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“Non
metteremo in lista persone compromesse in
modo certo!” ha scandito minaccioso
Berlusconi e insieme allo “sgomento”
molto comprensibile che si è sparso per li
rami del partito, dai vertici all’estrema
periferia, come ha registrato persino
Giuliano Ferrara, ha cominciato a girare la
domanda: cosa vuol dire “in modo certo”?
Condanna definitiva? Troppo tempo; sentenza
di primo grado? Ancora troppo lunga!
“Io
dico che misurare sul fatto di essere sotto
processo può essere compatibile con il
rispetto delle persone” ha detto con
qualche, diciamo così, involuzione
linguistica, dovuta probabilmente dall’asperità
dell’argomento, Guido Podestà,
coordinatore della Lombardia, vicinissimo al
capo e indicato come uno dei nuovi
pretoriani, a l’Infedele
lunedì scorso.
Poi
ha anche spiegato che l’asticella va posta
più in alto di quanto proposto da Fini e
che va fatto “uno sforzo” per non
candidare gli inquisiti, dato che si sta
perdendo il rapporto fiduciario tra
cittadini e partiti e dunque occorre “un
segnale di grande rigore”.
Insomma
dopo campagne e crociate cruente contro gli
eversori, i sabotatori, i demonizzatori-
giustizialisti che da anni denunciano l’insostenibilità
di un parlamento infestato da pluri-pregiudicati,
condannati in via definitiva, imputati in
ogni stato e grado per reati gravissimi
contro la pubblica amministrazione o per
associazione mafiosa, ecco che ad un mese
dalle regionali e sotto i colpi di scandali
quotidiani di dimensioni dirompenti, il
grande impunito diventa il più intrepido
difensore delle “liste pulite” e della
politica trasparente.
Naturalmente
sulle definizioni di “persone compromesse”
e sul “modo certo” del coinvolgimento si
sono immediatamente espressi esegeti
raffinati e super partes come Fabrizio
Cicchitto e il presidente del Senato
Schifani per sottolineare che comunque
bisognerà valutare “caso per caso”, che
sicuramente il giudizio di primo grado non
può essere sempre e comunque riferimento
per alzare l’asticella, e che ovviamente
il presidente del Consiglio è al di fuori
di qualsiasi parametro in quanto
notoriamente perseguitato dalle toghe rosse.
Dopo
l’annuncio della folgorazione sulla via
della legalità del partito dei “promotori
della libertà” è stato tutto un richiamo,
dai giornali di famiglia a quelli affini,
fino ai vertici confindustriali, sull’assoluta
esigenza della lotta alla corruzione, sulle
riforme inattuate come causa fondamentale
del degrado della vita politica ed economica,
sui meriti e demeriti della riforma
Bassanini, sullo stato dell’arte nella
pubblica amministrazione. E al seguito le
reazioni più o meno sdegnate dei ministri
“competenti” Brunetta e Sacconi alle
ricette del duo Montezemolo- Marcegaglia.
A
nessuno è venuto in mente che dal ’92 e
cioè da quando a Cernobbio Gherardo Colombo
e Antonio Di Pietro osarono, nonostante la
reazione sdegnata della politica che gridò
contro “l’invasione di campo”, proporre un’ uscita onorevole da Tangentopoli che non
facesse a pugni con la legalità, è stato
tutto un susseguirsi di leggi e leggine ad
personam o ad castam, riforme del diritto
penale e processuale, condoni, indulti,
amnistie mascherate finalizzate a garantire
l’impunità ai colletti bianchi e ad
incoraggiare nei fatti la corruzione a tutti
i livelli.
Poi,
come da copione consolidato, dopo tre giorni
dall’annuncio storico delle liste a prova
di corrotti e del pugno duro contro “i
birbantelli” e cioè quelli “di basso
profilo” che si fanno prendere con 5mila
euro nel pacchetto delle sigarette,
Berlusconi deve aver deciso che di
corruzione si era già parlato abbastanza,
anzi troppo e cosi è tornato con “i
promotori della libertà” a presentarsi
come “il bene contro il male” nell’ennesima
crociata contro quelli, sempre gli stessi
che vogliono mettere il paese nelle mani
degli immigrati e dei magistrati. E per far
capire, più del solito quale è la riforma
che gli sta più a cuore e sulla quale vuole
monopolizzare il Parlamento subito dopo il
voto, ha tuonato contro la pubblicazione
delle intercettazioni che testimoniano le
gesta della banda al seguito di Bertolaso:
“Si tratta di secchiate di fango, non vi
sono reati che emergano con certezza, siamo
sottoposti tutti al controllo del telefono.
E’ già uno stato di polizia, uno stato
barbaro…”.
Bisogna
riconoscergli ancora una volta di essere,
sull’imput delle sue esigenze e dei suoi
bisogni molto reali, in qualche modo
paradossalmente sincero.
L’imputato
di corruzione giudiziaria nel processo Mills
che sta imponendo un’ulteriore
accelerazione al legittimo impedimento dalla
settimana prossima e che intende
monopolizzare le camere tra processo breve,
impedimenti a priori, lodi da
costituzionalizzare, nuova più estesa
immunità per tutti, commissioni di
inchiesta sull’attività dei giudici, non
può, umanamente, fare finta di fare la
faccia feroce contro i corrotti per più di
tre giorni di seguito.
Inevitabilmente
torna alle sue priorità; e infatti una
legge contro le intercettazioni quale è
quella già approvata in commissione alla
Camera e che potrebbe essere ulteriormente
modificata in senso restrittivo è un
provvedimento che mette di fatto fuori uso
lo strumento investigativo primario, il più
incisivo ed il più economico, anche per
l’accertamento dei reati contro la
pubblica amministrazione in primis,
corruzione e concussione.
Insomma
se viene beccato in flagrante un consigliere
comunale che prende una mazzetta vecchio
stile, per una pratica che magari giaceva lì
da quattro anni, è opportuno stigmatizzare
la cosiddetta mela marcia come “birbantello”,
ma se i magistrati individuano grazie alle
intercettazioni “una cricca” per la
quale a Perugia si ipotizza anche l’associazione
a delinquere, che ruota attorno all’ uomo
immagine del presidente del Consiglio,
allora “i giudici si devono vergognare”
e le intercettazioni- “secchiate di
fango” non si dovranno più ripetere.
L’incredibile
è che il paese rimane appeso all’agenda
dei suoi effetti speciali dove c’è
naturalmente spazio per tutto e il contrario
di tutto e ad ogni sparata si assiste alla
tragicommedia di commenti, reazioni,
risposte, repliche a un personaggio che da
oltre quindici anni monopolizza la scena
pubblica in funzione dei suoi interessi
monolitici nel tempo, sempre
e solo quelli, più volte riferiti da
Biagi e Montanelli, e cioè salvare la roba
e salvarsi dalla galera.
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