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L’incredibile
girandola di dichiarazioni indignate, scuse
penose, prese di distanza ipocrite, condanne
trasversali che si è scatenata in seguito
alla sintetica e pacata ricostruzione di
fatti notori che riguardano il passato,
non troppo remoto, fatto
anche di frequentazioni mafiose molto
ravvicinate e continuative del
neo-presidente del Senato Renato Schifani,
conferma che di mafia, quella che conta, in
questo paese non si può e non si deve
parlare.
A
Che
tempo che fa intervistato dal prudente e
“timido” Fazio che ha intercalato le
domande a preventive prese di distanza e
distinguo su ogni singola parola dell’intervistato,
Marco Travaglio si è limitato ad
esemplificare come
le priorità informative siano
determinate dalla politica e ha osato
riaffermare una pre- condizione del fare
giornalismo: non lasciarsi condizionare dal
clima politico e dagli interessi trasversali
al quietare, sopire, tacere.
A
titolo esemplificativo ha citato l’elezione,
benedetta a trecentosessanta gradi di Renato
Schifani a seconda carica dello Stato, che
ha imposto una rete protettiva di silenzio
assoluto sul fatto che sia stato amico e
socio della Sicula Brokers, insieme ad
Enrico La Loggia di tre futuri condannati
per Mafia tra cui Nino Mandalà, vicinissimo
a Provenzano.
I
fatti in oggetto, prima di essere riportati
in Se
li conosci li eviti sono
stati ricostruiti in modo estremamente
puntuale e dettagliato, oltre che avvincente
nel libro di Peter Gomez e Lirio Abbate I complici, tutti gli uomini di Bernardo Provenzano da Corleone al
Parlamento, uscito nel febbraio
2007, dove tra l’altro dalla deposizione
di Francesco Campanella emerge come i
rapporti tra Mandalà, La Loggia e Schifani
fossero ancora ottimi nel ‘94 e come si
riunissero per concordare il piano
regolatore di Villabate per il quale
Schifani era stato nominato dal nuovo
sindaco, Giuseppe Navetta, funzionario della
società Fininvest Promoitalia nonché
nipote di Nino Mandalà, consulente
urbanistico su segnalazione di La Loggia.
“L’accordo,
che Mandalà aveva definito con i suoi amici
Schifani
e La Loggia, era quello di manipolare
il piano regolatore, affinché tutte le sue
istanze-che poi erano [la richiesta] di
variare i terreni dove c’erano gli affari
in corso e addirittura di penalizzare quelli
della famiglia mafiosa avversaria…-
fossero perse in considerazione dal
progettista e da Schifani…. Cosa che
avvenne..” (I
Complici, pag.77, 78). Poche righe dopo
alla precisa domanda del PM: “Le risulta
che lo Schifani fosse al corrente all’epoca
degli interessi di Mandalà in relazione all’attività
di pianificazione urbanistica del Comune di
Villabate?”, la riposta di Francesco
Campanella è molto netta: “Assolutamente
sì, il Mandalà mi disse che aveva fatto
questa riunione con La Loggia e con lo
stesso Schifani e che l’accordo era
appunto di nominare, attraverso loro, questo
progettista che avrebbe incassato questa
grossa parcella che in qualche modo avrebbe
condiviso con lo stesso Schifani e La Loggia..”
(ibidem).
L’indignazione
del mondo politico, con l’eccezione di Di
Pietro, Adinolfi, quel che resta di
Rifondazione e pochi altri, si concentra
sulla mancanza di contraddittorio,
evidentemente con i fatti, con i quali si è
ben guardato dal confrontarsi anche l’interessato
che al TG1 li ha semplicemente ignorati,
denunciando la volontà “di minare il
dialogo” che si sta instaurando tra PD e
PDL, riconfermato dalla telefonata, calorosa
quanto irritale di Berlusconi a Veltroni
alla vigilia della fiducia.
Fatti
che comunque non saranno ignorati dai
magistrati che si occuperanno della querela
del presidente del Senato contro Marco
Travaglio per “le affermazioni calunniose”
nei confronti della sua persona, come recita
la nota dell’ufficio stampa del Senato. Ma
molto probabilmente l’effetto della
querela nell’immediato sarà quello di
acutizzare il clima di caccia alle streghe
che si è già ampiamente autoalimentato tra
palazzi della politica, Rai e Autorità per
le garanzie nelle telecomunicazioni.
Mercoledì il Consiglio dell’Agicom
potrebbe già prendere provvedimenti contro Che
tempo che fa, nonostante la profusione
di scuse di Fazio, forte anche delle accuse
di Ruffini, direttore di Raitre, quello che
aveva chiuso Raiot,
che ha parlato di dichiarazioni
“gratuitamente offensive” e dall’intervento
del direttore generale Cappon che si duole
per un episodio “deprecabile” e un
comportamento “inescusabile”.
Come ha previsto con un alto margine
di attendibilità Marco Travaglio una
probabile sanzione a Che
tempo che fa e dunque alla Rai potrebbe
far scattare una denuncia nei suoi confronti
che automaticamente comporterebbe la sua
uscita da Annozero
, su cui è già aperta un’istruttoria
per lo spazio dato al V2-day di Beppe
Grillo.
Insomma
senza andare a Sofia e questa volta quasi in
concomitanza con il suo insediamento,
Berlusconi portandosi notevolmente avanti
con i lavori e con il consenso pressoché
unanime della cosiddetta opposizione,
avrebbe senza muovere materialmente un dito
l’opportunità di liberarsi del quasi
unico giornalista indipendente,
incredibilmente presente, seppure
rigorosamente da ospite, nel servizio
pubblico.
Ma
per avere il polso della situazione dalle
parti della sedicente opposizione oltre alla
indignazione della Finochiaro, capogruppo al
Senato per
“accuse inaccettabili senza
contraddittorio” e di tal Merlo che
attacca “il vertice impotente” di una
Rai “megafono della cultura dell’insulto
e del linciaggio” basterebbe rifarsi alla
definizione di “pettegolezzo” data dei
fatti oggetto del delirio dal fu una volta
magistrato nonché presidente dell’antimafia
Luciano Violante. Per reagire alle critiche
di Furio Colombo, sacrosantamente
scandalizzato dal fatto che venga definito
“pettegolezzo” l’inchiesta
giornalistica di Lirio Abbate che a causa di
questo è stato gravemente e ripetutamente
minacciato dalla mafia, vive scortato, si è
dovuto trasferire da Palermo, ed è stato
lodato dal Capo dello Stato come un
giornalista coraggioso, Luciano Violante ha
pensato bene di rispondere: “Colombo ha
travisato completamente e spero non
intenzionalmente il mio pensiero. Le mie
dichiarazioni si riferivano senza equivoci,
infatti, a Travaglio. Non è mai stato da me
menzionato direttamente né indirettamente
un giornalista serio e capace come Lirio
Abbate”. Al di là della faziosità e dell’ipocrisia
manifesta
è un po’ difficile risultare
credibile quando si scredita come
“gossip” perché lo cita Travaglio, un
frammento di quello che ha scritto un
giornalista che asserisce di stimare.
Furio
Colombo molto opportunamente metteva anche
in guardia l’opposizione a non omologarsi
al “livello Bondi”, standard culturale
a cui sembrerebbe irresistibilmente
aspirare, ma forse alcuni autorevoli
esponenti l’hanno già abbondantemente
raggiunto e superato.
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