|
Nella campagna
elettorale dei programmi fotocopia, delle
candidature dei Colaninno, dei Calearo,
degli operai superstiti, delle operatrici di
call center con buone frequentazioni, del
bancarottiere fascista Ciarrapico sedicente
ghibellino, degli inviti a sposare un
miliardario, hanno fatto puntualmente
irruzione gli allarmi per i brogli dei
soliti comunisti, “professionisti” in
materia, del capo dell’opposizione, e il
richiamo a “moderare i toni” del capo della
Stato.
Come nei peggiori copioni delle commedie più
trite e soporifere dove ogni battuta è
prevedibile e scontata, la ripetizione e la
banalità amplificate dalla monotonia dei
protagonisti e comprimari ripropongono le
gag, i tic, i presunti “colpi di scena” di
commedianti istituzionali che sono meno di
caratteristi per un canovaccio che ormai il
pubblico degli elettori conosce a memoria.
Beppe Grillo ripete che queste elezioni sono
un “incantesimo” per sottolinearne la pura
ritualità e la totale irrilevanza
dell’incidenza del corpo elettorale,
destinatario secondo la Costituzione della
sovranità che esercita o dovrebbe esercitare
attraverso il voto.
Ma forse la definizione di “incantesimo” è
persino troppo generosa perché se esprime
perfettamente la totale impotenza del
cittadino, non tiene sufficientemente conto
dell’annientamento della residua energia
vitale dell’elettore prodotto dalla
cosiddetta competizione elettorale.
Si tratta infatti di una campagna elettorale
in cui sostanzialmente si alternano due
protagonisti, Veltroni e Berlusconi che
dicono esattamente le stesse cose e che
impongono un assortimento di figurine dei
loro rispettivi bestiari, e due comprimari,
Casini e Bertinotti che dopo aver
imperversato da sempre in tutti i salotti
televisivi perfettamente a loro agio, adesso
si accorgono che la Tv italiana non è il
regno del pluralismo e allora tuonano contro
il duopolio di Veltrusconi e inscenano sit
in davanti alla sede Rai di viale Mazzini.
Uno spettacolo nel complesso mortificante e
che non si può certamente attribuire solo
alla vergogna di questa legge elettorale che
in fondo è sempre andata benissimo a tutta
la partitocrazia.
Come ha sottolineato di recente Giovanni
Sartori lo scandalo sono anche i contenuti o
meglio l’assenza totale di contenuti degni
del nome da questa campagna elettorale, come
da quelle recenti che l’hanno preceduta ma
forse senza una omologazione così ostentata
tra i programmi elettorali dei maggiori
“contendenti”.
Sul Corriere di qualche giorno fa, Sartori
ha provato ad elencare qualcuno dei temi
cruciali ed ineludibili totalmente assenti
dai programmi elettorali e tra il debito
pubblico e la distruzione progressiva
dell’ambiente, al secondo posto mette la
mafia, intesa ovviamente come le
associazioni criminali organizzate che
controllano stabilmente almeno quattro
regioni italiane: Sicilia, Calabria, Puglia
e Campania.
Si limita a ricordare che il fatturato della
mafia è il triplo di quello della Fiat e
cioè di 90 miliardi ogni anno e che “questo
lassismo, questa collusione [della
politica]….. sono particolarmente vergognosi
perché impiombano l’economia del Sud e di
riflesso tutta l’economia italiana”;
aggiunge che anche l’opera meritoria di
Visco e Padoa Schioppa sul fronte della
lotta all’evasione fiscale non ha affrontato
e aggredito il fenomeno mafioso.
Il paradosso è che apparentemente la
campagna elettorale è incentrata
sull’economia, il pil, il reperimento delle
entrate, la pressione fiscale lo slogan
bipartisan “pagare meno, pagare tutti” che
come osserva puntualmente Marco Travaglio,
per essere credibile, andrebbe semplicemente
ribaltato in “pagare tutti, pagare meno”.
E quello che è ancora più incredibile è che
questi due aspiranti demiurghi della nuova
Italia, impegnati a battibeccare su chi
copia di più i reciproci programmi
fotocopia, nel loro narcisistico immaginario
si identificano con i leader che nel bene e
nel male governano o aspirano a governare le
maggiori democrazie del mondo.
Berlusconi è convinto di aver determinato le
decisioni cruciali di Bush e di essere un
modello per Sarkozy; Veltroni si considera
l’Obama italiano e pensa che il suo
assemblaggio elettorale abbia a che fare con
il riformismo concreto, coerente,
trasparente e vincente di Zapatero.
Alla vigilia del voto in Spagna Zapatero ha
rivolto un appello accorato al suo
elettorato perché si recasse a votare e
durante tutta la campagna elettorale si è
speso contro l’astensionismo che considerava
il suo più formidabile nemico, un pensiero
che non sembra turbare più di tanto Walter
Veltroni troppo impegnato a non “alzare i
toni” e a corteggiare gli elettori del PDL.
|