polemica politica che finisce per
rendere ancora più grave ed allarmante il
contesto di un episodio non isolato e di per
sé spaventoso.
Il
neo-presidente della Camera Gianfranco Fini
dal salotto buono dell’ottimo Vespa,
garante dell’approfondimento
“equilibrato” che non urta mai nessuno e
che non incorre mai nelle rampogne dei
Petruccioli, Cappon, Curzi e compagnia
cantante, premettendo con molta coerenza che
non sono fatti paragonabili, ha definito
l’episodio delle bandiere israeliane
bruciate a Torino più grave dell’omicidio
del primo maggio a Verona.
Una
dichiarazione semplicemente insensata e
incompatibile con il ruolo istituzionale
della seconda carica dello Stato che
purtroppo ben si concilia con l’irresponsabilità
di questa destra. L’unica destra nelle
democrazie occidentali che da un canto
invoca la sicurezza e strumentalizza la
paura dei cittadini e dall’altro come ha
ricordato in totale solitudine Massimo Fini,
dal ’92 ad oggi è stata protagonista di
quel processo inesorabile e pervicace di
demolizione della certezza del diritto e di
delegittimazione della magistratura che ha
contribuito in modo determinare a minare la
coscienza civile del paese.
E
in modo alquanto singolare Alfredo Mantovano
a Primo
Piano, per contrastare la matrice di
tipo razzista e/o filonazista dell’aggressione
ha citato parola per parola le dichiarazioni
del procuratore Papalia che esclude l’ipotesi
dell’associazione ed il movente politico,
accentuando invece i futili motivi e l’assenza
di valori.
Adesso
per la destra quello che conta è dimostrare
che non si tratta di un agguato neofascista
e le valutazioni di quello stesso Papalia
denigrato e pesantemente minacciato dai
compagni di Governo di Fini e Mantovano
quando indagava ed inquisiva esponenti
leghisti vengono citate come un testo sacro
da uno che aveva definito l’inchiesta ed
il processo a Dell’Utri per concorso in
associazione mafiosa come “rappresaglie
naziste” delle solite toghe rosse.
E’
la prova provata della responsabilità nel
degrado civile, di una destra che confonde
l’autorevolezza con l’autoritarismo, che
ha piegato la legge e il senso della
giustizia agli interessi dei più forti, che
equivoca tra sicurezza ed incitamento alla
giustizia fai da te e che per scaricarsi la
coscienza denuncia “l’assenza di
principi” di cui è stata in gran parte
artefice.
La
sinistra, a sua volta come ha sottolineato
Massimo Fini nella risposta ad un lettore
allarmato sul Quotidiano Nazionale, non ha saputo in alcun modo contrastare la
perdita del senso di responsabilità e del
rispetto delle istituzioni, non ha opposto
una cultura autentica del senso civico e
della legalità, non ha reagito al
progressivo imbarbarimento ed alla
confusione dilagante e lo anzi ha
assecondato con il “buonismo”
veltroniano e la politica spot.
Che
l’aggressione sia maturata in ambienti
vicini a naziskin ed ultras sembra
abbastanza pacifico; che il contesto sia
quello di una città ossessionata dalla
sicurezza e sempre meno accogliente, pure.
Ma bisogna anche tener conto che a Torino un
vigile che fa una multa viene aggredito da
un automobilista spalleggiato da una folla
inferocita, a Napoli i poliziotti che
arrestano un camorrista devono affrontare la
rappresaglia di un intero quartiere, negli
stadi e sulle autostrade ogni domenica si
rischiano scontri con morti e feriti. . .
Già
nel 2000 nella profetica prefazione a “Il
manuale del perfetto impunito” di Marco
Travaglio, un imperdibile pamphlet sulle
truffe linguistiche e le menzogne della
casta per garantirsi l’impunità e
delegittimare la magistratura, Massimo Fini
avvertiva “la classe dirigente di questo
paese è seduta su una polveriera con un
cerino acceso. Ma non se ne rende conto.
Adesso, allarmata dalla cosiddetta
criminalità, propone-a destra come a
sinistra la ‘tolleranza zero’. Vale a
dire il pugno di ferro di polizia e
magistratura per i reati da strada e ogni
possibile garanzia invece per quelli
finanziari e di corruzione. Ma questa è la
vecchia, cara, schifosa, giustizia di classe…”
Poi
è arrivato il quinquennio delle leggi ad
personam, la gioiosa ammucchiata dell’indulto,
l’incertezza assoluta della pena, la
sfiducia al 64% nei partiti, la società
italiana ridotta a “poltiglia” o
“coriandoli” nel rapporto del Censis,
insomma “l’era barbarica” che non era
poi così difficile da prevedere e che
altrettanto prevedibilmente non sembra
essere prossima alla civilizzazione.
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