WWW.CENTOMOVIMENTI.COM - 25 FEBBRAIO 2010
Liste pulite y politica trasparente 
DANIELA GAUDENZI
 

“Non metteremo in lista persone compromesse in modo certo!” ha scandito minaccioso Berlusconi e insieme allo “sgomento” molto comprensibile che si è sparso per li rami del partito, dai vertici all’estrema periferia, come ha registrato persino Giuliano Ferrara, ha cominciato a girare la domanda: cosa vuol dire “in modo certo”? Condanna definitiva? Troppo tempo; sentenza di primo grado? Ancora troppo lunga!

“Io dico che misurare sul fatto di essere sotto processo può essere compatibile con il rispetto delle persone” ha detto con qualche, diciamo così, involuzione linguistica, dovuta probabilmente dall’asperità dell’argomento, Guido Podestà, coordinatore della Lombardia, vicinissimo al capo e indicato come uno dei nuovi pretoriani, a l’Infedele lunedì scorso.

Poi ha anche spiegato che l’asticella va posta più in alto di quanto proposto da Fini e che va fatto “uno sforzo” per non candidare gli inquisiti, dato che si sta perdendo il rapporto fiduciario tra cittadini e partiti e dunque occorre “un segnale di grande rigore”.

Insomma dopo campagne e crociate cruente contro gli eversori, i sabotatori, i demonizzatori- giustizialisti che da anni denunciano l’insostenibilità di un parlamento infestato da pluri-pregiudicati, condannati in via definitiva, imputati in ogni stato e grado per reati gravissimi contro la pubblica amministrazione o per associazione mafiosa, ecco che ad un mese dalle regionali e sotto i colpi di scandali quotidiani di dimensioni dirompenti, il grande impunito diventa il più intrepido difensore delle “liste pulite” e della politica trasparente.

Naturalmente sulle definizioni di “persone compromesse” e sul “modo certo” del coinvolgimento si sono immediatamente espressi esegeti raffinati e super partes come Fabrizio Cicchitto e il presidente del Senato Schifani per sottolineare che comunque bisognerà valutare “caso per caso”, che sicuramente il giudizio di primo grado non può essere sempre e comunque riferimento per alzare l’asticella, e che ovviamente il presidente del Consiglio è al di fuori di qualsiasi parametro in quanto notoriamente perseguitato dalle toghe rosse.

Dopo l’annuncio della folgorazione sulla via della legalità del partito dei “promotori della libertà” è stato tutto un richiamo, dai giornali di famiglia a quelli affini, fino ai vertici confindustriali, sull’assoluta esigenza della lotta alla corruzione, sulle riforme inattuate come causa fondamentale del degrado della vita politica ed economica, sui meriti e demeriti della riforma Bassanini, sullo stato dell’arte nella pubblica amministrazione. E al seguito le reazioni più o meno sdegnate dei ministri “competenti” Brunetta e Sacconi alle ricette del duo Montezemolo- Marcegaglia.

A nessuno è venuto in mente che dal ’92 e cioè da quando a Cernobbio Gherardo Colombo e Antonio Di Pietro osarono, nonostante la reazione sdegnata della politica che gridò contro “l’invasione di campo”,  proporre un’ uscita onorevole da Tangentopoli che non facesse a pugni con la legalità, è stato tutto un susseguirsi di leggi e leggine ad personam o ad castam, riforme del diritto penale e processuale, condoni, indulti, amnistie mascherate finalizzate a garantire l’impunità ai colletti bianchi e ad incoraggiare nei fatti la corruzione a tutti i livelli.

Poi, come da copione consolidato, dopo tre giorni dall’annuncio storico delle liste a prova di corrotti e del pugno duro contro “i birbantelli” e cioè quelli “di basso profilo” che si fanno prendere con 5mila euro nel pacchetto delle sigarette, Berlusconi deve aver deciso che di corruzione si era già parlato abbastanza, anzi troppo e cosi è tornato con “i promotori della libertà” a presentarsi come “il bene contro il male” nell’ennesima crociata contro quelli, sempre gli stessi che vogliono mettere il paese nelle mani degli immigrati e dei magistrati. E per far capire, più del solito quale è la riforma che gli sta più a cuore e sulla quale vuole monopolizzare il Parlamento subito dopo il voto, ha tuonato contro la pubblicazione delle intercettazioni che testimoniano le gesta della banda al seguito di Bertolaso: “Si tratta di secchiate di fango, non vi sono reati che emergano con certezza, siamo sottoposti tutti al controllo del telefono. E’ già uno stato di polizia, uno stato barbaro…”.

Bisogna riconoscergli ancora una volta di essere, sull’imput delle sue esigenze e dei suoi bisogni molto reali, in qualche modo paradossalmente sincero.

L’imputato di corruzione giudiziaria nel processo Mills che sta imponendo un’ulteriore accelerazione al legittimo impedimento dalla settimana prossima e che intende monopolizzare le camere tra processo breve, impedimenti a priori, lodi da costituzionalizzare, nuova più estesa immunità per tutti, commissioni di inchiesta sull’attività dei giudici,  non può, umanamente, fare finta di fare la faccia feroce contro i corrotti per più di tre giorni di seguito.

Inevitabilmente torna alle sue priorità; e infatti una legge contro le intercettazioni quale è quella già approvata in commissione alla Camera e che potrebbe essere ulteriormente modificata in senso restrittivo è un provvedimento che mette di fatto fuori uso lo strumento investigativo primario, il più incisivo ed il più economico, anche per l’accertamento dei reati contro la pubblica amministrazione in primis, corruzione e concussione.

Insomma se viene beccato in flagrante un consigliere comunale che prende una mazzetta vecchio stile, per una pratica che magari giaceva lì da quattro anni, è opportuno stigmatizzare la cosiddetta mela marcia come “birbantello”, ma se i magistrati individuano grazie alle intercettazioni “una cricca” per la quale a Perugia si ipotizza anche l’associazione a delinquere, che ruota attorno all’ uomo immagine del presidente del Consiglio, allora “i giudici si devono vergognare” e le intercettazioni- “secchiate di fango” non si dovranno più ripetere.

L’incredibile è che il paese rimane appeso all’agenda dei suoi effetti speciali dove c’è naturalmente spazio per tutto e il contrario di tutto e ad ogni sparata si assiste alla tragicommedia di commenti, reazioni, risposte, repliche a un personaggio che da oltre quindici anni monopolizza la scena pubblica in funzione dei suoi interessi monolitici nel tempo, sempre  e solo quelli, più volte riferiti da Biagi e Montanelli, e cioè salvare la roba e salvarsi dalla galera.

il martedi'
Daniela Guadenzi

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