WWW.CENTOMOVIMENTI.COM - 13 MAGGIO 2008
Indignazione per mancanza di contraddittorio con i fatti
Daniela Gaudenzi
 

L’incredibile girandola di dichiarazioni indignate, scuse penose, prese di distanza ipocrite, condanne trasversali che si è scatenata in seguito alla sintetica e pacata ricostruzione di fatti notori che riguardano il  passato, non troppo remoto,  fatto anche di frequentazioni mafiose molto ravvicinate e continuative del neo-presidente del Senato Renato Schifani, conferma che di mafia, quella che conta, in questo paese non si può e non si deve parlare.

A Che tempo che fa intervistato dal prudente e “timido” Fazio che ha intercalato le domande a preventive prese di distanza e distinguo su ogni singola parola dell’intervistato, Marco Travaglio si è limitato ad esemplificare come  le priorità informative siano determinate dalla politica e ha osato riaffermare una pre- condizione del fare giornalismo: non lasciarsi condizionare dal clima politico e dagli interessi trasversali al quietare, sopire, tacere.

A titolo esemplificativo ha citato l’elezione, benedetta a trecentosessanta gradi di Renato Schifani a seconda carica dello Stato, che ha imposto una rete protettiva di silenzio assoluto sul fatto che sia stato amico e socio della Sicula Brokers, insieme ad Enrico La Loggia di tre futuri condannati per Mafia tra cui Nino Mandalà, vicinissimo a Provenzano.

I fatti in oggetto, prima di essere riportati in Se li conosci li eviti  sono stati ricostruiti in modo estremamente puntuale e dettagliato, oltre che avvincente nel libro di Peter Gomez e Lirio Abbate I complici, tutti gli uomini di Bernardo Provenzano da Corleone al Parlamento, uscito nel febbraio 2007, dove tra l’altro dalla deposizione di Francesco Campanella emerge come i rapporti tra Mandalà, La Loggia e Schifani fossero ancora ottimi nel ‘94 e come si riunissero per concordare il piano regolatore di Villabate per il quale Schifani era stato nominato dal nuovo sindaco, Giuseppe Navetta, funzionario della società Fininvest Promoitalia nonché nipote di Nino Mandalà, consulente urbanistico su segnalazione di La  Loggia.

 “L’accordo, che Mandalà aveva definito con i suoi amici Schifani  e La Loggia, era quello di manipolare il piano regolatore, affinché tutte le sue istanze-che poi erano [la richiesta] di variare i terreni dove c’erano gli affari in corso e addirittura di penalizzare quelli della famiglia mafiosa avversaria…- fossero perse in considerazione dal progettista e da Schifani…. Cosa che avvenne..” (I Complici, pag.77, 78). Poche righe dopo alla precisa domanda del PM: “Le risulta che lo Schifani fosse al corrente all’epoca degli interessi di Mandalà in relazione all’attività di pianificazione urbanistica del Comune di Villabate?”, la riposta di Francesco Campanella è molto netta: “Assolutamente sì, il Mandalà mi disse che aveva fatto questa riunione con La Loggia e con lo stesso Schifani e che l’accordo era appunto di nominare, attraverso loro, questo progettista che avrebbe incassato questa grossa parcella che in qualche modo avrebbe condiviso con lo stesso Schifani e La Loggia..” (ibidem).

L’indignazione del mondo politico, con l’eccezione di Di Pietro, Adinolfi, quel che resta di Rifondazione e pochi altri, si concentra sulla mancanza di contraddittorio, evidentemente con i fatti, con i quali si è ben guardato dal confrontarsi anche l’interessato che al TG1 li ha semplicemente ignorati, denunciando la volontà “di minare il dialogo” che si sta instaurando tra PD e PDL, riconfermato dalla telefonata, calorosa quanto irritale di Berlusconi a Veltroni alla vigilia della fiducia.

Fatti che comunque non saranno ignorati dai magistrati che si occuperanno della querela del presidente del Senato contro Marco Travaglio per “le affermazioni calunniose” nei confronti della sua persona, come recita la nota dell’ufficio stampa del Senato. Ma molto probabilmente l’effetto della querela nell’immediato sarà quello di acutizzare il clima di caccia alle streghe che si è già ampiamente autoalimentato tra palazzi della politica, Rai e Autorità per le garanzie nelle telecomunicazioni. Mercoledì il Consiglio dell’Agicom potrebbe già prendere provvedimenti contro Che tempo che fa, nonostante la profusione di scuse di Fazio, forte anche delle accuse di Ruffini, direttore di Raitre, quello che aveva chiuso Raiot, che ha parlato di dichiarazioni “gratuitamente offensive” e dall’intervento del direttore generale Cappon che si duole per un episodio “deprecabile” e un comportamento “inescusabile”.  Come ha previsto con un alto margine di attendibilità Marco Travaglio una probabile sanzione a Che tempo che fa e dunque alla Rai potrebbe far scattare una denuncia nei suoi confronti che automaticamente comporterebbe la sua uscita da Annozero , su cui è già aperta un’istruttoria per lo spazio dato al V2-day di Beppe Grillo.

Insomma senza andare a Sofia e questa volta quasi in concomitanza con il suo insediamento, Berlusconi portandosi notevolmente avanti con i lavori e con il consenso pressoché unanime della cosiddetta opposizione, avrebbe senza muovere materialmente un dito l’opportunità di liberarsi del quasi unico giornalista indipendente, incredibilmente presente, seppure rigorosamente da ospite, nel servizio pubblico.

Ma per avere il polso della situazione dalle parti della sedicente opposizione oltre alla indignazione della Finochiaro, capogruppo al Senato per  “accuse inaccettabili senza contraddittorio” e di tal Merlo che attacca “il vertice impotente” di una Rai “megafono della cultura dell’insulto e del linciaggio” basterebbe rifarsi alla definizione di “pettegolezzo” data dei fatti oggetto del delirio dal fu una volta magistrato nonché presidente dell’antimafia Luciano Violante. Per reagire alle critiche di Furio Colombo, sacrosantamente scandalizzato dal fatto che venga definito “pettegolezzo” l’inchiesta giornalistica di Lirio Abbate che a causa di questo è stato gravemente e ripetutamente minacciato dalla mafia, vive scortato, si è dovuto trasferire da Palermo, ed è stato lodato dal Capo dello Stato come un giornalista coraggioso, Luciano Violante ha pensato bene di rispondere: “Colombo ha travisato completamente e spero non intenzionalmente il mio pensiero. Le mie dichiarazioni si riferivano senza equivoci, infatti, a Travaglio. Non è mai stato da me menzionato direttamente né indirettamente un giornalista serio e capace come Lirio Abbate”. Al di là della faziosità e dell’ipocrisia manifesta  è un po’ difficile risultare credibile quando si scredita come “gossip” perché lo cita Travaglio, un frammento di quello che ha scritto un giornalista che asserisce di stimare.  

Furio Colombo molto opportunamente metteva anche in guardia l’opposizione a non omologarsi al “livello Bondi”, standard culturale  a cui sembrerebbe irresistibilmente aspirare, ma forse alcuni autorevoli esponenti l’hanno già abbondantemente raggiunto e superato.

il martedi'
Daniela Guadenzi

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