|
Quello
a cui si è assistito quotidianamente dal 13
maggio in poi sulle pagine di Repubblica
ad opera della più autorevole (forse fino
ad oggi) e sicuramente potente firma della
testata, Giuseppe D’Avanzo, non è la
critica lecitissima, nonostante il contesto
da linciaggio permanente appena apre bocca,
del collega Marco Travaglio, ma una resa dei
conti con definizioni dal sapore
diffamatorio e paragoni quantomeno indegni,
per bollare come fasullo, tartufesco e
pernicioso “il metodo Travaglio”. Quello
che fa Marco Travaglio, può benissimo
essere criticato, non condiviso, giudicato
eccessivo o provocatorio data l’assuefazione
ad una cronaca politica ritagliata sui
desiderata dei protagonisti, peraltro non
criticata dall’inflessibile
analista-filosofo D’Avanzo che discetta
del rapporto tra evidenza e verità, tema
che ha impegnato il pensiero occidentale dai
presocratici in poi, con una supponenza
sconosciuta ad Aristotele, Platone e Kant.
Ancor
più possono essere criticati i suoi
eventuali acritici seguaci: tra le centinaia
e migliaia di cittadini che ogni giorno in
tutte le piazze d’Italia si accalcano per
ascoltare Marco Travaglio da molti anni a
questa parte e senza che mai la stampa né
nazionale, né locale ne desse adeguatamente
conto fino al successo televisivo, può
esserci e quasi sicuramente c’è una
minoranza di fans senza ulteriori
definizioni. Ma
i milioni che testimoniano interesse per
Marco Travaglio e Michele Santoro e per i
fatti che raccontano piuttosto che per il
salotto attrezzato per tutte le stagioni di Porta a Porta, non possono essere descritti tout court da D’Avanzo
come una massa abulica ed acefala più o
meno inferocita in preda “ad un
qualunquismo antipolitico alimentato, per
interesse particolare, da un linciaggio
continuo ed irrefrenabile..”
Per
minare la credibilità di Marco Travaglio,
la sua onestà intellettuale e la sua
professionalità Giuseppe D’Avanzo inizia
con i dubbi che attribuisce ai suoi
eccellenti maestri sull’allievo che poi si
sarebbe rivelato indegno, si appella alla
“confusione” di cui sarebbe preda e che
ingenererebbe nei suoi beoti lettori, lo
accusa di fare giornalismo da salotto e non
di inchiesta, di mettersi all’ombra dei
Vaffa invece di andare in Sicilia, di
avvalersi di espedienti, di disinteressarsi
del “vero” e del “falso” dopo averci
messo in guardia per metà articolo-invettiva
contro la fondatezza di questa
contrapposizione.
Il
demone Travaglio, quasi fosse il giornalista
più potente e più protetto d’Italia e
non avesse casomai fondato il suo consenso
sul suo personale coraggio e le capacità
professionali, sarebbe in grado, attraverso
la manipolazione di un fatto, nella
fattispecie, le consuetudini, di natura
economica e lavorativa, di Schifani con
personaggi mafiosi, di gettarlo in faccia ad
una succube opinione pubblica: complice la
potenza della TV, l’impotenza della Rai,
l’inermità di Fazio. Il risultato:
spargere arbitrariamente veleno sulle
istituzioni. Sembra sinceramente di sognare.
La potenza della tv che viene evocata non
per denunciare il guasto del rimbecillimento
e dell’imbarbarimento prodotto da oltre 20
anni dalla tv commerciale e dalla mancata
concorrenza del servizio pubblico; l’impotenza
della Rai, che peraltro ha immediatamente
aperto un’istruttoria insieme all’Authority,
(secondo autorevoli pareri esorbitando dai
suoi compiti) contro Travaglio e Santoro, in
balia dunque degli untori dell’antipolitica
piuttosto che della più bieca lottizzazione
partitocratrica che oggi, grazie all’agognata
“semplificazione” si riduce al pensiero
unico del veltrusconismo.
Insomma
“il metodo Travaglio” è sintetizzabile
in “una pratica giornalistica che “con
‘fatti’ ambigui e dubbi manipola
cinicamente il lettore/spettatore.. un
paradigma professionale che sulla spinta di
motivazioni esclusivamente commerciali… può
distruggere chiunque…gli obiettivi vengono
scelti con cura tra i più esposti a destra
come a sinistra…”. E qui evidentemente
sta la ratio del linciaggio bipartisan,
contro un giornalista un po’ anomalo che
non ha danti causa nel Palazzo, sport in cui
D’Avanzo si accredita come insuperato
battipista. Al seguito le voci più
intrepide, dal Riformista
che titola in prima pagina “Un passato
travagliato” citando entusiasta D’Avanzo
e compiacendosi per “la fine di un mito”
all’impavido Giornale che esibisce con giubilo “Travaglio l’impresentabile,
il giornalista di cui Repubblica si vergogna”,
passando per Europa che dopo due giorni di attacchi se l’è dovuta vedere con
discreto numero di lettori infuriati.
Insomma meglio di D’Avanzo non avrebbero
potuto fare nemmeno Ferrara, Facci e
Guzzanti in un pensatoio congiunto:
affondare “il metodo travaglio” messo
alla gogna come manipolazione basata su una
sorta di sillogismo zoppo che pretenderebbe
di considerare mafioso Schifani in quanto
sodale di mafiosi, attraverso una
surrettizia e assurda comparazione, tesa a
dimostrare come Travaglio possa rimanere
vittima del suo stesso “metodo”.
Il
filosofo-giornalista che si impanca a
vestale della deontologia professionale e
detta le regole del buon giornalismo ad un
collega ritenuto nemico pubblico della
civile e pacifica convivenza, cita una
telefonata intercettata tra Marco Travaglio
e Giuseppe Ciuro maresciallo della Dia, già
consulente di Falcone e al tempo segretario
del PM Antonino Ingroia, condannato in
seguito per favoreggiamento a Michele Aiello,
a sua volta condannato a 14 anni per
associazione mafiosa. La telefonata è dell’estate
del 2002 e ha come oggetto dei cuscini che
Ciuro insieme ad altri vicini di bungalow
aveva prestato a Travaglio in vacanza in
Sicilia a sue spese, particolare abbastanza
rilevante dato che D’Avanzo riporta come
secondo l’avvocato di Aiello, su richiesta
di Ciuro, avrebbe pagato il soggiorno lo
stesso Aiello.
D’Avanzo,
allievo e maestro di cattiva retorica, finge
di snocciolare questo casuale esempio come
costruzione di una “prova maligna”, una
delle tante di cui si abbevererebbe
“quell’agenzia del risentimento” di
cui Travaglio sarebbe florido titolare. Ma
con occhio sgombro da subdoli sofismi
retorici, si fatica a vedere che cosa
abbiano in comune quella telefonata
intercettata sui cuscini con le deposizioni
rese da Francesco Campanella e dallo stesso
Schifani a proposito di partecipazioni
societarie o di consulenze urbanistiche di
quest’ultimo con e per personaggi
rivelatisi in seguito mafiosi di peso e che
comunque al tempo non erano sicuramente
segretari di alcun PM antimafia.
Intanto
il maresciallo Ciuro ha confermato punto per
punto il racconto dei fatti di Marco
Travaglio e annuncia una querela a
D’Avanzo per averlo definito
favoreggiatore di Bernardo Provenzano,
circostanza non di poco conto che non
risulterebbe in alcun atto processuale.
Marco
Travaglio ha deciso di querelare D’Avanzo
e d’altronde oltre che nella ricostruzione
dichiaratamente in malam partem della
telefonata con Ciuro ed annessi, a prima
vista, non è difficile cogliere diversi
profili diffamatori della dignità
professionale nell’intero articolo “Non
sempre i fatti sono la verità” che pure
faceva seguito al precedente “La lezione
del caso Schifani” di tenore non molto più
lusinghiero.
La
domanda desolata è come, nonostante diverse
anticipazioni, un giornalista delle capacità
di D’Avanzo sia sprofondato in questo
baratro di supponenza e faziosità velenosa.
Sembra che il
peccato più diffuso, meno confessato dagli
italiani e in fondo meno confessabile sia
l’invidia.
|